it can’t be so simple / what if it is?
strofinando pezzi di legno si fa il fuoco e ci scaldiamo le mani ma non siamo pronti a spegnere gli incendi, non ho sputo la secchezza delle fauci è tra gli effetti secondari, torno a casa e sfilandomi il maglione ne approfitto sfilo anche il sistema vascolare e lo metto ad essiccare tra le pagine del libro che richiudo un’altra volta – sarà pronto quando avrà la consistenza del corallo – costruisco una panchina per sedermi ad aspettare lascio un foglio “torno presto” quando sento sia il bisogno di sgranchirmi un po’ le gambe oppure quello di pisciare ma c’è vento ma c’è pioggia il biglietto si potrebbe rovinare – tu, pazienta – nel momento in cui in partenza sincronizzan gli orologi i nostri non lo sono stati siamo sempre scombinati sarà questo che ci porta ad indossare io il cappotto tu le maniche a metà lo stesso giorno ma è anche grazie a questo fuso un po’ diverso che ci diamo quello che ci stiamo dando – quanto / sempre, quando / molto, dove / spesso, come / tanto.
quando il sangue si allontana dalla testa confluisce nel bacino che raccoglie le mie acque le spartisce dalla tue e confondiamo i fatti con le aspettative che nessuno si è creato – il mandato del mio arresto scatta con l’interruttore ma il reato non è stato consumato – è un’ipotesi ipertesa che si estende nel silenzio che si accende che mi mette mezza in ombra – se mi tocchi però sai che sono intera sai che quando non mi vieti più l’accesso ai tuoi pulsanti posso un poco modulare la frequenza degli attacchi – vieni, siediti con me, ritorniamo là nel posto con i tavoli e gli scacchi.
so why not be happy while you’re here
con le parole tiriamo la corda tesa delle paure che rischia di farci inciampare e la tagliamo con la lama degli occhi affilati da mesi di sguardi – da mesi mi temperi senza attenuarmi – per mesi abbiamo giocato a voltarci la schiena e girarci di scatto a vedere, è rimasto? è rimasta? vedere se quell’impressione di avere le spalle coperte era vera – abbiamo pensato di stare ingannando noi stessi pensandoci veri e invece ci siamo ingannati – ciascuno se stesso – pensando di essere soli, di essere forti, più forti di questo in cui ci scambiamo le parti in continuazione e c’è chi fa luce e c’è chi la risplende – che la verità è che siamo più belli quando siamo insieme e qualcosa ci mette d’accordo le parti che altrove altroquando finiscono per litigare e invece, legati, riusciamo ad essere interi, due interi e non due metà zoppicanti, tu l’ago, io il filo, cuciamo la testa alla pancia, cuciamo la storia al suo lieto fine, scaviamo burroni spingendoci sotto ma offrendo atterraggi e suture e pazienza per convalescenti, guariamo ammalandoci d’altro – dell’altro – sapendoci sempre presenti.
gonna walk walk walk/four more blocks/plus the one in my brain
nel parcheggio delle coincidenze ci scambiamo i volanti e mi sembra di non sapere dove sono ma solo sto sbagliando direzione, continuo ad incrociarti alla guida di te che non ci sei anche se penso che tu mi stia seguendo per proteggermi dalle dita che indicano ridendo le mie calze bucate, per allungarmi una coperta che riscaldi i muri pisciati dell’ambulatorio, per dare il ritmo alla mia sfilata marziale davanti alle sedie di plastica imbottite di carne sudata anche d’inverno e difendermi dalle parole parlate male, dalla fiducia riposta peggio.
sul tavolo a scacchi ci sfidiamo a colpi di bicchiere a carte scoperte come le nostre gole da cani esposte per attaccarci e difenderci e sottometterci e dominare l’impulso di spaccare teste, di stringerci al collo collari dorati e guinzagli da strattonare il giusto – sbagliato – mi dici non chiedere fa’ ciò che vuoi e io cado in avanti, mi segui ma infine mi chiedi che fare esaurisco risposte, portiamoci sulle spalle un po’ per uno fino a giungere nel posto in cui spaccare i mobili e accendere il camino o nei campi elisi del nostro stupore.
le scie sotto le torri hanno il tuo profumo ma non il tuo odore, i miei occhi hanno il colore del fango e i tuoi delle paludi ma sono più limpidi dell’acqua minerale, sapendo che rischio di perdermi mi vieni incontro e non dormi e passi la notte a tirarmi i capelli e i pensieri ma quando arriva mattina la pioggia allunga le ore al modo dell’oste col vino e ventiquattro diventano trenta o quaranta, più vecchie di noi, e niente mi mette d’accordo tu solo mi accordi mi accorgo di essere sotto il tuo sguardo ma quando mi sposto poi smetto, funziono ad elettricità sei la pila la spina il filo e l’interruttore e temo da un attimo all’altro di essere spenta e invece son brace son fuoco, e un giorno saprò se son calda, se brucio, se entrambe le cose.
my whole life/i’ve been learning
non mi riempio la bocca di niente, svuoto la testa, ascolto – non voglio darti parole ma caffè quando non riesci ad alzarti, fazzoletti di carta per soffiarti il naso d’inverno, amuchina per prepararti le mani all’estrazione di metà del mio fegato e voce – una mappa per ritrovarti e ritrovare le tue, di parole, nella nostra lingua artificiale di canzoni ascoltate in riva al lago e momenti d’essere senza avere e film che fanno male al culo – ho da offrirti attese e silenzi e la vista del colore che mi fascia la testa, che mi accarezza la schiena – è rosso ora, d’autunno, inizia a imbiancarsi – nella nostra lingua che nessuno può capire, chiunque può sentire – nella nostra lingua di panchine e pavimenti e mani fredde e finestrini abbassati anche d’inverno.
non mi riempio i palmi di niente, svuoto le tasche, ascolto – non posso darti regali ma posso asciugarti le guance con il cappotto ingiallito dalle sigarette, posso girare il letto nella tua direzione per farti arrivare i miei sogni la notte, posso fare la cosa che faccio in questo momento – seguire il tuo filo ed aprirmi per farti arrivare in un posto che ha forma di te e che ha la tua misura, un posto di lattice lamictal latte di lotte perdute e battaglie infinite e parole non ancora a fuoco nella nostra lingua artificiale che fa avverare disastri naturali e innaturali, nella nostra lingua artificiale che costruisce ripari – ho da offrirti le cose che so e le cose che mai non riesco a imparare – la mia lingua che per primo tu hai capito, per ultimo hai sentito – nella nostra lingua artificiale di fatti e di corpi appesantiti dai dolori ma leggeri nell’incontro.
guess we’ll have to wait and see
cerchiamo il sole e lo troviamo dove non passa nessuno, le gambe allungate parallele come i nostri binari solo fino alle ginocchia dove intrecciano incroci dai semafori rossi per pance daltoniche come le nostre che vedono ciò che non vedono gli occhi dietro le lenti oscurate, alle rose preferisco il verde dell’erba dei parchi bruciata dai cani, i fili infilzati in mezzo a una crepa, gli unici fiori son fatti di dita di unghie premute si infilano in vasi di corpi si bagnano con la saliva o spremendo gli occhi dal basso – la disperazione di strette che spezzano schiene già rotte trasmette quel poco che resta da dire levate le lenti la lenta discesa di dita sul manico di una chitarra che più mai non suona ma solo per noi – angeli acneici che pensano l’unico modo per fare vedere l’interno sia aprendo lo sterno di lama – di punta mi apri le porte e oscillo sui tacchi tornando a quand’ero bambina per farti vedere le fotografie nel cassetto, già pronte da mesi – adesso son donna nel modo in cui tu sei uomo, nel modo migliore in cui tu mi rendi da tutto quel tempo più lungo dei mesi che sono passati che sono passato col culo per terra noi siamo presente perfetto, perfetti presenti a noi stessi e a vicenda – vaganti irrequieti in poltrone a misura di esseri piccoli noi siamo grandi, colmiamo i lapsus memoriae cogliamo gli atti mancati ci mancano ancora al mattino, ci manca il respiro dell’altro che agita il fango che ero, eravamo, ci innalza inducendo la sacra follia che ci muove le lingue e le dita facendole dire il divino.
i live inside the shadow – the shadow of a doubt
da quale lato del vetro ti trovi? poco importa, non esiste fuori ma solo dentro – siamo barattoli di sottaceti in formalina, organi preservati ancora per poco senza mani per bussare, come olive o cetrioli incapsulati, supposte all’incontrario che escono anziché entrare cerchiamo il nostro buco di culo e ci sciogliamo un poco a ogni tentativo -
siamo metà vaganti mete incomplete nonmetalli – periodicamente ci leghiamo datori e accettori cediamo e cediamo e non resta che questo, un questo che basta soltanto a sentire il dolore di quello che parte e non torna di ciò che perdiamo -
sono fatta per stare sdraiata per farmi crescere l’erba attraverso e invece sto in piedi e il sangue non sale, ristagna, il pensiero si appanna – appartengo alla terra e ai suoi vermi appartengo a chiunque mi veda e ogni giorno è il giorno nel quale mi spezzo pur di non piegarmi non riesco a spiegarmi mi spingo e salgo la schiena di questa pianura di spine – non stringo e non sono costretta mi han tolto le stringhe e i vestiti in cambio di un sacco mi perdo tra bacco e tabacco non venero niente e nessuno qualcuno volò e un altro cadde – qualcuno firmò al posto mio – non posso annullare il contratto ricerco il contatto e lo sfuggo – ti ho chiesto che cosa faresti al mio posto non hai più risposto ripongo comunque fiducia e ti aspetto – è questa la vita, un’attesa, la segreteria telefonica o musica nell’ascensore – non scendo ma mi comprometto – ti aspetto, ti aspetto, ti aspetto per ore o per anni – mantengo mai smetto finché non mi arresto o mi arrendo, mi appendo nell’unica opera d’arte di cui son capace, non ho un esoscheletro e ogni parola comprime il torace comprime comunque chi tace – acconsento pensando che possa servire a qualcosa ma pace, non serve, la pancia non mente, non mente chi dice non quello che pensa ma quello che sente, non mento se dico non merito niente.
to be or not to be
non sono né donna né uomo sono entrambi e la biologia m’inganna solo in apparenza – è la chimica che parla al posto mio e che mi spinge ovunque ci sia sangue – non sono donna né uomo e nell’abbraccio non sono mai completa, penetrante ma accogliente sono il piede nella scarpa solo uno, non cammino, che non sono né vicina né lontana – che se fossi più distante sarei altrove, che se fossi più distante sparirei senza lasciare segni o impronte, fossi umana certo allora non potrei sentire sempre la mancanza del pianeta da cui vengo mai non me ne sarei andata – sono scesa solo per non esser sola ma era meglio stare là, in compagnia dell’infinito – e non riesco a aver bisogno quando avrei quando vorreste, ho bi/sogni che son doppi come me e non li accarezzo, sono in tasca, sono proprio la zavorra che sconfigge sia l’assenza di qualcosa nel mio corpo che sia grave che la nuda gravità di ogni tua assenza – fossi morta – non lo sono – ci sarebbe poca o non competizione, fossi altra mi somiglierei di più ma sono questa - naturalmente fragile, non c’è stupore nella mia rottura ma non importa, era destino, le cose crepate si rompono, ci si preoccupa quando si rompono quelle infrangibili.
quella naturalmente forte, non c’è stupore nella rottura ma non importa, era destino, ed è destino che lotterò, puoi far da sola, l’hai sempre fatto,
sono quella che è stata bella e non si rassegna al passare del tempo, sono quella che è stata brutta e dietro alla seta si intravede il liso, sono quella che è stata sempre al passato, non c’è futuro, l’hanno esaurito e il negozio è chiuso, sono la somma dei fallimenti la sottrazione delle vittorie la divisione di pani e pesci sono la somma di tutto quello che non ho avuto, la sottrazione di tutto ciò che non ho voluto, la divisione da tutto ciò che non ho potuto, i miei doveri moltiplicati – non son sostanza se non la mia, non c’è miscela né soluzione, io non mi lego, sto in dispersione.
side effects
l’involucro resta pesante e si muove nuotando in qualcosa più denso dell’olio ma le ossa premono per andare a una velocità diversa, tremano per il freddo a cui tentano di sfuggire con la corsa, il cuore pompa più in fretta per ossigenare meglio l’angoscia che si soffia il naso col lobo frontale e respira a fondo, riempiendosi. tagliando l’involucro non esce nulla se non un liquido estraneo e lento, le mani non reggono la velocità dei comandi e la gravità della tazza e la oscillano tintinnando il cucchiaio. la nausea segna la riuscita dell’esorcismo e il vomito aiuta a espellere la bile nera insieme alla gialla e a quello che resta della colazione.
si avvelena il male affinché il bene possa continuare a tentare di vivere. la voce che implora un cambiamento necessario sta chiedendo di essere trafitta e non lo sa, confonde il bersaglio nel mirino del sacrificio che gli dei ordinano dall’alto delle loro gambe ferme.
la sudorazione notturna impregna le lenzuola di tossine lavabili a novanta gradi e l’involucro si chiede se non sarebbe più facile bere direttamente il detersivo antibatterico e pulirsi dall’interno.
in fondo dovresti essere felice: essere solo un corpo è il tuo desiderio e non c’è differenza tra il prendere in mano un cazzo e uno scettro se non per l’odore che comunque, reagendo col sudore dei palmi, è di metallo.
la ragazza che non aveva il sangue
la ragazza che non aveva il sangue era nata in un posto molto caldo e si era accorta di non avere il sangue da bambina, quando insieme alla famiglia si era trasferita altrove, in un luogo senza sole.
svanita l’abbronzatura si era fatta pallida e spesso tremava, solo la luce di una lampada puntata sempre addosso le dava sollievo. le righe blu che le correvano sottopelle erano vuote, l’aveva scoperto l’infermiera del prelievo, l’aveva constatato lo specialista accorso auscultandole il petto e non sentendo nulla. il tracciato dell’elettrocardiogramma era piatto, eppure la bambina parlava e respirava.
la ragazza che non aveva il sangue teneva un orologio nel taschino sopra al petto per fingere un battito fin troppo regolare, non capiva lo spavento né l’amore se non in modo totalmente cerebrale, si iniettava nelle braccia lo sciroppo di lampone e si pungeva poi le dita con lo spillo per scherzare – ma nessuno che capisse la battuta, aveva smesso.
non aveva la pressione così, spesso, soprattutto per il caldo, le accadeva di svenire, non rideva perché il riso fa buon sangue così come non poteva bere vino ma nemmeno non piangeva, era molto controllata e chi non la conosceva riteneva fosse fredda forse anche un po’ lasciandosi influenzare dalla sua temperatura.
si era pure innamorata – ricambiata – di un vampiro, ricambiata fino a quando lui, baciandola sul collo, si era accorto che mancava della cosa che rendeva interessante ogni rapporto, era stata abbandonata.
ovviamente si era sparsa già da tempo qualche voce su di lei – non succede tutti i giorni che qualcuno senza sangue faccia la sua apparizione sul pianeta – e raccoglievo ogni ritaglio di giornale ché ne ero affascinata per il semplice motivo che pativo di un eccesso di emozioni e la invidiavo per la calma del sorriso, per l’assenza di reazioni.
le ho mandato una provetta del mio sangue e molti altri hanno avuto la mia idea, ho saputo poi più tardi che per mesi le ha raccolte – le provette – dentro al frigo per raggiungere i sei litri.
non sapendo se il suo corpo fosse in grado di girare con quel fluido nelle arterie e nelle vene, non sapendo cosa fare, attendeva quel momento in cui per la disperazione ci sentiamo pronti a tutto, fosse pure al sacrificio della vita pur di smettere di fare solo finta – di una cosa ormai era certa, che la vita non poteva limitarsi al solo fatto di parlare e respirare.
sistemò tutti i suoi affari calcolando l’evenienza di un rigetto, scrisse lettere di scuse o dichiarando i sentimenti che pensava di provare, scrisse pure un testamento per avere la certezza che le cose a cui teneva non finissero buttate poi, con l’ago dentro al braccio, iniziò la trasfusione.
nella sacca tutto il sangue stava a strati come l’olio sopra l’acqua e scendeva goccia a goccia arrossandola un centimetro alla volta – arrivato dentro al petto nel momento in cui il motore ha iniziato a funzionare ha percepito: l’abbandono di un bambino che passava troppo tempo chiuso solo in cameretta; l’allegria delle zampate di un cagnetto dato in dono a una ragazza da un amico e il dolore di carezze sulla testa di quel cane che moriva; l’emozione di due mani che si sfiorano per caso; la sorpresa di trovare, entrando in casa, una persona data persa; il disgusto di un tradito, l’emozione di un successo, il calore di ogni bacio dopo il primo, la mancanza di un amico, rabbia, l’ansia, la vergogna, il rimorso e la speranza – la speranza son sicura fosse mia – con due dita sopra il polso ha aspettato la mattina, ha buttato l’orologio da taschino, ha pianto a lungo.
la donna parlava una lingua e sentiva le parole uscirle chiare di bocca e ancora prima di arrivare come fiato alla gola e come rotazione tra i denti le udiva nascere là dove c’era il bisogno, che fosse di fame o di sete o di comunicare.
aveva imparato a parlare in fretta perché la madre non capiva i suoi cinque pianti e la puliva quando aveva sonno, la cullava quando provava dolore – aveva ascoltato le voci fin dal primo momento, quando ancora erano liquide vibrazioni che interferivano col battito col quale si calmava nel grembo, aveva continuato tentando di intuire il modo in cui le parole si combinavano in domande e in constatazioni.
aveva chiesto acqua e la madre le aveva rimboccato le coperte. aveva teso il dito indicando la ferita e la madre le aveva infilato tra le labbra un cucchiaio di omogeneizzato.
era diventata silenziosa e parlava solo se interpellata.
da tempo pativo lo stesso problema e cercavo una soluzione, tendevo le orecchie a sentire il modo in cui parlavano gli altri, imparavo le frasi a memoria eppure, da me, uscivano sempre diverse, mi stavano male come un vestito tagliato a misura su un altro – eppure non mi era impedita la fonazione, sentivo le corde tremare nel collo e mi esercitavo allo specchio temendo che il modo nel quale aprivo e chiudevo le labbra non corrispondesse a quello che stavo pensando.
ho messo un annuncio cercando qualcuno che mi potesse capire – ho chiesto a un amico dei pochi conferma di ogni parola – così ci siamo incontrate e le ho chiesto di dirmi di lei.
sentivo la donna parlare e cercavo nei gesti conferma di quello che udivo e, a vederla, sembrava straniera e doppiata in asincronia, le ho chiesto se era lo stesso per me e mi ha risposto che stava cercando una casa diversa per via di una incomprensione con il proprietario, le ho detto che avrei bevuto un caffè volentieri e lei ha annuito e ha cercato un fazzolettino di carta da dentro la borsa.
l’ho preso e ho preso una penna e ho incrociato le dita a far da steccato alle frasi, le ho scritto: c’è modo per te di riuscire a evitare ogni fraintendimento?
ha alzato lo guardo e mi ha preso le guance in mezzo alle mani, mi si è avvicinata scostando i capelli dai lati e mi ha respirato la lingua che parla e parlava sul collo e l’orecchio, tremavo.
la bambina con l’interruttore
la bambina con l’interruttore aveva un pulsante sulla schiena e gli occhi grandi. i suoi genitori desideravano molto avere una figlia – questo quando la bambina con l’interruttore ancora non era nata – ma il padre aveva un lavoro che lo teneva spesso occupato e la madre era piena di impegni e aveva bisogno di dormire un certo numero d’ore, la notte, per via delle occhiaie, e nel fine settimana partecipavano a cene e a eventi mondani oppure partivano in viaggio. non avevano neanche il tempo per fare l’amore quel tanto che basta per fare un bambino ma avevano letto dei libri sui laboratori e sulle provette e infine avevano detto, proviamo.
il medico aveva voluto sapere delle preferenze riguardo ai capelli e all’altezza e alla fine il padre e la madre si erano stretti le mani e entrambi avevano chiesto: sarebbe possibile un interruttore? nessuno ci ha ancora provato, rispose il dottore, che già si vedeva a stoccolma a vincere un premio, tentiamo.
la bambina con l’interruttore aveva imparato a non chiedere niente e a non fare i capricci e gli ospiti il sabato sera dicevano, brava, vedendo composta in silenzio la bimba seduta – un po’ strana, con gli occhi un po’ opachi – e mai non aveva i vestiti sgualciti e né le ginocchia sbucciate. se il padre e la madre dovevano uscire le davano il bacio della buonanotte e una piccola pacca nel punto in cui c’era il pulsante, potevano pure partire per tutto il weekend senza mai preoccuparsi di avere nel forno qualcosa di pronto o di scendere nella cantina a prendere l’acqua.
la bambina con l’interruttore nemmeno sapeva di averlo, il pulsante, che i suoi genitori si erano sempre guardati dal dirlo a qualcuno temendo che quando lei fosse cresciuta la gente avrebbe potuto abusare del suo spegnimento o lei stessa potesse per sbaglio o per voglia accendersi e spegnersi a suo piacimento.
la bambina con l’interruttore potete vederla esposta al museo delle scienze a berlino, vederla senza toccarla, e leggere della sua storia in tre lingue o ascoltarla infilando monete nel ricevitore che è accanto alla teca in cui l’hanno infilata.
è successo che un giorno si è spenta e che l’interruttore si è rotto.
la bambina con l’interruttore era già una giovane donna quand’era successo, e ancora ignorava il pulsante e fino alla fine l’avrebbe ignorato – i suoi genitori avevano smesso da tempo di usarlo e se pure per un po’ di tempo aveva avuto problemi per via dei ricordi che aveva a intermittenza degli anni in cui era bambina era stata in psicoterapia e stava bene, infelice nel modo in cui tutti lo siamo.
sarebbe andata avanti così per chissà quanto tempo, non fosse successo che un giorno qualcuno che lei riteneva speciale l’aveva lasciata, non prima di averle spiegato che lui era quello sbagliato e tutte le cose che bene sappiamo si dicono in certi momenti. l’aveva abbracciata dicendo, è per l’ultima volta e lei si era stretta e, piangendo, la schiena aveva tremato.
l’uomo, parlando da solo, le disse che certo, le voleva bene, ma adesso era tardi, se n’era andato chiudendo la porta, lasciandola in piedi, il mento abbassato, pensando che fosse il dolore a plasmarla in quella posizione – si dice che a volte, la notte, lei alzi lo sguardo a cercare qualcosa o qualcuno
la bambina che non poteva chiudere gli occhi
la bambina che non poteva chiudere gli occhi aveva le palpebre trasparenti e trasparenti le mani quando cercava di portarle al viso per non vedere, non aveva bisogno di socchiudere le dita come fai quando guardi un film dell’orrore e ti nascondi ma allo stesso tempo sei curioso di una cosa che sai già ti farà paura o male, la bambina non poteva non assistere ogni volta allo spettacolo crudele della vita o ai suoi fuochi artificiali.
si svegliava alle cinque alla mattina quando il sole cominciava a filtrare tra le imposte, non veniva mai colta di sorpresa se non quando alle spalle qualcun altro la copriva per poi chiederle: indovina? ma lo stesso indovinava che non solo gli occhi di questa bambina non potevano essere chiusi ma era come se vedessero di dentro e pure dietro, e le cose un po’ più spesso erano brutte e nemmeno mai poteva fare finta di sognare o immaginare qualche cosa di migliore.
a sei anni la bambina aveva visto tante cose che i suoi occhi erano stanchi per il troppo allenamento e all’improvviso cominciarono a vedere pure avanti prima di cinque minuti, poi di ore – all’inizio è stato bello, lei mi ha detto quella volta quando è stata l’occasione di parlarne, che riusciva a prevedere i nascondigli se giocava a nascondino o a vedere se la mamma dalla stanza arrivava alla cucina e andarle incontro, ma con il passar del tempo pure questo aveva avuto i suoi lati negativi – non poter leggere un libro e non conoscerne la fine nell’inizio, non poter mangiare con tranquillità neanche una fetta di crostata e non vederla trasformata come cacca dentro il water.
la bambina a un certo punto si era detta: adesso basta! e girava con legato un fazzoletto sopra agli occhi come se giocasse sempre a mosca cieca – ma crescendo ci si stanca di giocare e fu allora che decise di rivolgersi a un dottore pur temendo che nessuno la potesse più aiutare.
il dottore con le gocce dilatò le sue pupille e si vide dopo un anno accasciarsi morto al suolo – mi dispiace, non ci posso fare niente, mi licenzio – e da allora cominciò a non guardare mai nessuno, abbassare un po’ la testa fino al punto che – seppure avesse il peso di qualsiasi altra testa – le sembrava sulle spalle più pesante del normale.
fu così che accanto a casa persi tra la spazzatura vide occhiali molto grossi, abbandonati, e seppure non gradendo molto quella montatura li indossò, curiosa – e tutto era diverso, si muoveva molto piano e si accorse nel guardarsi che i vestiti col passare delle ore le parevano più larghi – tornò a casa, prese un libro e, sdraiatasi sul letto, tornò indietro così tanto che di lei rimase solo una macchia sul lenzuolo.
la bambina che non aveva bisogno di niente
la bambina che non aveva bisogno di niente possedeva solo una borsina di plastica e un coltellino svizzero, non aveva fame non aveva sete non aveva né freddo né caldo e se pure sorrideva a chi si fermava per chiederle: come ti chiami? non sentiva la necessità di parlare o di stare in silenzio. se ne stava seduta preferibilmente in un angolo – che fosse a casa coi suoi genitori o a scuola o per strada, guardava ma non perché si dovesse guardare o volesse osservare qualcosa e neanche, in un certo senso, faceva per fare – semplicemente sapeva che prima o poi quello che aspettava – pur non aspettando – sarebbe arrivato, la pasta per pranzo, il succo di frutta, il bacio della buonanotte, un libro o un cuscino – oppure sarebbe arrivato per niente e allora sapeva che tanto valeva aspettare, il ritorno del gatto sepolto in giardino o il saluto di quell’amichetta partita alla fine dell’anno, andata in un altro paese.
aveva bisogno di niente, questa bambina, era sempre stato così e la madre, quand’era neonata, doveva attaccarsela al seno per farla succhiare, aveva dovuto insegnarle a dormire di notte e a un certo punto a svegliarsi, a bere un bicchiere di acqua non troppo gelata ogni tre o quattro ore.
a volte usciva di casa e finiva per perdersi in giro nei campi perché non aveva una meta, tornava alle tre di mattina e il giorno seguente aveva la febbre perché non aveva sentito la pioggia e uscendo si era scordata che avrebbe potuto avere bisogno di avere l’ombrello.
un giorno, per strada, aveva trovato un cane sdraiato per terra che non respirava – all’inizio le era sembrato normale, anche lei doveva ripetersi sempre, mi devo riempire i polmoni e svuotarli, nemmeno sentiva il bisogno dell’aria – e si era sdraiata anche lei, per vedere le cose nel modo in cui lui le vedeva. puzzava, ma lei non aveva sentito il bisogno di chiudersi il naso, era freddo, ma lei non aveva pensato a scaldarlo o a chiedersi come e perché non pulsasse e non stesse emanando calore come accadeva a chiunque. l’aveva guardato negli occhi e le palpebre erano ferme un po’ come le sue, la mamma finiva sempre per esser costretta a metterle lacrime in gel, e a furia di stare a contatto con l’umidità della terra aveva provato per la prima volta i brividi e la pelle d’oca.
con il coltellino gli aprì una ferita dal collo in fondo alla pancia, il cane era grande e la sua pelliccia l’avrebbe scaldata.
she’s gold but getting frail
scorro spesso sotterranea mi alimenta la mia pioggia o il tuo ghiaccio che si scioglie – sorgo in alto inizio stretta mi apro un varco tra le rocce ma le erodo – ergo argini evitando in questo modo il tuo affluire dai miei lati, mi trascino, i miei detriti li trasformo levigando pietre aguzze da portare sulla spiaggia da nascondere nei posti dove so che cercheranno le conchiglie troveranno i miei cocci di bottiglia resi innocui, a volte belli, la pianura mi impigrisce e così sento la mancanza di discese non c’è mare così forte da costringer la mia foce all’estuario, scelgo di ramificarmi e di immettermi in più mari dividendo la portata della morbida mia piena, sono un luogo per morire ma ho rispetto per i corpi non gli frugo nelle tasche li nascondo – sedimento e spezzo ponti posso poco quando la tua siccità non ha radici per succhiarmi – so ingannare con la calma, straripare quando meno te lo aspetti non mi lascio navigare – preferisco unirmi al vento, sollevarmi e portarti a naufragare.
i live on both sides of the mirror
La realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. [*]
nella mia doppia vita scambio i colori di giorno e di notte ma spesso dimentico gli occhi truccati di nero tra le righe del cuscino tra le sedie spostate si accomodi pure, ma spesso mi scordo la chiave infilata nell’armadio delle cartelle cliniche dimmi ti ascolto, in entrambe non prego né dei né persone, la vita doppia in circonferenza fattori di rischio entrambe le cose, la vita la circonferenza – il respiro la nascita il sesso – lo stesso il pensiero continuo a rimuginare a scomporre frantumo le cose che ho già frammentate allontano le intere le stringo nel sonno alle tre del mattino le guardo dormire alle sei spalancata la bocca innocente stupore – se avessi potuto avrei scelto di essere uguale per quanto ogni volta qualcuno mi scelga diversa non amo chi ama i rimpianti non soffro rimorsi non ho più coscienza se non in quell’attimo prima che attiva l’azione – quell’uomo mi ha detto che ha perso un polmone lo ascolto continuo a fumare continuo a pensare a quegli anni in cui la tristezza fungeva da sonno e adesso mi manca il ristoro il mute non funziona mi tocca sentire lo schiaffo sonoro del mio narcisismo alla cara umiltà che mi infila corone di spine in tasca alla gonna, non sono persona ma donna, non sono persona ma uomo, non sono persona ma sono una cosa che scrive che aspetta che gioca con il citocromo si attacca alla boccia, non sono persona ma goccia che scava la frase, non sono persona ma umore che bipolareggia che salta la fase
stop listening to the static
Quello che sembra pericoloso spesso non lo è: i serpenti neri, per esempio, o i vuoti d’aria. Mentre le cose che stanno lì, immobili, come questa spiaggia, sono dense di pericoli. [*]
sto a mio agio nel silenzio, temo niente certo non per incoscienza ma per pura assuefazione – il mio corpo teme tutto e me lo dice, sempre attivo l’organismo elevata la pressione,
la tensione nelle gambe pronte al balzo, sempre, sempre – non mi posso più permettere di dare a questa cosa qualche cosa che somigli a un nome o a un significato – alla paura, non la mia, non la si vede non ti credere che io non l’abbia vista, l’ho sentita nel momento in cui ho sentito esattamente che eravamo quel che siamo e quando forse pure tu non la sapevi ancora dire, l’ho accettata son rimasta passeranno molte cose, cieli, terre, fuochi, anni, passeranno ma non io – se non riesco a corazzarmi non scappare, ho la forza nell’assenza della pelle, cicatrizzo molto in fretta e non è nemmeno questo quanto quello che ti voglio che mi porta a essere acqua quando incendi essere occhi quando cieco ti dibatti e comunque sempre nella direzione in cui mi trovo ti dirigi – io da te non voglio niente se non questo, questo cosa? adesso, ora, amici senza benefici con qualcuno con le cose che vogliamo che prendiamo senza inganno con le cose che sappiamo salutare solo se non se ne vanno.
so che sono in grado di essere ragione e di essere follia, ci son cose che di me non hai capito – non ti lascio andare via – non ho fretta pure se sono impaziente se mi infiammo, so vedere nel futuro – anche quando non mi piace so accettarlo non mi lascio spaventare da quel muro che ti erigi come fosse una questione più di morte che di vita e ti sbagli quando pensi di capire che ho bisogno come d’essere protetta, come vedi sono intera e non mi importa, sono aperta anche se pensi che sia chiusa la mia porta.
Se non succede niente, la polvere continuerà a disperdersi e il caldo a crescere finché la paura non si muterà in desiderio. Una tensione del genere può venire allentata solo da una catastrofe. [*]
whatever works
non si può salire in alto senza avere il vuoto sotto che ti stringe stretto il culo, stretto il buco, non ci entra più uno spillo – sai che cadi, allora? cosa? solo un modo esiste al mondo per non sbattere le chiappe: star seduti, stare fermi, non volere in ogni istante tutto quanto – non volere pure quello che non vuoi ma devi averlo e neanche quello – è il desiderio. dicevamo? quanto è intensa la tensione, sono tersa dentro agli occhi perché ho pianto, perché ho riso, perché li ho tenuti chiusi non si vede che – col cazzo che li chiudo, noi dormiamo con le palpebre serrate verso l’alto, sempre all’erta, l’ho già detto ma lo scordi e mi ripeto pesto i piedi perdo i colpi ho la forza nei capelli non ce l’ho se sono corti, sono lunghi nella sciarpa che mi avvolgo sulla testa e ti ho aperto la portiera mentre tu dicevi, resta – le canzoni son coltelli che affiliamo con lo sguardo, fossi un fiore sarei un cardo invece sono una persona e pungo poco, pungo in genere nell’attimo sbagliato, taglio, raglio, ti do fiato quando tu vorresti apnea fermo la tua scialorrea con il silenzio con lo sputo ti rimetto le parole mi rimetto a te per quello che riguarda quale umore indossare alla mattina – pioggia, sole, sbaglio a scegliere le scarpe e bagno i piedi nelle pozze di sudore negli sprazzi di rumore nella quiete troppo cheta io le mani, tu la creta, tu la creta, io le mani, voglio sempre e solo oggi tranne quando ciò che voglio prende il nome di domani.
bad guys
dal principio abbiamo avuto fretta perché il sangue ci scorre più veloce due volte del normale, due volte più lente le giornate – due volte più lunghe meno il sonno allertato allettati dalle ovali con un occhio mezzo aperto aspettiamo la mattina – ci attacchiamo alla stessa sigaretta che aspiriamo fino in fondo è il nostro bacio della morte a volte a dolce a volte è al gusto di vaniglia – alla francese con l’elmetto con le ali o la gitana che sventaglia il tamburello – la spegniamo nel bicchiere che per bere ci incolliamo alla bottiglia ci molliamo sul divano per parlare della vita e il suo contrario – guarda, quello ti somiglia – ma nessuno ci somiglia come noi che nella forma siam fratelli, in sostanza siamo amici ed amiamo quel nemico che ci forza ad abbassare le barriere ed esondare – conosciamo la montagna e la pianura e qualche lago da lontano dalla curva il panorama in questo posto mi potrei lasciare andare manca il mare – ancora non l’abbiamo visto, che facciamo? lo mettiamo nella lista che si allunga delle cose che vorremmo fare insieme, che potremmo – ma vent’anni sono lunghi, anche trenta e lo sappiamo – presto è il tempo dei cappotti – i marciapiedi che battiamo – siamo troie, siamo buoni, cosce larghe e cuore grande – non ci importa di appoggiarci a quello che è pericolante.
umarmung
mi chiedi se mi sono mai fermata per scattare se ho fermato ciò che scorre dentro una fotografia – certe immagini non possono fermarsi sono solo in movimento – la mia onda che ti avvolge o lo sguardo che si abbassa e si distoglie ma non certo per timore o per vergogna, per raggiungere un silenzio che è impossibile rinchiusi in quella stanza o al cielo aperto – tutto parla, e le zolle si comprimono e sussultano e collidono là in fondo dove il nucleo resta rosso e sempre caldo e sempre quello e mi vien da dar la colpa alle mie gambe – non è il freddo non è il vento e alla finestra non ho avuto mai il bisogno di vedere ti ho capito dal rumore perché hai smesso di frenare, hai lo sterzo in avaria e puoi solo andare dritto, ho lo sterno che mai non protegge un cazzo che non ferma l’aritmia che non ferma più i fendenti del coltello che mi affonda ad ogni nota mentre quell’invocazione non ha senso, non sei andato, era scritto con il sangue che già stavi per tornare.
