in tutte le case che mi portano a vedere ce n’è almeno uno – io lo chiamo: angolo triste, ma non deve essere un angolo per forza – può essere una stanza intera o una sedia, la vista dalla finestra o un interruttore rotto – e allora mi immagino, se vivessi qui in certi giorni non potrei entrare in questa stanza o sedermi su questa sedia o guardare fuori da questa finestra o passare vicino a questo interruttore senza sentirmi triste e lontana da casa, dall’idea che ho di casa che però è solo un’idea e ancora non esiste e chissà se esisterà mai. ci deve essere qualcosa di quell’idea di casa, in una casa, perché io possa pensare di abitarci; può essere una (o quattro) sedia rossa, un frigorifero giallo, una grande libreria o un balcone da riempire di vasi per piantare la salvia e il rosmarino, l’origano e la menta, la lavanda; un muro su cui appendere le foto in bianco e nero.
non ho ben chiare quali siano le cose che mi piacciono, in generale. alcune le conosco, altre mi sembra di darle per scontate, come un sapore a cui si è abituati ma in realtà non ci mancherebbe, dovessimo farne a meno. quando salgo in auto per tornare indietro mi accorgo di finire sempre per ascoltare le stesse canzoni, per esempio, anche se le ho scelte tutte, quelle che sono lì, ma poi quando iniziano le riconosco da una nota e passo avanti. le ascolto solo quando mi sento di un particolare colore ma stonano con tutti gli altri.
tre
due
io non ci credo più, dico, ma non specifico in cosa, non specifico in cosa neanche mentre penso la frase: io non ci credo più, tanto io lo so cosa intendo, non ho mica bisogno di dirmelo, mi dico, anche se so benissimo che non funziona proprio così.
per esempio mi vengono in mente due cose, una bella e una brutta; entrambe non le ho mai né scritte né dette né pensate. quando devo pensarle ci giro intorno, mi dico, ma sì, quella cosa lì, lo sai cosa, sai a cosa mi riferisco, annuisco e passo avanti. faccio così perché, in questo modo, restano acerbe e ho l’illusione di poterle tenere come chiuse in un cassetto, un cassetto come quelli in cui metto dentro le cose e poi non li apro per mesi o più se non quando decido che devo fare pulizia, non nel cassetto, in generale, dico, fare pulizia, e allora inizio dalle cose che si vedono, prendo un sacco della spazzatura e ci infilo tutto quello che non mi serve – tutto quello che non mi serve in quel preciso momento, anche se so che magari di lì a qualche giorno quella cosa potrebbe servirmi o potrei sentirne la mancanza, non importa – poi passo agli armadi, li svuoto sul letto, da un lato faccio il mucchio delle cose che forse voglio tenere, dall’altro il mucchio delle cose che forse voglio buttare, altre cose ancora le infilo direttamente nel sacco della spazzatura, e così via. poi il cassetto, per ultimo. quando arrivo al cassetto di solito mi sento stanca e impolverata e finisce che mi siedo per terra, mi rigiro il contenuto del cassetto tra le mani, rimetto tutto dentro e mi dico, la prossima volta.
e allora non va bene l’esempio del cassetto perché quelle due cose, quella bella e quella brutta, non vorrei mai dovermele rigirare tra le mani, e non vorrei dovermi rigirare tra le mani neanche quella cosa in cui non credo più, che poi non è una cosa, sono più cose, forse, due, diciamo, non riesco a capire se è una cosa sola o sono due cose diverse e forse finché continuo a fare così, a non specificare cos’è quella cosa in cui non credo, resterò nel dubbio.
forse sarebbe più semplice se dicessi o pensassi, non ci credo più ma non a una cosa specificata o non specificata – una cosa che in realtà forse non è una cosa sola ma due o più di due – ma – ecco, potrei disegnare una faccia, alla cosa o alle cose, una bocca, un naso, due occhi, le orecchie ai lati. darle un nome o dei nomi. in questo modo potrei smettere di credere a una cosa con un volto e non a una cosa in generale, alla cosa o alle cose in generale, potrei continuare a credere anche in assenza di prove e forse mi sentirei meglio. forse. la mia paura è che dopo avere disegnato alla cosa una bocca, un naso, due occhi, le orecchie ai lati, guardandola nel modo in cui si guarda una cosa per decidere che nome dare, alla cosa o alle cose, dovrei darle il mio. un bel problema. chissà perché si dice: un bel problema, quando si intende in realtà il contrario. chissà perché quando i pensieri si trasformano in parole diventano duri. chissà.
mindfulness
con la luce spenta e gli occhi bendati si doveva girare la stanza, allungare le mani per riconoscere gli altri con le dita oppure lasciarsi portare in giro da chi ancora era in grado di vedere e seguire le sue indicazioni per non inciampare; sdraiarsi sul pavimento e sentire prima la sensazione delle piastrelle contro la schiena, duro, freddo, poi il calore dell’unico fiato formato da tanti fiati diversi in cerchio intorno – indovinare il tocco sulla spalla e quello sul ginocchio e quello sulla pancia e ricordarsi così di essere corpo che sente e non mente che vede. ogni notte prima di addormentarmi immagino una morte. mi sdraio sul fianco, piego il cuscino tra il braccio e la testa, penso. ritrovarsi d’improvviso consapevole dello spazio occupato e di quello vuoto, cercare di raggiungere le pareti per avere una guida e trovarle inaspettatamente lontane. se il punto dal quale mi lancio prima di addormentarmi è un ponte sento il fischio dell’aria nelle orecchie, il corpo fa in tempo a fare una mezza capriola – la testa è più pesante e cerca il suolo prima delle ossa – l’attrito che fa la caduta tra i vestiti e la pelle. a volte invece guido fino ad arrivare a quella curva da cui si vede il lago, accosto, spengo il motore ma lascio accesa l’autoradio, ascolto una canzone. lascio le chiavi nel cruscotto, scendo e scavalco il guardrail e salto – il vestito si lacera contro gli spigoli della montagna, si rompono ossa, se sono fortunata picchio la testa e svenuta continuo a rimbalzare fino a dove la valle finisce, non ho più la faccia.
con la luce spenta e gli occhi bendati si deve camminare non pensando a chi ci guarda. la pressione di un pulsante preannuncia il gracchiare della musica, la griglia degli altoparlanti la spezza come il fumo con la voce. adesso muovetevi al ritmo della musica, dice, fate finta di essere la musica. mi siedo per terra e metto la testa tra le gambe. ho paura del buio.
prima di addormentarmi penso, alcune aspirine. non ho mai preso davvero l’aspirina, ma mi serve per immaginare di sciogliermi il sangue. chiudo il gatto nel trasportino, lascio un biglietto sul mobile all’entrata che avverte di non entrare in bagno, chiedo scusa. mi arrotolo sul fondo della doccia e mi lascio piovere addosso l’acqua calda, incido il collo nel punto in cui pulsa.
non avere paura del buio, dice, non ho paura del buio, rispondo, ho paura di quello che nasconde e di quello che non vedo.
prima di addormentarmi trasformo ogni dolore in malattia e respiro attraverso i tubi.
appoggia le mani sulla pancia, tra l’ombelico e le costole, dice, e spingile in alto col respiro. a volte mi accorgo di stare trattenendo il fiato, devo ricordarmi, riempi i polmoni, svuota i polmoni, oppure mi ossigeno di piccole quantità veloci, come i cani d’estate. appoggio le mani sulla pancia, tra l’ombelico e le costole, e le spingo verso l’alto col respiro. brava, mi dice, così. continua, mi dice, e io continuo, mi allarga il palmo sulla fronte e io inizio ad agitare le gambe come se mi stesse strangolando, irrigidisco le spalle, va tutto bene, dice la voce, ma è lontana e se è lontana non può saperlo, che va tutto bene, che andrà tutto bene. esco dalla stanza correndo sulle calze di spugna.
uno
il problema, in realtà, è due problemi, anche se si potrebbe formulare in entrambi i casi con le stesse parole – cambia la domanda ma cambia in modo sottile, così sottile che se non ci pensassi anche a me sembrerebbe di trovarmi di fronte a un solo problema quando in realtà ce ne sono due.
ci sono delle cose che si fanno per arrivare all’altro. apro una parentesi: credo che tutto o quasi possa ridursi a una cosa soltanto, a differenza del problema – non vogliamo sentirci soli e faremmo qualsiasi cosa per poterci condividere. chiudo la parentesi.
mi viene in mente quella volta in cui ho pensato, qual è la differenza tra me e loro? perché mi sembrava che il problema – quel problema – stesse lì, in quella differenza. il modo in cui ridono, il modo in cui scherzano, mi sono risposta. e alla fine era vero, tant’è che quando ho iniziato a imitarne la risata e il modo di scherzare, dopo averli osservati a lungo, hanno iniziato a chiamarmi per uscire, a cercare di prendermi in braccio mentre giocavamo sul campo da basket, a chiamarmi amica. però non erano amici di me, erano amici di quella persona che rideva nel modo in cui ridevano e scherzavano nel modo in cui scherzavano, e alla fine mi sentivo tanto sola quanto prima. questo è il problema numero uno, la differenza tra chi siamo e chi cerchiamo di apparire. il problema numero due, invece, è la differenza tra chi siamo e chi pensiamo di essere, ma di questo ho già parlato o parlerò un’altra volta.
il problema numero uno si presenta spesso perché sembro mancare sempre di qualcosa, un dettaglio, un particolare, chiamatelo come volete; oppure eccedere in qualcosa, nel qual caso il lavoro diventa di lima, sta nell’indossare una compostezza che non mi appartiene. e mi chiedo, ci sarà pure qualcuno da qualche parte che manca delle stesse cose di cui manco io, che eccede al mio stesso modo, e con questo qualcuno potrei, immagino, parlare senza fare troppa attenzione alle parole che mi escono di bocca e, in generale, smettere di fare attenzione a me stessa, di guardarmi fare le cose che faccio per sapere sempre quando correggere il tiro.
scrivere fa parte di quelle cose che facciamo per non sentirci soli, credo. non è del tutto vera, questa affermazione, la correggo inventandomi un dialogo tra me e un ipotetico tu.
due punti aperte le virgolette: la cosa che non capisci è che io, scrivere, scriverei lo stesso. tu dici, non è che non la capisco, non ci credo, ed è qui che posso risponderti, è proprio questo il problema, se tu capissi come dici non potresti non crederci perché sapresti che è vero. tutte le cose che significhi non significano niente quando sono da sola con il bianco e un sacchetto pieno di lettere dal quale pescare e cercare di tirarne fuori qualcosa; o meglio, significano una cosa diversa, una cosa che sta tra me e la mia testa, non tra te e me.
in realtà poi, per specificare meglio la questione, scrivere è come alzarsi presto la mattina, mettersi in marcia per arrivare in cima alla montagna prima che il sole si alzi troppo, arrivare lì e sull’orlo del precipizio iniziare a gridare, c’è nessuno? -uno, -uno, -uno, risponde l’eco. insomma, sappiamo benissimo che in cima alla montagna ci saremo noi e noi soli, eppure ci prendiamo la briga di alzarci presto, metterci in marcia eccetera e, sull’orlo del precipizio, chiamare.
the game of life is hard to play/i’m gonna lose it anyway
lei non mi aveva riconosciuta perché non ricordava niente. io credevo di sì e l’avevo salutata, ecco come avevamo iniziato a parlare. l’avevo salutata e lei aveva ricambiato il saluto, si era avvicinata e mi aveva detto, scusa ma non sono sicura di sapere chi sei. io avevo pensato, impossibile, eravamo qui insieme una settimana fa, ma ero stata zitta. a mia nonna hanno detto, scriviti le cose che non ti vuoi dimenticare, ma lei si dimentica di averle scritte, dove ha messo i biglietti, a volte dimentica di scriverle. sei venuta qui a trovare qualcuno? mi aveva chiesto, allora avevo sorriso e le avevo detto, no, no, controllo. si stupiscono perché mia nonna si ricorda alcune cose successe molti anni fa, ma è normale, le ha raccontate e sono diventate storie, stanno da qualche altra parte e resistono mentre le non-storie vengono cancellate fino a che le storie non diventeranno vita e penserà di avere ancora vent’anni.
scusa se non mi ricordo di te, non importa, a volte mi capita, succede a tutti, ho questi periodi questi momenti in cui le cose succedono ma io sono altrove, e allora ho annuito, lo so.
pensavo che qualche giorno prima eravamo nello stesso punto, io appoggiata al muro, lei che teneva aperta la porta con la punta del piede perché non si chiudesse lasciandoci fuori.
mia nonna prende i vestiti della badante e li butta dalla finestra. una volta ha mangiato dieci scatole di tonno una dopo l’altra, buttava le latte vuote nella spazzatura e pensava di non avere ancora cenato.
pensavo alle cose che mi aveva raccontato e a quelle che le avevo raccontato io, e non sapevo se fare finta di niente per giocare ad armi pari o dichiarare in modo esplicito la superiorità che mi veniva dal sapere di lei più cose di quante immaginasse. gli squilibri di potere mi fanno sempre sentire impotente.
mia nonna ricorda solo i nomi di quelli che sono già morti. vuole andare al cimitero a trovarli o a fargli compagnia.
le ho detto, mi chiamo, le ho detto, anni, studio, ho aggiunto, una settimana fa ero qui, mi sono corretta indicando una qualche stanza dietro la barriera di porte e vetri e serrature, anzi lì.
lei ha dilatato le pupille, si è coperta la o della bocca con la punta delle dita. perché? mi ha chiesto, ha aggiunto, anch’io. ho abbassato lo sguardo pensando al suo corpo nudo e bianco contorto sulle piastrelle lerce del corridoio, al modo in cui si era liberata dei vestiti, delle lenzuola che cercavano di avvolgerla, delle mani intorno ai suoi polsi. non devi rispondere per forza, mi ha detto, attribuendo il mio imbarazzo alle parole sbagliate.
quando mi accorgo che sto iniziando a scordarmi una cosa che mi è successa la scrivo. ogni volta che la riscrivo cambia, ma almeno resta al sicuro. io avevo già raccontato la storia così tante volte che ormai era diventata davvero una storia da raccontare, con un inizio e una fine e, in mezzo, alcune pause a effetto. le ho descritto il modo in cui avevo chiuso tutte le imposte e la porta a chiave lasciando la chiave nella toppa. le ho descritto il modo in cui avevo forzato la cassetta di sicurezza. le ho elencato i veleni che conteneva. ho portato la mano alla tasca per mostrarle che non avevo tremato nell’estrarre la boccetta di antiemetico, lei tratteneva il fiato e si stringeva nelle spalle come se avesse freddo. poi ho preso la bottiglia, ho detto, allora hai fatto sul serio, ha detto lei. adesso siamo più o meno pari. se chiedi a mia nonna come si chiama ti risponde, non sono mica cretina, solo che adesso non mi viene in mente.
bruises on the fruit
nel sogno ero kurt cobain e avevo circa sedici anni, i capelli impastati in testa e in faccia e un paio di mutande lunghe, il torso scavato come una mela masticata, gli spazi intercostali come i segni dei denti. una volta ho visto un documentario su una coppia di rumoristi. nel sogno era quasi il mio compleanno e avevo chiesto a mio padre dei dischi o un frullatore o entrambe le cose. hai otto minuti per scegliere, mi diceva. i rumoristi stavano in una sala buia, illuminata dalle immagini proiettate sul muro, e spaccavano angurie con il martello. nel sogno mio padre indossava una canottiera e la barba di tre giorni, forse un anello per lasciarmi il segno quando mi picchiava. le angurie spaccandosi facevano rumore di ossa rotte. gli schiaffi fanno rumore di bistecche sbattute o di frutti maturi che cadono a terra da una certa altezza. i rumoristi facevano galoppare i cavalli con i gusci di noci di cocco, una macedonia di suoni. nel sogno ero kurt cobain e andavo in giro in mutande. non sono sicuro che mio padre fosse davvero mio padre. era un tizio che ci era finito in casa e nessuno aveva il coraggio di mandarlo via, soprattutto quando era ubriaco. i rumoristi sembravano divertirsi un mondo, a inventare rumori più veri dei rumori veri, perché nei film, o a teatro, le cose, per sembrare vere, a volte devono essere molto più finte. ero cobain e andavo in giro in mutande ma poi trovavo un paio di pantaloni della tuta nei cassonetti della spazzatura. li indossavo e pensavo, questi resteranno per sempre i miei pantaloni preferiti. ero cobain e avevo scritto i miei desideri su un foglio bianco, mio padre lo teneva in tasca accartocciato. i rumoristi erano un uomo e una donna, senza di loro i film proiettati sul muro erano finti, la pioggia cadeva venendo assorbita dal marciapiede, un mondo di spugna, di impatti attutiti.
cosa vuoi, mi aveva chiesto, e io non ricordavo più cosa volevo. mio padre allora mi aveva teso il foglio e io avevo sentito i muscoli contrarsi in difesa mentre lui allungava il braccio e la mano. avevo spianato le rughe del foglio e avevo letto: dischi di rock duro. nessuno parla così, nessuno dice rock duro se non nei sogni. avevo letto: un frullatore. e barra o. dischi di rock duro e barra o un frullatore. i rumoristi avevano un tavolo pieno di oggetti di ogni tipo e sapevano farli suonare. nel sogno ero kurt cobain e sapevo di essere un musicista ma non suonavo mai, non nello spazio e nel tempo del sogno.
nema fictione
contro le estetiche ipocrite che offuscano vista e umore, infilate a forza in bocca a provocare falsi vomiti graffiando gole, rendendo stridule voci liquide di metalli incandescenti – contro le illusioni ipomaniacali degli stati misti, contro i gioghi delle prime eiaculazioni cerebrali e le ball gag di fiche depilate a bassa definizione lascio che le punte dei capelli si biforchino come lingue di menzogna sulla mia schiena nuda e graffiata – la testa immersa nel latte bianco della pagina, le parole si trasformano in bolle d’aria che scoppiano senza rumore nel momento in cui raggiungono la superficie visibile come nei sogni nei quali le dita si paralizzano e non riescono a comporre il numero di telefono le gambe si paralizzano e non riescono a correre come nei sogni nei quali le corde vocali si paralizzano e nei sogni siamo tutti belli come nei film.
questo posto non è mai stato un luogo ma un dialogo e quando il semaforo è giallo non so mai cosa fare, rallento per poi accelerare, m’inchiodo al passato per scordare l’assenza di presente, occupo incroci ridendo del futuro che proietta le sue ombre cinesi illuminate da televisori accesi, scelgo il reale sull’immaginario per potermelo inventare e non trovarmi alla mattina dentro al letto il volto sfatto di bellezze proiettate struccato dal sudore e dai cuscini, ai messaggi in bottiglia preferisco le bottiglie e preferisco sempre il sangue allo sciroppo, il finale che sia triste o che sia lieto al cinismo da discount che va di moda, la mia pancia non è piatta non è soda fa una curva ed è smagliata ma smagliante è il mio sorriso, il mio sguardo penetrante – preferisco che sia tu ad aprir le cosce – preferisco teste dure non mi importa se le chiappe sono flosce.
childhood
cosa vedi nelle macchie. ha la faccia così stretta che i capelli, nerissimi, sembrano andarle larghi come un cappello sformato. puoi prendere le tavole in mano, girarle. la targhetta appuntata sul petto, sul camice bianco, è sfocata. non ci sono risposte giuste o sbagliate. i capelli sembrano un casco. casca la terra, casco di banane. non pensare troppo alle risposte, la prima cosa che ti viene in mente. i denti sporgenti, spinti in fuori dalla stessa forza che comprime lo spazio tra le orecchie. ti dispiace se prendo appunti?
la ferita nella pelle che ricopre la sedia e scopre la gommapiuma. tutti i culi che si sono mossi avanti e indietro sulla sedia, la morbidezza delle mutande buone graffiata dalla carta srotolata sul lettino. chiudi gli occhi e allarga le braccia, tocca la punta del naso alternativamente con l’indice destro e poi col sinistro.
l’onda anomala dei miei pensieri sul tracciato elettroencefalografico i miei pensieri non sono così, aguzzi come le montagne disegnate da un bambino. i miei pensieri sono onde e spirali, inchiostro per tatuaggi e istantanee sovraesposte.
un verme. c’è un verme che scava tunnel nella materia grigia come nella polpa delle mele in montagna. per questo preferisco le ciliegie selvatiche, aspre. rosicchia i ricordi. nella memoria addolcisco sempre i visi, limo nasi, disegno sopracciglia. chirurgia estetica del ricordo. sono quasi alta come lei ma non sarò mai più alta di così – lo sarò solo in un altro tempo e in un altro posto, non potrò mai raggiungerla. le tavole sono piene di seni sporgenti, sederi prepotenti, animali notturni. due volte al giorno prima dei pasti, ne parliamo la prossima volta.
i miss the comfort in being sad
se cerchi di ricostruirmi trovi dei buchi. come se la mia velocità media fosse diversa dalla velocità media della maggior parte delle persone che conosci, nel senso: ci sono delle età e ci sono delle tappe, e se cerchi di ricostruirmi potresti pensare che alcune le ho saltate, altre le ho raggiunte di corsa, più d’una allo stesso tempo. se mi parli hai la stessa impressione, che in certi momenti io sia molto lenta e in certi altri troppo veloce. cambiano anche le parole che uso: a volte sono fuochi artificiali di rime e allitterazioni e corrono più degli occhi che le stanno leggendo, delle orecchie che le stanno ascoltando – altre volte sono piombo fuso che si dilata nello stampo delle storie che racconto.
mi è venuto il dubbio, dici, che il tuo nero non sia semplicemente nero, che il tuo rosso non sia semplicemente rosso.
suona la sveglia e mi devo interrompere. apro il cassetto, lascio cadere nel palmo della mano tre pastiglie, due sono bianche, una è arancione chiaro. non sono rivestite e quando cerco di deglutirle con abbondante acqua mi si fermano per un attimo in gola, la lasciano amara.
una farà effetto quasi subito, mi rallenterà i battiti e mi slegherà il torace, le altre hanno bisogno di accumularsi giorno per giorno per cambiare la chimica dei miei pensieri.
domenica sono tornata a casa, mi sono messa il pigiama, ho pensato: la doccia l’ho fatta stamattina, so che dovrei e vorrei rifarla ora, ma non ce la faccio. la farò domani. adesso è venerdì e le volte in cui sono uscita dalla stanza si contano sulle dita di una mano o poco più – ho indosso lo stesso pigiama e vestiti e pelle sono impregnati di stanchezza e di fumo.
non riesco a muovermi. quando sto in piedi non sono mai veramente in piedi – sono curva su me stessa, mi sposto trascinando i piedi, appoggiandomi al muro con la mano. lui mi ricorda a intervalli regolari di bere, di mangiare, di andare in bagno.
quando cerco di parlare la voce non mi esce, come se dovesse percorrere una strada troppo lunga tra la gola e i denti e fuori arrivano solo brandelli di parole soffiate, e al posto del punto alla fine della frase la dispnea, come se avessi fatto le scale di corsa.
in altri momenti non riuscirei a stare ferma e farei qualunque cosa camminando veloce e con lo sguardo per aria parlerei con la voce troppo alta aprendo parentesi che non chiuderei, dormirei quattro ore per notte ma senza sentirmi stanca, prenderei il telefono per chiamarti alle due perché ho così tante idee in mente e devo per forza condividerle con qualcuno, un sorriso smagliante, una risata contagiosa, la battuta sempre pronta. in quei momenti giurerei di sentirmi bellissima e piena di talenti, scatterei fotografie perché le parole non mi basterebbero più – lui dovrebbe ricordarmi a intervalli regolari di bere, di mangiare, di andare in bagno. di dormire, sai che se non dormi poi è peggio.
poi arriverebbe il momento in cui anche camminando veloce la pelle mi starebbe stretta, anche parlando con la voce troppo alta e mangiandomi le parole – come se non ci fosse spazio tra la gola e i denti – le cose che penso si affollerebbero da qualche parte tra le ossa del cranio e dietro gli occhi – arriverebbe il momento dell’acceleratore premuto sempre fino in fondo e – hai capito, no?
il nero non è semplicemente nero, il rosso non è semplicemente rosso, il verde è quello dei muri dell’ospedale.
nothingman
cambia il fianco che ti porgo perché l’altro è illividito e mi fa male, cambio idea su quelle cose che pensavo che ho pensato proprio fino a quel momento in cui hai deciso che eri stanco di cambiare e sei tornato la persona che proietta solo l’ombra di se stesso che nel caso di un incendio pensa solo alla sua fuga che non torna sui suoi passi nel timore delle fiamme pur se sente il mio gridare, cambia il fianco sopra il quale mi addormento nel timore che il fantasma delle volte che non siamo stati insieme a condividere un cuscino nella notte possa prendermi alle spalle e strangolarmi – non mi fido delle cose che non hanno consistenza, che si sciolgono malgrado faccia freddo che mi lasciano le dita appiccicose di ricordi di promesse di menzogne pronunciate con il corpo, tutto quanto – non mi fido della carne di nessuno tanto meno della mia – chi tradisce poi non smette, devo ammettere che almeno in quanto a questo sei costante né mi costa l’ammissione, è colpa mia – già vedevo tutti i sintomi ma invano li chiamavo mie paure, preferivo un lieto fine senza accorgermi che già lo preferivo raccontandolo a me stessa, che già più non ascoltavi – l’hai mai fatto? – non importa la risposta, la domanda è posta male, che sia falso o che sia vero è sempre falso, circolare.