her heavy wings will warp your mind
c’erano queste farfalle col corpo polveroso e molle fatto di anelli gonfi gialli e neri, le ali scure chiazzate di bianco, unite dal fondo poggiate a uno stelo. si muovevano lente ed era facile afferrarle mentre unite spiccavano il volo – desideravo separarle per scoprire cosa le teneva insieme, temevo di romperle come mi succedeva con le cavallette che coprivo con le mani unite interrompendone il salto e, a volte, mi lasciavano tra le dita un succo marrone che odorava di erba tagliata, di fine.
i visceri delle mosche erano invece bianchi e molli come formaggio, simili a quelli delle formiche. i miei sono fili, tubi, rotelle, ingranaggi mai oliati abbastanza, mi muovo facendo rumore di cartilagini spezzate, mi blocco con la testa reclinata sul collo si alza e si abbassa muovendo una leva come i sedili di un’autovettura, annuisce mentendo e l’unica volta in cui resta e non mente non viene creduta, crudele ogni tanto nel caso in cui la pelle mi venga strappata a mostrare la cruda realtà di non essere umana o animale ma macchina fredda la carrozzeria riscaldata dal sole inganna la mano che pensa al tepore di donna che avrò che non ho la vernice graffiata dai vandali che con la chiave sbagliata più volte hanno tentato di aprirmi ignorando il cartello con scritto: chiusa per ferie per ora per sempre, aveva ragione quel tale dicendo che certe parole andrebbero centellinate oppure estirpate dal vocabolario come i miei denti nel sogno, se bussi mi vedi passare nascondermi dentro l’armadio ho annunciato, adesso che chiudo le ante chi è dentro chi è fuori rimane rimane.
weird fishes
hai presente il bicchier d’acqua? pure quando è mezzo vuoto mi ci perdo facilmente/facilmente confondo trasparenze – quella d’acqua e quella dura dell’esterno che mi sembra capovolto non mi lascia via d’uscita, contro il vetro spesso sbatto illudendomi di essere capace di trovare il millimetro in cui l’acqua si fa aria, superficie di cui avverto la tensione sulla quale riesco solo a camminare a testa in giù come un insetto all’incontrario e – presente? la corazza che mi porto sulla schiena mi impedisce di voltarmi se per caso non la incontro col gentile polpastrello di qualcuno forse stanco del continuo dimenarmi che mi aiuta con un colpo di fortuna, una spinta innovatrice.
vorrei essere solubile accontento tutti quanti diventando trasparente, vorrei essere una polvere in bustina render l’acqua effervescente innaturale respirare solo quando mi ricordo come fosse volontario ma nolente mi ritrovo sempre nello stesso punto non imparo dagli errori o dall’errare senza scopo, senza meta, mesta provo con dei tagli intorno al collo che mi facciano da branchie, provo tutto ma ogni volta mi dimentico e non provo quella giusta perché mai non sono io/io sono quella di passaggio, che ti insegna come fare non sapendo lei per prima non importa che lei sappia – lei, ricorda, sono io – son capace solo di essere una cosa e il suo contrario a volte nello stesso tempo e la mia crescita è bloccata e forse è un bene, che se fossi un po’ più grande nel bicchiere finirei per incastrarmi e per farlo traboccare.
busso. parlo come fossi un pesce e nessuno che conosco ha mai sentito nella boccia altro rumore se non quello delle pinne, mi regalan di continuo biciclette di continuo mi ritrovo fuor dall’acqua e si sa cosa succede, prima si agita, poi muore, poi finisce in scatoletta e diventa solo buono per condire l’insalata, senza olio senza sale fanno dieci calorie per cento grammi.
150609
mi dice, ho impiegato un po’ di più a prepararmi, lui era già davanti alla porta con le chiavi in mano e mi chiamava e io – immagino: io ero davanti allo specchio, mi spazzolavo i capelli, mi spruzzavo il profumo dietro le orecchie, sui polsi, l’ombretto non lo uso più, non riesco a tendere le palpebre abbastanza bene per stenderlo senza che raggrumi e finisce per rimpicciolirmi gli occhi, il rossetto, nemmeno quello, ho le labbra così sottili, ormai – dovevamo andarci da settembre, fuori a cena e – continuo a immaginare: son successe delle cose ma le sai, sai che adesso ogni volta per uscire è una fatica, l’ho convinto – non avevo l’orologio, non che avessi prenotato al ristorante ma – immagino: se decide che si esce per quell’ora è a quell’ora che si esce.
mi dice, siamo usciti e c’era lei lì nel giardino con le mani sulla faccia non sapeva cosa fare, aiuto aiuto, siamo usciti dal cancello siamo entrati dentro il suo e non riusciva a dire niente – immagino: con il dito ci indicava là la porta che era aperta, lui non c’era, l’avevamo visto prima con la siepe a far da rete ci eravamo rimbalzati palle di conversazione, com’è il tempo, qualche cosa dei tre cani che han vissuto nel giardino a lui il secondo non piaceva, a domani, ci eravamo salutati, ti ricordi? ogni volta che tornavi dalla scuola o quando uscivi con le amiche lo trovavi lì seduto col giornale o a chiacchierare oppure a porgerti una pesca e forse adesso se ci pensi è come fosse sempre stato molto vecchio eppure non poteva esser così vecchio quando eri una bambina, è vecchio adesso, anche se i capelli grigi già li aveva.
mi dice, con il dito ci indicava là la porta che era aperta e siamo entrati e in corridoio c’era lui lungo disteso, con il sangue tutto intorno alla sua testa come fosse una corona si spandeva lentamente – immagino: le piastrelle in finto cotto lucidato o forse è vero e questo liquido vermiglio denso come la vernice che si allarga e ci sono cose dentro, pezzi d’osso o di cervello, una ciocca o chissà cosa – gorgogliava dalla gola e l’han girato un po’ sul fianco e chi chiamava l’ambulanza chi chiamava i suoi nipoti dopo poco si è riempita sia la stanza che strada, ci hanno detto, andate pure, troppa gente non va bene, siamo andati, insomma, è morto.
dico: cazzo. dico: allora niente cena, mi risponde: in verità ci siamo andati, da settembre che aspettavo – penso a quello che ci aspetta e le rispondo, hai fatto bene.
a rien pa peut arrete moi
non riesco a modulare il suono del mio umore che strilla e stona e stride, progredisco disarmonica verso cosa non lo so so che lo faccio dividendomi a metà come una corda sfilacciata, come un vestito lacerato.
appoggio il diapason che vibra sulla cassa risonante, sullo sterno che mai non mi ha protetta e sul manubrio che sterzo per voltarmi e andare via – fossi un pesce non l’avrei e potrei sfilarmi la lisca dalla bocca e affondare gonfia d’acqua gli occhi vitrei come quelli di un serpente o di un idiota e sono entrambi, striscio e piscio e vado dritta per la strada che conduce alla rovina mi ergo dritta dove il ponte è più lontano dalla superficie dura come il sasso che si apre per accogliere i suicidi frantumandogli le ossa, solo lascio spenzolare queste gambe come fossero di pezza al di là del parapetto e intanto canto la mia gioia senza fine tanto gioia da far male che fa il giro torna ad essere dolore, mi sottraggo un poco d’aria comprimendomi la gola per fermare per un poco il flusso in piena dei pensieri ossigenati sono allergica al rifiuto che mi dà l’anafilassi tengo sempre nel taschino l’epipenna ma ci scrivo l’e-pistole mi do in pasto anche se/quando faccio finta di negarmi, mi ero detta, più non voglio dare niente e sono qui ad abbassarmi i pantaloni a implorare di esser presa di corrente farti friggere il cervello coi morsetti di dentini che affamati si conficcano nei lobi non lo so che cosa voglio voglio un letto per dormire voglio un greto sopra il quale riaffiorare alla fine della pioggia paludata non mi riesco a liberare degli orpelli della lingua che mi invento per tradurre le grandiose capriole del pensiero bipolare.
my dreams are tortured silhouettes/my hands are ribbon sliced/the only light’s a cigarette/the bed feels cold as ice
non c’eri quando incrociavo i piedi e mi avvolgevo da sola tra le braccia per parare i colpi, abbassando la testa perché la nuca è dura, il naso è molle e sanguina, gli occhi diventano lividi, i capelli nascondono tutto.
non c’eri quando pregavo in ordine suddividendo le preghiere per colore, per significato, per assonanze, e poi immaginavo di essere io, sdraiata nel letto, immaginavo che la finestra si sarebbe aperta e quasi ne sentivo il cigolio, immaginavo un uomo che mi avrebbe premuto un fazzoletto in faccia per addormentarmi, come nei film, e portarmi via e farmi del male. mi piaceva l’idea.
non c’eri quando ero seduta al bar senza toccare per terra e mescolavo latte e caffè anche se per il caffè era ancora presto e il giornale era alto come me più di me e mi mettevo in ginocchio sulla sedia per arrivarci in cima e leggerlo tutto, della politica e delle tartarughe, degli omicidi e delle operazioni che ci avrebbero cambiato la vita e, chissà se anche tu l’hai notato, tutti gli anni salta fuori qualcosa che dovrebbe cambiarci la vita in meglio, allungarla e dilatarla e permetterci cose solo sognate e invece poi non cambia niente, forse bisogna essere miliardari per potersi comprare una macchina che pulisce il sangue o una navetta per viaggiare nello spazio come sulla modena brennero ma con meno traffico, chissà se ci sono gli autovelox, sulla via lattea, chissà se ci sono le curve, chissà se abbassando i finestrini si sente odore di merda e alla fine dell’estate le farfalle del mais piovono tra i tergicristalli come gocce di latte, chissà.
non ti sto rimproverando, nemmeno io c’ero. non c’ero perché ero impegnata ad avere paura di salire le scale da sola, non c’ero perché avevo da fare, imparare le genealogie degli dei dell’olimpo e inventare profumi pestando le foglie dell’orto in un vaso o a disegnarmi col torso quadrato e le mani nascoste dietro la schiena, non c’ero perché ero nascosta tra le gambe del tavolo a premermi forte i pugni sugli occhi e vedere i colori cambiare come in un caleidoscopio, non c’ero perché in quel momento stavo cercando di imparare ad allacciarmi le scarpe e riprender possesso della mia mano sinistra, a strapparmi le croste e leccare il sangue sieroso di quelle ferite temendo (volendo) di trasformarmi in vampiro, non c’ero e forse era meglio così, continuare a non esserci stata, invece di insistere ad infilarmi nel tritacarne di queste giornate ed esserci solo a pezzetti buoni neanche per fare il ripieno dei tortellini o per farti un abbraccio o un pompino, per ricostruirmi un giorno intera come in quel numero di topolino.
the woman at the washington zoo
il mondo passa accanto alla mia gabbia e non mi vede mai.
gabbia toracica, gabbia di ossa craniche, piatte, separate da margini sottili che le uniscono, gabbia di corpo e vestiti e colonne gabbia di pensieri come fili di fumo che mi avvolgono – spirali – e mi manca il fiato di soffiarle, gabbia fatta di angoli nei quali mi siedo cingendo le gambe stringendole al petto muovendo le dita dei piedi per fare presa sulle panchine e sui fili d’erba, un contatto, che sciolga ciò che è contratto -
all’inizio era uno spettacolo. mi davo la vita e la morte e strappate le croste dalla faccia rinascevo più bella, splendente di pelle nuova e lucida e tesa, splendente di febbre negli occhi, nessuno riusciva a distoglier lo sguardo e infilavo cannucce nel cuore dell’ammirazione per berla, nutrirmi, sfregarmi via dalla bocca con gesto animale i residui di reni e polmoni e, aguzzi i denti, ridere forte gettando indietro la testa.
chiunque avrebbe pagato – donavo la mia arte del corpo plasmato e cambiato in cambio di niente finché poi è arrivato il momento in cui più nessuno ha voluto fermarsi, guardare – la faccia dipinta di rosso, i palmi colanti e tesi e aggrappati – era subentrata la noia, il disgusto, il disagio sottile di quando si sente un odore cattivo e si sa che potrebbe venire da troppo vicino o da dentro – ho accumulato le foglie di dieci o undici autunni e ne ho fatto un giaciglio nascosto, ho lasciato annodarsi i capelli di terra intorno alle ghiande, ho strappato le unghie cercando di uscire e pararmi davanti a un occhio qualunque.
la tua gabbia somiglia alla mia e solo possiamo lanciarci banane in mezzo alle sbarre, ti sbuccio le noccioline schiacciandole tra le ginocchia coi rami spezzati tentiamo un abbraccio a distanza,
in una tomba di carne, io
sono sepolto sopra la terra.
spremiamo la vite per trarne conforto, la gola che brucia, son viva! son viva! son morta e ogni giorno la morte più mi si dipinge, continuo a esibirmi per te che mi guardi, mi muovo, mi piego, mi spezzo per farti vedere la linfa che ancora mi scorre e le labbra mi strapperei per dartele in mano e le porteresti all’orecchio e senza di me ti potrebbero dire qualcosa, ti strapperei gli occhi per scorrerli addosso come due biglie bagnate porosa imprimere me e poi respingerli dentro alle orbite cieche che cieche vorrebbero stare e fare pressione coi pollici aperti per vincere la resistenza e infine desistere e poi rinunciare, tenermeli in tasca, asciutti come sarò diventata -
non abita più il suo corpo se non come il suo stesso inferno.
ho cambiato indirizzo. la gabbia è la stessa. se vieni a trovarmi di notte ti insegno che cosa ho imparato, se più non verrai a trovarmi -
ho smesso di rispondere di me e di tutto rispondo, di tutte le colpe, di tutte le fiamme, di tutte le tele intonse che ho imbrattato di volta in volta pittando realtà allucinate, gambe divaricate che come frecce al contrario conducono al gorgo, al maelström del mio desiderio infantile di prendere tutto e cedere niente e continuo a gridarlo e nel mentre mi sto sgretolando in cenere lavica che un giorno, qualcuno, scambierà per neve ad agosto, per petali gialli, per forfora, piattole, merda d’uccello, briciole, vento.
you never see the lonely me at all
non ho mai davvero imparato a raccontarmi perché ci sono pagine e pagine della mia storia che si ripetono come per un difetto di stampa o di impaginazione, non ho mai davvero imparato a raccontarmi perché raramente qualcuno mi chiede, racconta, nel modo in cui andrebbe chiesto, spingendo il mento in avanti e chiudendo gli occhi o guardando e bevendo ogni mio movimento, non ho mai davvero imparato e allora gli strati più superficiali nel senso, vicini alla crosta di adesso, li gratto e li soffio e li invento – avevo parole per quelli di prima, parole imparate nel tempo come copioni da recitare cambiando l’intonazione ogni volta, lasciando che il pubblico un po’ mi plasmasse ogni sera, spegnendomi prima, spegnendomi dopo – ho sempre o quasi scelto di dire storie non mie che di volta in volta facessero come da contenitore alle cose inesplose che mi tengo dentro, le cose che crescono al buio innaffiate dagli alti e dai bassi di questo mio umore che non si bilancia da solo e anch’io finisco per sporgermi avanti o lasciarmi cadere all’indietro a gambe per aria infischiandomene della densità del cielo alle spalle e del materiale che di volta in volta mi accoglie e rimbalzo o sprofondo o atterro secca e scomposta nei visceri e nelle giunture.
non ho mai davvero imparato perché non c’è un filo che va dall’inizio alla fine ma sono un groviglio di fili, di spago, di peli e capelli e non tutti son miei e certi nodi, a tirarli, finisce che il fusto si spezza, e se non avessi quest’impalcatura potrei non essere niente e già sono niente e tendo a cambiare di forma e di stato – mi sciolgo – infilami un dito nell’ombelico e ti accorgerai che mi passi, mi arrivi alla schiena, se spingi – eppure ho bisogno di raccontarmi per darmi contorni e carne e saliva, son pericolosa a me stessa da quando ho perduto il pudore e non mi vergogno di niente se non di ciò che non so raccontare, di ciò che racconto un po’ come fosse successo ad un altro, e bravo è chi mi capisce e cattiva io sono se riesco a non farmi capire perché mi nascondo facendomi scudo col vocabolario invece di porgermi rossa e bagnata e della grandezza di un pugno.
me-totemo-utsukushi-i-desu-ne totemo-utsukushi-i-me-wo-shitemasu
dico una di quelle cose da grandi: cosa vorresti essere, non so, chi vorresti essere, fammici pensare, che persona, ecco, ho capito – è adesso che dico una di quelle cose da grandi – ho capito, rispondo. una persona che sa accontentarsi, una persona che, accontentandosi, gode. mi dico: è questo il segreto? mi dico: funziona così? sapere per filo e per segno che quello che hai coincide con ciò che ti basta? ci penso, mi dico: il problema è che niente mi basta e voglio tutto e l’unico modo per arrivare a essere quella persona, mi spiego, sarebbe nella coincidenza del tutto con quell’abbastanza, e allora capisci, se è tutto, è tutto, abbastanza è abbastanza, mi dico che sono due cose diverse, mi dico che no, non funziona, mi dico che è colpa delle mie mani incapaci di trattenere quello che hanno, mi dico che è colpa della mia bocca che dice senza filtrare e ogni parola è una parola di troppo, non potere dire niente non potere urlare non potere avere potere se non sul piede che scivola fuori dalla scarpa e preme nudo l’acceleratore come se ci fosse una destinazione – non c’è, non c’è mai stata, non ci sarà mai – e fermarsi infilandosi nel parcheggio con un colpo di mano e restare a motore spento lasciare entrare il freddo dallo spiraglio dei finestrini non muoversi, trattenere il respiro e il conato, veicolare la gioia e il dolore nel canto senza voce prima di iniziare a dimenticare, prima di iniziare a rivivere il passato su pellicola scaduta – i colori acidi e i movimenti a scatti, i paesaggi accartocciati – non ero io, io stavo guardando – i cieli di nuvole gonfie come la patta dei pantaloni come la vescica che svuoto accucciata come un animale mi guardo intorno per evitare gli agguati che mi tendo da sola – che ora a pensarci non c’era niente di cui preoccuparsi e anzi la morte mi avrebbe dato i colori che cerco intonati ai colori che indosso, il nero negli occhi – più rido e più mi somiglio allo stadio anteriore dell’evoluzione e non ho ancora capito la mia direzione; la mia posizione: a prenderlo in culo, le regole non le conosco e finisco per perdere sempre qualcosa o qualtutto, azzerarmi, partire di nuovo un po’ più pesante.
keep you apart/deep in my heart
mi sfilo le parole dalla gola e sono annodate l’una all’altra come i fazzoletti colorati di un mago, mi sfilo le parole dalla gola e me le avvolgo intorno al collo, intorno ai polsi, le piego e le metto in un cassetto da aprire tra vent’anni e scelgo il silenzio delle due di mattina e faccio rumore di grilli e faccio rumore di acqua, e faccio rumore di un’automobile ogni quaranta minuti, imparo a distinguere il peso spiacevole – quello sul petto che non si alza, continua ad abbassarsi e trema e il peso somiglia a un gigante di carta appallottolata; quello dell’ultimo, no, ancora uno, quello dell’oggi che è ieri ed è senza domani – dal peso piacevole della consapevolezza del corpo in grado di reggere pesi, altri, segreti, muri pericolanti, domande, consigli richiesti o non chiesti.
non c’è un luogo che non sia mio, tra queste case antiche illuminate strane dalla notte e ombre lunghe e la mia non la vedo, si è nascosta, mi nascondo io dietro ai capelli che ormai mi fanno da sipario alla faccia e alle sue rappresentazioni di sguardi che si accendono e parlano, si spengono e parlano, le ciglia si abbassano e le gocce si impigliano ma si asciugano subito e piego gli angoli delle labbra in un sorriso, in una risposta, in un dischiudersi di porte che portano altrove e ovunque e in nessun luogo e quando tolgo la pausa il tempo si è inceppato e il contachilometri gira lento e le ruote girano lente e lente suonano le canzoni che canto mentre viaggio al contrario e le gomme cancellano e l’ustione prende forma e il marciapiede mi si è disegnato sulla schiena e la mia auto non è omologata per trasportare tutte le me che sono stata nel passaggio dell’inverno nell’estate.
unghie
- Ti vedo bene,
- Dici?
- Sì sei diversa oggi diversa come se,
- E invece,
- Comunque,
- Sto bene infatti sto bene,
- Sapevo che avresti tirato fuori le unghie.
La nuova faccia aderiva alla vecchia come un cerotto che tenta di esser color della carne ma non inganna nessuno, con i suoi fori che vorrebbero essere pori e respirare e comunicare, con i bordi rialzati di colla che, col passar delle ore, si tinge del nero dell’aria e del tatto.
Mi allontanai da mia madre, le diedi le spalle, lei ancora mi stava parlando, chiedendo,
- mangi stasera? Che cosa?
Io finsi che le sue parole si fossero perse nel rumore della strada o della lavatrice, volevo stare da sola.
A letto, mi stavo tagliando le unghie e mi ricordai del momento nel quale avevo pensato che l’indipendenza in qualche modo equivalesse al possesso di un paio di forbicine, due lame ricurve e appuntite e due anelli forgiati a misura delle mie dita; non più scivolare in bagno a cercare quelle di tutti e pensare al loro contatto con ciò che era stato grattato dai miei genitori ma forbici mie – iniziai a nasconderle tra i fazzoletti pensando così di rubare la mia libertà ancora a venire.
La nuova faccia aderiva alla vecchia come un cerotto ma non medicava; incantava, illudeva, confondeva chiunque incontrasse il mio sguardo non più tumefatto, è cambiata?
Non era la mia prima volta, il mio primo viso, ma non riuscivo a ricordare i precedenti; riempivo la conca dei palmi con acqua bollente per sciogliere pece e pigmenti – non sono mai stata persona da strappi decisi, preferisco tendere un poco il pelo e la pelle e diluire il dolore in tanti dolori.
- Dovrai iniziare a uscire di nuovo,
- Lo so non c’è fretta,
- E incontrerai persone che ti fermeranno e ti chiederanno,
- Dirò tutto bene, non vedo il problema,
- Qualcuno avrà letto o sentito di ciò che è successo al telegiornale,
- E allora?
- Non hanno usato iniziali ma il nome, il tuo nome e anche la foto.
La fotografia sul giornale era presa in un giorno d’estate, entrambe le fotografie di estati diverse; nella prima sembrava che io sorridessi a qualcuno – non c’è tragedia se prima non c’è sorriso – nessuno avrebbe pensato che me la fossi scattata da sola.
Lo vidi lontano alzare la mano per salutarmi, voltandosi verso la donna che lo accompagnava e immaginai che dicesse, se solo non fossimo usciti; mi lisciai i contorni del viso e ricambiai il suo saluto, lei mi guardava le gambe e giocava con i bottoni della camicia, un passo indietro, nell’ombra di lui.
- Allora allora come stai che mi racconti cosa mi dici?
- Bene va tutto bene mai stata meglio – sorrido – e tu?
- Sicura? Ho saputo ti avrei chiamata se avessi ma che fortuna averti incontrata questa mattina qualunque cosa se hai bisogno ci sono ci sono davvero va bene?
- Ma non preoccuparti davvero non so cosa ti abbiano detto ma adesso sto bene non vedi? Non vedi?
Poi lui si allontanò, chinandosi sulla donna e stringendole il braccio un po’ troppo in alto, le chiese, allora? Ti sembra? Le disse, io, io non ce l’avrei fatta non ce la farei e lei invece – l’hai vista – lei invece…
A volte la faccia nuova era come una pellicola trasparente che avvolge la vecchia, il film sottile e quasi umido sotto le dita che si usa in cucina. Mi sigillava le narici, gonfiandosi e sgonfiandosi come una vescica a ogni respiro, se mi fossi affannata avrei finito per aspirarla – la pellicola sarebbe finita al mio interno uccidendomi o forse cambiandomi dentro, plastificando gli odori e i ricordi – o la mia faccia nuova sarebbe esplosa in un sospiro.
Prendevo l’aria solo a piccoli sorsi, storcendo le labbra, come qualcosa di amaro.
A volte era come uno strato di gesso, a volte un corpo diafano offuscato e senza contorni, a volte una statua di cera, più viva del vivo fermata in un ghigno brillante.
Vedo mia madre guardarmi e mentre tento di sfuggire i suoi occhi, vi leggo: orgoglio, paura, preoccupazione, rabbia e tristezza.
- Sai mai nella vita quello che ti può capitare,
- Adesso lo so, lo sappiamo,
- Bambina, la mia bambina così tanto forte
Silenzio.
- Vedrai che tutto andrà bene che tutto andrà per il meglio sola non sei io ci sono
Silenzio.
- Ha chiamato quella tua amica voleva sapere ha chiesto ha detto che passerà in settimana
Silenzio.
Affondo la punta delle forbicine nel polpastrello del medio, poi sollevo la gamba con entrambe le braccia, la appoggio sull’altra, il nodo della caviglia sulla coscia grinzosa.
Mi pungo le dita del piede, le mani, il piede; cerco di trasferire il dolore dall’una all’altra delle mie estremità, nell’assenza.
Non sento.
Mia madre entra in silenzio, in punta di piedi, mi sfiora la spalla e mi dice, ti aiuto, si siede, mi prende i piedi e se li appoggia sulle ginocchia, mi afferra il polso e mi sfila le forbicine via dalle dita; mi taglia le unghie, che saltano con un rumore di tacchi o di applausi o di porte che sbattono o di catene di bicicletta.
beating a dead horse
ho trent’anni e non ho voglia di invecchiare un altro giorno, l’aria fuori a cento all’ora quando passa tra le dita sembra quasi un’altra mano che si intreccia con la mia e se penso al tempo perso un’altra volta mi succede che impazzisco, cosa ho fatto? sono proprio un animale animata dagli intenti – sono buoni, buona, giuro! – non è vero, il coraggio da ubriaca non ti manca né lo stomaco che mischia le salive la pepsina il muco l’acido marino, ma che pena, roba molle tra le braccia, roba fredda, senza sangue e senza palle, che risate quella volta, che risate se sapesse se sapessi quante cose sulla punta della lingua che non dico – le hai sentite? per un’ora vorrei essere capace di guardarmi ed esser fiera – fiera sono, in senso: belva, animale che sa essere crudele anche quando va inarcandosi fingendo di pregare, una carezza, per favore – questi artigli che mi taglio – non ricambio, non ricambio, resto sempre e la cosa che mi frega è questa innata compassione è passata la passione penso, sì, decisamente, mento quando mi costringo – se sapessi le risate! se sapessi delle cose di cui non mi so capace e invece sono – sei il coglione che ho succhiato e che svuotato getto via, come il frutto andato a male di un inverno troppo mite, come una promessa fatta nell’influsso della vite, come i grassi martedì che durano una settimana o forse un anno – non importa, non invecchio, ho trent’anni e un altro giorno non ci cresco, esco, vado ma non torno, torco polsi e pulso poco o tanto o troppo, sono lenta ma una volta che ho capito faccio leva sull’istinto e mi levo queste cose che ora indosso per mostrarmi come sono, peggio per chi si avvicina, peggio per chi sulla sdraio chiude gli occhi per la brezza e non s’aspetta l’uragano.
avemaria
i suoi vestiti, seppure sporchi e sgualciti, rievocavano una passata eleganza; portava, sull’abito a fiori, una giacchetta di pelliccia. le gambe erano nude anche d’inverno, i piedi infilati in un paio di pianelle color vinaccia, – del colore del vomito dell’ubriaco, avrebbe detto mia madre – al collo un lungo filo di perle: come se la follia l’avesse sorpresa durante la toletta, tra uno sbuffo di cipria e un velo di rossetto.
come ti immagini tra trent’anni? non riesco, prova, non riesco, perché? non ho la faccia, di chi diventa vecchio, so dove si incideranno le rughe, dove cadrà la pelle, so che taglio avranno gli occhi ma non conosco gli abiti che indosserò, le parole che mi usciranno di bocca e chissà come sarà la mia voce che è già cambiata due volte almeno, il tono, l’accento, il punto da cui emerge – il petto, la gola – il tempo, il tempo non lo capisco, non l’ho mai capito.
aveva i capelli lunghi e annodati, impastati in ciocche, radi, come quelli della mia bambola; stringeva in mano un sacchetto di plastica della standa, camminava instancabile borbottando tra sé e sé, alzando gli occhi solo per imprecare contro il cielo, al sole o alla pioggia indistintamente.
la fissai finché mia madre non mi diede uno scapaccione, forzandomi ad abbassare la testa; guardai le scarpe di vernice nera che mi facevano male, storsi le labbra per chiederle, chi è? nessuno, mi disse, e mi strattonò verso le strisce per attraversare, poi in un negozio.
per quante persone sono diventata nessuno? e quante persone sono diventate nessuno per me? che forse succede così, un giorno ci sei e chiunque sa dire il tuo nome e associare a quel nome almeno una parola, amica, compagna, simpatica, stronza, e poi piano piano inizi a svanire, chi è? nessuno, e sei e non sei che se sei imbarazzi oppure procuri fastidio, oppure hai iniziato a cambiare e cambiare, un tratto alla volta, e adesso nemmeno ti riconosci allo specchio e guardandoti chiedi: chi sei? e sei senza risposta.
schiacciai le mani e il naso contro la vetrina, cercai di seguire i suoi passi strascicati finché non scomparve dietro l’angolo.
tornata a casa, tentai nuovamente di interrogare mia madre: mi rispose che era una matta o la matta, addirittura, non una ma quella, una non-più-persona, mi disse che si diceva che fosse impazzita per il dolore, o forse si era svegliata una mattina così, la ragione svaporata, la favella ingarbugliata, i movimenti veloci ma lenti oppure al contrario, non so.
la incrociai il giorno seguente, già andavo a scuola da sola oppure in compagnia di altri bambini del mio stesso isolato – uno di loro già mi aveva svelato alcuni segreti che mi avevano molto turbata e mi disse che la conosceva: è la Mariarosa, mi disse arricciando il naso, aggiunse, è appena uscita dall’ospedale.
lo sai tu lo so io lo san tutti non è una condanna è qualcosa che arriva e poi passa e sempre ritorna ma passa, bisogna aspettare, avere pazienza, cercare di ricordarsi, chi sei? avere dei punti dei nomi ai quali appigliarsi, ma quando dimentico tutto, quando le categorie diventano altre e il giusto è giusto ed è giusto anche lo sbagliato, adesso ci riesco, a sapere, a distinguere ancora tra me e le pastiglie e le malattie, da zero a cinque quanta paura hai che un giorno ti perderai la ragione per strada?
lui le si avvicinò e iniziò a parlare, le chiese del figlio e si complimentò per il filo di perle; lei non rispose, solo diceva avemaria, avemaria, avemaria, facendo tremare tutti i suoi menti.
mi arrabbiai con dio che non la stava ad ascoltare e mi chiesi se, invece, a me mi ascoltava, mi chiesi se avrei potuto chiedere anche per lei e come e che cosa; nel pomeriggio, trovai una scusa per non uscire a giocare.
dressed in a virgin white dress
mi dice: accompagnami al pronto soccorso, respira veloce e mi dice: non è niente, sono rimasto senza tavor e l’ansia mi uccide, respira veloce e mi dice: fa freddo, respira veloce e mi dice: ormai mi conoscono, mi danno qualcosa e poi andiamo, io dico: va bene, e guido nervosa, piove e la pioggia è veloce più del tergicristallo, uno solo.
mi dice: lo sai che l’inventore del tergicristallo era anche un pianista e vedo che tra le dita lunghe le nocche gonfie che strisciano l’una con l’altra gira e rigira il blister vuoto e io ho gli occhi lucidi la faccia lucida i denti lucidi di dentifricio alla menta, la mente, il contrario – mi dice: tranquilla, davvero, ma io non sono tranquilla e lui è sempre più bianco, si stringe al cappotto – è vestito bene, non come me, giacca e cravatta e la vena in fronte che pulsa, i capelli sottili.
non so la sua età la sua storia, conosco appena il suo nome, me l’ha biascicato in sala d’attesa, siamo qui per lo stesso motivo, mi ha chiesto, bevevo ma ho smesso, mi ha detto, mi hanno dimessa da poco, gli ho detto, scambiamoci i numeri sono un po’ solo là fuori è dura una volta non era così e lui comincia a chiamarmi e mi chiede: portami a casa in farmacia all’ospedale da un amico al bar e io obbedisco, lo porto a casa in farmacia all’ospedale da un amico al bar mi parla al telefono e dice: aiuto e io corro, perché? non lo so, sono un po’ sola là fuori è dura una volta non era così e mi dispiace che so che per me è meno dura di lui che mi dice: accompagnami al pronto soccorso e io guido nervosa, parcheggio l’auto in sosta vietata, gli apro la porta e gli tendo il braccio perché ci si aggrappi.
parlo con l’infermiera al punto triage, le dico, sta male, codice rosso, codice giallo, codice verde, codice bianco, lei alza lo sguardo, lo fissa, mi fissa, voi siete quelli della psichiatria, mi dice, sta male, le dico, mettetevi lì ad aspettare, facciamo una flebo di serenase, lui mi tira la manica e grida tra i denti non voglio, ho solo bisogno di tavor, ci penso io, dico, e gli chiedo, che c’è? si toglie il cappotto, si slaccia il polsino della camicia, la arrotola fino al gomito e dice: guarda, e io non capisco, cristo, si mette a piangere, cosa devo fare? chiede, non so, non lo so, e mi chiedo, che cazzo ci faccio qui e penso, ho paura, ho visto, ho capito, ho capito l’assenza negli occhi ho capito i biglietti da cento e la casa vuota dove mi porta, andiamo, mi dice, lo porto a casa sua madre i capelli grigi ringrazia e mi benedice e dice, aiuto, e ancora oggi, quando la incontro per strada, abbasso lo sguardo; lei mi abbraccia, adesso stai bene? io dico, sì, e non so se per lei è una speranza o una bestemmia, io dico, lui? anche se so che non si guarisce mai.
do i deserve to be? is that the question?
nel primo conto alla rovescia i numeri arrivano come da sott’acqua e come nell’acquario ogni cosa è irreale, i colori delle luci artificiali e il corallo sintetico e i petali di segatura che chiamano cibo, nel secondo conto alla rovescia i numeri arrivano al rallentatore e i fogli del calendario non girano e si incollano uno all’altro e si fa a gara a raccontare più bugie, non è niente e tutto andrà bene, si fa a gara ad arrivare alla fine del conto alla rovescia – chi per primo, chi con la risposta esatta, e le parole sono ancora parole e i sintomi possono avere ancora altri significati e non è niente, non è niente, finché allo zero il lancio parte senza slancio torna indietro e consegnato in data odierna esito e lei continua a girarci attorno e io continuo a girarci attorno e lui continua a girarci attorno, annusiamo le parole sotto la coda finché non ci diventano improvvisamente familiari e nel terzo conto alla rovescia siamo rassegnati al peggio perché sappiamo che c’è un peggio peggiore e se ci concentriamo abbastanza su questo, di peggio, se lo desideriamo abbastanza, pagheremo un prezzo alto ma giusto, pagheremo un prezzo alto ma -
e se partissi non sarei mai abbastanza vicina, e per favore che non capiti niente non è abbastanza non è ancora abbastanza? e ho paura del telefono e ho paura del citofono e ho paura dei giorni che passano perché vanno avanti invece di tornare indietro a quando tutto andava bene, e ho paura di chi dice, è così giovane, e ho paura di chi dice, stai tranquilla, di chi dice, una volta era diverso, ho paura dei presagi e ho paura che mi legga e che si arrabbi e questa storia non la sto scrivendo io e così non posso scegliere la fine né di non finirla, ho bisogno di piantarmi nella terra e non volare non scappare anche se non è d’accordo la mia pelle diventando più sottile più sensibile al contatto come a dirmi, godi adesso che sei in tempo perché poi non c’è più tempo non c’è scampo né alla morte né alla vita, meno dieci meno nove meno otto meno sette non sapevo che così si preannunciasse il cambiamento quello vero, non sapevo proprio niente e il timore di imparare ora si associa al desiderio di invertire la tendenza vorrei scegliere di andarmene per prima ma non posso e non passo dalla porta porto troppo sulle spalle anche ciò che non mi spetta ma la vita non aspetta sembra ieri è già domani già domata, dado, donna.
maybe we just wait/and things will improve
aspettare at/tendere verso l’ora in cui tutto sarà finito, in cui non sarò più at/tesa appesa al filo delle ore che tic, tac, tic, tac, cambiano la loro durata, sono veloci nei giorni di sole sulle panchine, lente nei giorni in cui guardo il telefono e drin, volevo sapere, bene, tu? e drin, hai da fare? no, ma e drin, ancora niente ancora niente chiamavo per dirti che ancora non abbiamo notizie ancora non sappiamo ancora -
e scoprire segreti e tentare di modulare la voce per farla uscire serena ma chiunque si accorgerebbe che fingo, che grido e rido forte e sono troppo veloce per essere vera,
con le dita separava i capelli sul collo, una ciocca a valicare la spalla destra, una ciocca a saltare la spalla sinistra, scoprire le vertebre e il punto sporgente nel quale inizia la schiena, con le dita districava i nodi per crearne di nuovi, trecce che accarezzavano la cartilagine molle delle orecchie prima del tocco lucido della lama, del rumore di zanzara delle forbici.
avvolta nella tenda di lino si reggeva al muro grattando le imperfezioni con i polpastrelli, tornava al momento in cui non sapeva, in cui non aveva ancora imparato parole nuove, parole che mai avrebbe voluto imparare, si aggrappava alle nozioni una scala a pioli per il passato in cui quando era piccola veniva nella loro stanza, il sabato sera, a cantare. era l’unico momento di vicinanza, il suo peso in fondo al letto a deformare il materasso e la sua voce al buio, l’odore verde del bagnoschiuma e di quel profumo che ormai nessuno lo usa, le note, il modo in cui il canto andava a scemare come alla radio abbassando il volume prima di uscire, la porta chiusa alle spalle e gli ultimi versi attutiti dal vetro.
aveva un cassetto pieno di parole, un armadio, una casa, addirittura, e adesso che le cerca trova un sacchetto in fondo alla tasca, una caramella abbandonata in fondo alla borsa che tanto mica la mangerà mai insieme ai pezzettini di tabacco e ai fogli strappati dal taccuino attraverso i quali cercare di ricostruire una storia che non c’è anche se le è cresciuta in testa come una pianta di quelle che vanno strappate, che le è cresciuta nella nebbia della pianura e del prosecco e vorrebbe avere una scatola per mettere via tutto quanto -
ma poi mi accorgerei che è piccola, la scatola, rispetto ai pensieri alla storia, piangevo mordendo il cuscino quando cantava quella canzone ma non avevo il coraggio di confessarlo per paura che non tornasse più, che ci restasse male, che non capisse. il capitano della canzone, nella mia testa, aveva i baffi uguali ai suoi e
memory lane
Torno spesso a quel primo ricordo al ricordo in cui avevo anni: quattro, e mi ero arrampicata sulla poltrona, torno spesso a quello che credo essere il mio primo ricordo ma ormai nemmeno lo ricordo davvero, è un solco nel disco della memoria ma la puntina del mio pensiero ha perduto aderenza e – mi ero accucciata sulla poltrona stringendo un maglione nero e peloso – salto, deformo, distorco.
Il maglione era di mia madre e non so perché fosse sulla poltrona, perché l’avesse lasciato a casa perché non l’avesse portato con sé; mi chiedo se nel momento prima il momento che non ricordo prima che inizi quel primo ricordo mia madre si sia vestita di fretta abbia scordato il maglione chinandosi sulla mia fronte per salutarmi e uscire e sparire, mi chiedo se nel momento prima il momento che non ricordo prima che inizi quel primo ricordo io abbia salito le scale, sia entrata nella camera grande e in punta di piedi abbia aperto l’armadio, in ginocchio abbia aperto i cassetti cercando e trovando il maglione nero e peloso con una spilla appuntata sul collo, un cammeo, un profilo di donna perfetto, scolpito, la nuca una curva così seducente i capelli raccolti, il colore chiaro ma caldo di quella pelle incisa o intagliata – in quel primo ricordo stringevo il maglione col naso affondato in mezzo alle fibre per annusarlo, il maglione aveva il suo odore e l’odore della sua assenza, il maglione aveva due odori ma uno e l’uno mai avrebbe dovuto conoscere l’altro e mai io avrei dovuto conoscere se non il primo e invece di quello dell’altro me ne riempivo i polmoni per accettare di essere, per la prima volta, davvero da sola, per insegnare a me stessa che la solitudine è morbida e calda e profuma di buono e funziona bene sia come cuscino che come coperta anche se pizzica un po’ e non si muove se non se ci infili dentro le braccia e stringi te stessa, per ingannarmi dicendomi no, non è colpa mia, anche se dal telefono rosso che funzionava solo per finta avevo sentito il contrario, sei stata cattiva e allora la mamma non torna, e mica sapevo che era uno scherzo, che i grandi nella stanza dei grandi nascosti guardavano me stortare la bocca arricciare il naso e poi stropicciarmi gli occhi di pianto e finite di là le risate qualcuno sarebbe arrivato a prendermi in braccio e dirmi, ci avevi creduto? perché a quell’età si crede a ogni cosa se quello che dice la cosa è serio abbastanza, è l’età in cui ci si deve fidare per forza e prender per buona ogni parola è un’età non tanto diversa da quella di adesso, da questo punto di vista, e non ho nemmeno il maglione.
i’m never gonna know you now/but i’m gonna love you anyhow
quando mi tende l’ombrello ormai è troppo tardi e ho i capelli zuppi e pesanti e l’acqua mi chiude gli occhi, scorre tra le ciglia e le tira verso il basso, la pioggia mi arriva in bocca nel naso dappertutto, ormai sono arrivata, faccio un cenno, non importa, e invece importa e perché non eri lì all’uscita, con l’ombrello, perché il cielo non si è placato almeno per un po’, e l’auto non si riscalda e tremo, penserò io a me, mi penserò e mi allungherò un ombrello quando pioverà forte.
il dramma, dice, è capire di non essere stati amati, di capire che amato lo è stato quasi nessuno, dice, si gratta la cicatrice che ricalca il collo della maglietta, un lavaggio sbagliato o forse molti lavaggi e ha perso il colore, ti prego, non metterti a piangere, penso, ha ragione, dico, è vero, aggiungo, penso, il dramma è pensare di non essere stati amati perché nessuno ci ha amati nel modo in cui avremmo voluto e chissà perché pensavamo che tutti i tipi di amore fossero in fondo diversi, più intensi, più simili a quelli di cui non conosciamo gli screzi, più simili agli involucri degli amori che vediamo solo davanti senza sapere che dietro la cerniera è rotta e ci sono strappi e cuciture e a volte è solo che non sappiamo a chi darlo, l’amore, ne abbiamo la pancia piena e ci riesce indigesto e dobbiamo per forza darlo a tutti a qualcuno – guardami guarda qui, cos’è questa cosa se non un tentativo di abbraccio, se non un tentativo di sguardo che agganci tutti gli sguardi che per gioco o per caso capitano da questa parte, se non un tentativo di stringere tu e tu e tu, dico a te, chiunque tu sia, chiunque tu sia stai leggendo e parlo con te, e non c’è altruismo in questo dare e dare e dare e porgere il collo offrire le labbra, è solo che voglio che tu che anche tu alla fine -
e stringo le mani che mi vengono tese da sotto un vetro e stringo altre mani mentre accompagno corpi attraverso la porta, si accomodi pure, la mano destra era il corpo e quell’altra la mente e le abbiamo intrecciate per fare la pace ed ho pianto, mi dice, e cerco di convincermi che davvero non c’è differenza tra le due cose, che dentro e fuori in un modo o nell’altro finiscono per rassomigliarsi più di quanto ci sembra guardando lo specchio, che la frattura si ricompone da sola e se sei qui è perché in fondo lo sai, che ti sto accarezzando la testa, che scelgo di tenere le mani lontane dai miei capelli qui sulla tastiera e chiudo gli occhi per sentire da dietro davanti ogni lato altre mani, mi ami?
270409
la casa è rimasta uguale fuori e dentro, cambiano i nomi sul citofono e cambiano le vie e i palazzi tutto intorno, gli alberi piantati quando ero bambina adesso sono alti e proiettano le ombre sui viali e sulle donne in libera uscita sedute sul prato coi loro sacchetti di plastica pieni di cibo, bottiglie, lattine, qualcuna ha preparato un dolce in una teglia di alluminio usa e getta e lo offre alle amiche, ciò che era periferia è diventato centro e certa periferia resta sempre periferia due volte periferia, della città vecchia, della città nuova, là c’erano campi e di notte andavamo in auto a ballare sulle buche fangose per non pagare il biglietto delle giostre vicino, questa lingua mi è estranea e contraggo il muscolo corrugatore nello sforzo attentivo richiesto dalle sfumature, vocali chiuse, vocaboli oscuri, annuisco e cerco il suo sguardo in attesa di una spiegazione ma perdo dei pezzi, la traduzione è sommaria – mi dice, prima avevo bisogno del mestolo e non ricordavo il termine giusto in dialetto, lei non ricordava quello italiano, non riuscivamo a capirci, capisco, dice, capisco tutto ma non riesco a parlare, e il sole fuori riscalda la pasta gettata al lato del marciapiede qualcuno che dà da mangiare ai randagi è vietato, tiene le porte chiuse nel corridoio anni fa erano aperte ma adesso le basta una stanza alla volta, vedi il palazzo di fronte? pensavo che fosse un grattacielo e poi era rotondo, un tempo sembrava il futuro e chissà perché nel futuro usavano specchi al posto delle finestre, sapevano già che saremmo stati molto più vanitosi anche lei che vestita di strati vestita di stracci solleva la gonna più lisa e mostra la buona e sorride uno dei rari sorrisi, è arrabbiata con tutti persino coi morti è arrabbiata di quella rabbia bambina di quando nessuno ti dà quella cosa che proprio vorresti e ancora non sai che in un certo momento saranno altre le cose importanti, altri i desideri e i bisogni, e invece si vede che dopo ritornano uguali, in qualche modo mi viene da dire, vicini alla base, e quando dice che è sola lui ride e fa cenno di non dire niente, non sa che è malato, non dirlo, ma sono tranquillo, mi giura, mi abbraccia, mi sono vestita nell’imitazione dei grandi, la giacca a costine e la sciarpa di stoffa leggera, elegante, saluta la mamma, mi dice, lui spiega, non abita più insieme a noi, ma lei è rimasta al momento in cui la città era una e il mio accento diverso, al momento in cui ogni tanto saltava fuori il discorso, potremmo vivere qui, ma poi c’era sempre qualcosa ed è vero che il lago è vicino ma è un altro e forse saremmo finiti in uno di quei condomini ai quali pensavo nei giorni in cui la maestra parlava di babilonia e dei suoi giardini, li ho visti, si va in autostrada e dopo tre musicassette e giocare alle targhe si arriva, mi manchi mi manchi mi mancano tutti – tu dici, che brutto essere vecchi, io penso che spero di potermi vedere invecchiata in te tra trent’anni o quaranta.
220409
non mi viene niente di meglio da fare che frugare nella borsa cercando i fazzoletti, non mi viene niente di meglio da dire che, non si preoccupi, non mi viene niente di meglio per rispondere alle sue scuse che, non importa, e una parte di me si tende e l’altra ritrae la mia ombra, l’ombretto verde si spalma sulla carta assorbente e chissà da quanto tempo non si truccava e stamattina quando si è alzata sapendo che sarebbe dovuta venire qui ha preso matita e pennello e si è dipinta gli occhi nello stesso colore delle iridi e tutto intorno la sclera ormai è rossa e lucida e mi racconta di quella volta che è andata a ballare, la prima e ultima volta, il momento più bello, e del modo in cui si nasconde e vengono tutte dallo stesso posto, queste donne, nate altrove e sradicate e soffrono la stessa solitudine e la dicono con lo stesso accento e amano gli stessi sapori che consolano meglio di me che lego i capelli per sembrare più grande e mi danno lo stesso del tu e la vita mi è passata intorno agli occhi e alle labbra senza lasciare segni se non quelli della varicella, se non quelli che ho scelto, se non quelli presenti già dal principio, e in un altro ospedale in questo stesso momento non è lui a vestire di bianco è lui a svestirsi e sfilare l’anello e sganciare la catenina dal collo e offrire il torace ai raggi e il braccio all’ago a farfalla, è lui che aspetta in corridoio in silenzio e forse legge il giornale o ha portato un libro per ingannare l’attesa ed è solo più tardi che ci ritroviamo mentre torno a casa e lui è tornato in ufficio e non mi viene niente di meglio da fare che raccontargli di altri dolori che non siano il suo, e non mi viene niente di meglio da dire che, mi sono legata i capelli e mi danno lo stesso del tu perché so che è contento sapendo che un po’ sono bella, soprattutto negli occhi dove gli somiglio e mi chiede del tempo e mi dice di andare a fare una passeggiata, e io penso a quelle volte che siamo andati nel bosco, la prima volta facevo fatica ma l’ultima volta tenevo il suo passo, i momenti più belli, gli dico dell’insalata che mi preparo la sera perché, anche se non lo dice, io so che ci tiene, mangiare verdure e tornare presto la sera, fare il mio dovere, volere bene all’auto scassata che era la sua anche quando fa caldo persino con il finestrino abbassato, chiamarlo domani anche se ha detto non ce n’è bisogno, ma so che la aspetta.
