tre
la prima volta che ho tinto i capelli di rosso è stato il giorno prima di suicidarmi. mi ero suicidata altre volte, prima, ma sempre con i capelli neri, e non conoscevo l’importanza degli antiemetici, della plastica a foderare il respiro. mi guardavo allo specchio, mentre il parrucchiere mi avvolgeva i capelli nella stagnola, e mi rendevo conto che il petto non si alzava nel momento in cui inspiravo, un poco prima, e ogni tentativo di sincronizzare aria e movimento andava a vuoto, l’ossigeno finiva per salirmi alla testa e gonfiarla come un palloncino, volavano i pensieri. qualunque sia il taglio, l’aria calda del phon e la spazzola rotonda asciugano i capelli come se fossero la cappella di un fungo, i bordi piegati a nascondere la spugna o le lamelle, ad avvolgere zigomi e mento e solleticare la nuca dove diventano peli radi e finiscono in osso.
mi sono avvolta col cellophane gli occhi, il naso, la bocca, giù fino al collo, avvolta come un avanzo, come i gambi dei sedani al supermercato. le braccia scattavano in alto come se ci fosse un meccanismo nella schiena a comandarle, non avevo il controllo sul mio corpo né da viva né da morta. con il pettine divideva le ciocche, le arrotolava sul dito, le fermava con la pinza e io mi vedevo estranea e gialla sotto la luce dei faretti, il resto di me era ammucchiato a terra vicino alla scopa, il resto di me stava lacerando la pellicola per alimenti, le mani l’appallottolavano, la infilavano in gola, tossivo, ho i capelli rossi mentre inalo l’ammoniaca della tinta, l’ammoniaca dell’urina, sul biglietto avevo scritto, mi dispiace, è colpa mia, lascio tutto a mia sorella, lascio tutto perché tanto dove vado non mi serve proprio niente, ero stanca ma non fartene una colpa, tu che leggi, mi dispiace solo che ad accompagnarmi non ci sia quell’altra me, avevamo fatto un patto ma il coraggio le è mancato.
due
con la mano stira le pieghe della tovaglia come vento increspandola fino a dove il braccio non arriva. dice di non avere fame ma è vorace, mastica l’impasto giallo macinandolo tra la lingua e il palato, la forchetta stretta nel pugno, è l’unico momento in cui non parla. non sente le parole ma l’intonazione, e con l’intonazione risponde usando sempre le stesse parole, parole che fanno diventare figli i fratelli, tutti nipoti, tutti già morti eppure ancora vivi ma assenti, visi e caratteri si sovrappongono in un’unica persona che è uomo e donna insieme, che insieme è capace di infinita bontà e incommensurabili mali e vendette – è madre e figlia e sorella e nipote del dio dell’antico testamento ma resta moglie di un solo uomo – mi accompagna di fronte alla fotografia, la stessa che decora il loculo al cimitero e mi dice: questo era mio marito che è morto, poi torna veloce verso il divano mormorando, disgraziato, quante me ne ha fatte, consapevole – se ne vanta – di potere dire qualunque cosa, non ha timore di niente se non dei ladri che di giorno in giorno le portano via la zuccheriera, gli occhiali, il bastone, l’asciugamano.
lui le dice, hai perso, lei insiste: mi hanno rubato, io non perdo niente, parla della casa di vacanze ma è della sua morte che agogna il riposo, senza comporre il numero solleva la cornetta del telefono e la porta all’orecchio, si chiede dove siano finiti tutti e li immagina a un pranzo al quale lei non è stata non è non sarà invitata, gli sconosciuti per strada ricambiano il suo saluto, mi stampa baci umidi sulla guancia, alla prossima volta.
uno
anche se a volte non è del tutto vero mi dico, io sono contenta di essermene andata.
non so quanto sarei diversa, ora, se non fossi qui, se fossi rimasta, anche se mi chiedo perché questo posto abbia continuato a chiamarmi e chiamarmi fin quando non sono arrivata, cosa voleva da me? cosa volevo da lui?
la cosa che mi sembra più strana è il modo in cui certe strade si sono incrociate. non l’avrei mai detto e, cercandone i motivi, mi pare solo di vedere quella quieta solidarietà che accomuna i vinti o i vincenti, il patto silenzioso di una grande storia in cambio di una piccola vita.
guardo le fotografie e penso, siamo cambiate, io ho preso una strada, lei un’altra, lo penso allo stesso modo in cui mi è capitato di pensarlo riguardo alle persone. raramente provo nostalgia, mi sembra che la separazione sia la conseguenza necessaria di ogni cosa o relazione, accolgo la sensazione allo stesso modo in cui accolgo la sera dopo il tramonto, un dato di fatto, e l’unica cosa che mi stupisce è che parlo di lei come se fosse una persona e invece è una città. l’altro giorno pensavo: vorrei essere capace di osservare i luoghi nello stesso modo in cui osservo le persone, o meglio; vorrei essere capace di osservare i luoghi in modo diverso. mi sembra di finire sempre per attribuire personalità e umori a una collina, a un marciapiedi. hanno costruito case e parcheggi dove andavo a correre con il mio cane, una rotonda a ogni incrocio e hanno dipinto le facciate delle case di rosso di giallo e di arancione e mi sembra di vedermi in quei giorni in cui mi passo il fondotinta sulle guance per andare a lavorare. ha scelto l’apparenza, mi viene da pensare, ma poi mi viene il dubbio che in realtà non sia cambiata, che solo sto imparando da lontano a conoscerla all’esterno, al di fuori delle pance dei locali o di quei vicoli scegliendo solo i luoghi a cui pensavo di potere somigliare.
