Archive for Dicembre 2008
worst feeling in the world
l’impronta delle labbra, la scia dei polpastrelli, il vetro freddo sempre freddo il parcheggio sempre vuoto i platani spogli, il tappeto giallo e insidioso e due tipi di silenzio a cui segue un’identica reazione fisiologica se pure di segno opposto. la condensa si rattrappisce, l’iniziale sparisce, io perdo centimetri di circonferenza e di spessore e vorrei farmi goccia sul vetro, sul tuo, e rifletterti e riflettere il tuo arrivo, vorrei farmi foglio di carta e mi frantumo le ossa per allontanarmi dalla dimensione, la terza,
l’impronta delle labbra, la scia dei polpastrelli, la condensa come nebbia mi nasconde la strada e ogni faro è una luce, se si avvicina, mentre si sta avvicinando, poi si spegne e la nebbia si dirada e di nuovo il vetro sempre freddo il parcheggio sempre vuoto i platani spogli che conoscono ogni mio segreto.
ho raccolto il coraggio per chiedere vieni, vieni qui a incollare i miei pezzi,vieni qui a reggere con una mano il cielo che mi cade in testa,con l’altra snodami i capelli e i pensieri,con la voce guariscimi e alla finestra soffio il tuo nome e il tuo nome scompare.
28Dic08
le auto cadono e la neve trema e le gambe sfrecciano, le auto tremano e la neve sfreccia e le gambe cadono, la neve cade e le gambe tremano e le auto sfrecciano e una sconosciuta mi sfiora la spalla mi chiede, va tutto bene? hai bisogno? e immagino di lanciarmi tra le sue braccia e immagino di spingerla via grattarle la faccia sull’asfalto, e un attimo prima scendo dall’auto e tutto quello che avevo in grembo cade, il cappello il telefono le sigarette e un attimo prima sto ridendo e piangendo mentre accostiamo e ci immettiamo nella corsia di emergenza e un attimo prima stiamo sbattendo contro il muro e un attimo prima siamo in mezzo alla strada a piroettare a centotrenta all’ora sulla strada scivolosa di nevischio e un attimo prima ancora piroette e la strada è all’incontrario e un attimo prima siamo paralleli alla strada e altre auto ci passano accanto, ci evitano, e un attimo prima non avevo ancora letto la risposta alle mie domande e un attimo prima stavo urlando perché non potevo morire e un attimo dopo, più attimi dopo, mi chiedo come sarebbe stato, invece, se non era in quel muro la risposta
if
fossi con te terrei le mani leggere sui tuoi polsi per imparare il ritmo al quale ti si muovono le dita e insegnarti a mantenerlo, fossi con te terrei le mani leggere sui tuoi occhi – vedi? sai vedere anche se non puoi vedere e plasmerei il tuo sguardo in più di una direzione, fossi con te riempirei il bicchiere per poi allontanarlo e offrircelo alla fine, cambiarci il gusto da rosso a dorato, fossi con te sapresti cosa intendo quando dico che ti credo e non immagini nemmeno, mi vedresti in un gomitolo per terra aggrappata alla tua pagina che incanta, mi vedresti senza velo questo volto deformato dal sorriso e poi dal pianto e lo stupore – scrivendo qui in qualche modo questa storia è raccontata e prende corpo prende il corpo che le manca, la concreta sicurezza di sapere che qualcuno sarà sempre all’altro lato a raccontarti che va bene.
autoritratto
le mie parole sono pesanti e le impilo e le cemento con i fatti, le mie parole sono anse nelle quali rifugiarsi o pretesti di tempesta, trasparenti e vere e dure mai abbastanza, le mie parole globuli che scoppiano e io divento anemica, mi mancano appetito e concentrazione e le mucose sono bianche e non c’è rabbia e non c’è calma e non c’è rassegnazione, solo la mia forza che continuo a travasare che continui a travisare.
conosco la ragione e so il futuro e so cosa mi attende – tanto varrebbe rinunciare dall’inizio non tentare scivolare nella vasca e sott’acqua trattenere trattenermi farmi alga o incrostazione, ho trovato quasi sempre interessanti l’astinenza e l’esercizio del controllo e preferito i crampi del digiuno alla pienezza, creare spazi vuoti che coincidano facendomi metafora coi miei.
non sono fatta per il corpo per l’amore per la vita, sono fatta dello stesso materiale della schiuma o del fumo che mi esce dalla bocca solo farmi so parola e cancellarmi e cancellare e mantenere sotto pelle il ricordo dell’assenza, delle voci, delle storie che non ho mai raccontato e son rimaste accatastate accanto al letto, solo so farmi parola per chi della parola mai non sa sentire il peso né la temperatura, per le schiene di persone già voltate già partite già perdute.
heartquake
quando la terra inizia a tremare sei la prima persona a cui penso. se fossi qui con me guarderemmo il pavimento aprirsi e il soffitto sbriciolarsi e nevicarci sulle teste muovendoci in un modo che somiglia al ballo per poi sdraiarci per terra tra i calcinacci a infarinarci i capelli, ridere di tutte le cose che cadono crollano di tutte le cose che ci somigliano e ancora e poi brindare al disastro bevendo dalla bottiglia rimasta unica intera e scrivere nella polvere col dito, io guido il tuo, tu guidi il mio, e soffiare via le parole perché non importa, perché ci saranno sempre altre parole,
per un caso strano stavo pensando alle onde sismiche da qualche minuto, cercavo linee che non fossero dritte ma che curvassero intorno a se stesse come una treccia, per un caso strano ti stavo pensando quando la terra ha iniziato a tremare.
quando la terra ha tremato pensavo di essere io a stare tremando, di essere io a muovere il letto il muro l’armadio le scatole vuote di scarpe e la luce, pensavo che da tutto il giorno ormai stavo tremando di dentro e di fuori e, finalmente, il tremore era uscito all’esterno lasciandomi vuota di questi pensieri che scaccio e che tornano sempre, che spingo e che vanno a colpire evidentemente il centro che causa il tremore, lo spazio non è così tanto con te che mi annodi le circonvoluzioni, con te che elettrico scuoti gli assoni neurali tenendomi sveglia di giorno e di notte, con te che quando la terra ha tremato non c’eri e mai ci sarai veramente.
23Dic08 down
mi piaceva l’inverno volevo l’inverno i cristalli di ghiaccio a segnare per finta i punti di rottura del vetro. mi piaceva l’inverno volevo restare nella nebbia e vedere solo le cose davvero vicine. mi piaceva l’inverno volevo sentire freddo e chiederti di srotolarmi i tuoi gomitoli per farne una coperta. mi piaceva l’inverno volevo le labbra spaccate sapore di sangue.
l’estate no l’estate mi spaventa mi assomiglia mi è contraria, l’estate ha il colore il calore che mi manca, l’estate non sono io. non c’è posto per l’estate, devo uscire
23Dic08 up
la membrana diventa permeabile alle parole parole parole che bussano da cento giorni e cento notti la membrana si apre solo a chi ne ha percorso ogni centimetro, le zone d’ombra e quelle così alte da esserle irraggiungibili. la membrana si apre e assorbe l’alba. nel chiarore rosso lei vede e può finalmente chiudere gli occhi e lasciarsi cadere, diventare intera percorsa da ragnatele di fratture saldate, sentire il silenzio aritmico che è l’unica musica che le somigli, nel chiarore rosso prendere forma e vedere l’orizzonte di coincidenza del desiderio e della volontà con la loro espressione incarnata e sorridente
22Dic08
sono la spugna puttana che assorbe e che scopa il reale e poi l’irreale. sono la bocca nera che divora e risucchia e risputa in parole. sono l’osso e il rumore di sega dell’amputazione. vorrei essere una cosa piccola e rossa e calda e senza più spine e invece mi muovo e pungo, mi muovo e taglio, mi muovo e rompo e lacero e spezzo e devasto – continuo a bruciare e mi consumo e consumo e non scaldo né ho luce. le mie parole sono la polvere sono la lana dell’ombelico
myosotis scorpioides
mi piace il posto in cui mi trovo in cui ti trovo e nella mappa lo segnalo al centro e intorno non ci sono vie di mezzo non ci sono vie di fuga, nel momento del silenzio il batacchio del pensiero mi scampana tra le tempie tra l’ovatta dell’insonnia, nel momento del silenzio il silenzio si fa morsa e la trappola è scattata, mi dibatto poi mi fermo cerco il suono delle impronte delle gomme sull’asfalto.
faccia di luna faro falò falce che taglia i miei nodi i capelli che ho in testa tutti li annodo in un filo e ogni pezzo lo infilzo come una perla, parlo continuo a parlare continua non ti fermare fa freddo, forse farò fatica a finire forse farò un favore a te a me a tutti fuggendo nell’angolo dietro l’angolo in cui la voce non canta – la senti, la voce, la senti? la cera nelle orecchie, la corda che si spezza intorno all’albero maestro, il tuffo. nuoto. non seguo una direzione ma un imperativo, porto provviste che bastano solo per uno.
22Dic08
intravedo il nero dell’orbita vuota orbito intorno al vuoto del nero intravisto svuoto orbitante nero intravedendo la fine i castelli di carta in fiamme lontano i castelli di carte in un soffio cadono crollano regina di fiori dal gambo tagliato nell’acqua ristagno nel fuoco risplendo in terra ritorno alla terra alla polvere croce di cenere in fronte passo parola parola ritorna anelli di fumo intorno alla lingua di fuoco offrendo la rosa di carne del polso bracciale bracciate per allontanarsi restando a galla nutrendo i pesci attraverso la schiena mi apro branchie suonando la nostalgia picchiando i femori rotti su tutte le costole tranne quella di adamo
de onderbreking van de muziek
la grazia con cui varcata la soglia mi hai decorata –
undici anni e scrivevo il tuo nome o le tue iniziali.
il garbo con cui mi hai accompagnata –
avevo imparato a memoria il tuo numero di telefono e il giorno del tuo compleanno, la via nella quale abitavi, le scarpe che preferivi.
la grazia con cui varcata la soglia mi hai decorata, il garbo con cui mi hai accompagnata e con una mano hai stretto la mia –
non avevo mai notato le scarpe a nessuno – le tue solamente avevo notate perché abbassavo gli occhi quando passavi senza salutare.
e con una mano hai stretto la mia, con l’altra sei andato via e non mi hai salutata –
non avevo detto a nessuno di te, non l’ho mai detto, non lo dirò mai.
ancora spero e mi dico, non sai, magari ti sta aspettando –
non avevo mai dato un bacio e non sapevo immaginare le labbra, le lingue – nemmeno sapevo intrecciare le dita con quelle dell’altro.
speravo quando ti chiesi, vai? e tu mi risposi andando –
il tuo odore era diverso da quello degli altri, l’ho ritrovato la volta che poi mi sono innamorata davvero.
speravo quando ti chiesi, vai? e tu mi risposi andando: resto, non preoccuparti –
eri bello e lo pensavano tutte – fingevo di avere altri interessi e di disprezzare la sfumatura che ti carezzava la nuca.
speravo quando ti chiesi, vai? e tu mi risposi andando: resto, non preoccuparti, per farmi socchiudere gli occhi in sorriso e sparire –
ci siamo trovati seduti vicini nel viaggio ed era già un anno ed erano due di silenzio e neanche uno sguardo, abbiamo parlato e nemmeno ricordo di cosa e per tutto il resto dei quindici giorni abbiamo parlato e ogni volta venivi a sederti vicino e sapevo che avrei dovuto fare qualcosa e pentirmi per sempre, non fare niente e pentirmi per sempre lo stesso.
e penso a tutte le volte in cui a parola è seguita parola è seguita parola, a tutte le conversazioni che avrei voluto portare avanti e avrei voluto farlo così fortemente che ho continuato a parlare da sola, penso che dopo di te niente più è stato lo stesso e non essendoci prima è sempre stato diverso, ho capito la storia del pane e dei denti ma il pane faceva ingrassare, i denti si sono cariati,
ghost in the shell
guardami. ogni parola è un bottone che scivolo fuori dalla sua asola, ogni parola è un lembo di pelle scoperta, ogni parola è uno strato di derma che graffio e mi resta nell’unghia e lo offro, lo porgo aspettando ogni volta di esser respinta e spinta sott’acqua e anche lì scriverei – parlerei – per riempire più in fretta la gola e i polmoni di sale.
giuro di dire la verità, tutta solo nient’altro che la verità, e scrivo: verità, pensando: ferita – non mi sarebbe successo se avessi pensato e ascoltato la frase, avrei sentito la rima o l’allitterazione, se avessi battuto sui tasti senza guardare ma invece ho Guardato ed ho Visto e ogni parola si lega a quella che segue come in un gioco e continuo a graffiare e la trovo sotto la pelle che oggi è sottile, non farmi gridare non posso gridare, mi guardi mi vedi mi spezzo, mi guardi mi vedi capisci anche tu che ho bisogno di definizione - di limiti e di un contorno, di caratteristiche e significato.
sono una donna-conchiglia e un uomo-conchiglia e un cane-conchiglia – se mi porti all’orecchio mi senti cantare, sono il contenitore che non conoscendo il suo contenuto si lascia riempire si lascia svuotare, mi svuoto su questa pagina bianca che non è carta e non le somiglia ma assorbe comunque mi assorbe, su questa pagina bianca che si cancella in un click, che non richiede uno strappo o una fiamma – che cosa è successo?
prendere in mano i fogli pieni di niente e strapparli, sbranarli, ridurli al nulla che sono; prendere tutte queste parole vacue e riempirle di senso e di segatura, prendere tutte queste parole annichilite come la mano che scrive, annichilite perché sono mie, sono di me che ho troppo di tutto e di niente di me che tendo a tenderle troppo, le mani – in cerca di cosa, in cerca di chi – invece di metterle dietro la schiena o legarle come dovrei, intrecciare le dita e lo spago e stringere e stringere e spremerne fuori il colore, spremerci dentro il torpore,
e la penna cadrebbe e il pennino si spezzerebbe, l’inchiostro poi schizzerebbe sul pavimento uguale al sangue, ma nero: nero perché cattivo, cattivo perché mio, mio perché composto di veleno anziché di piastrine e globuli e plasma.
questo vorrei, cantileno tra me e me con voce roca, con voce da contralto, scherzo della natura eppure così affine alla mia, di natura – cosa sei, chi sei, quante sei?
non so la risposta, so solo che in questi anni qualcuno o qualcosa ha chiamato i miei nomi e ho risposto e ho accettato il seme e ho accettato la croce, ho accettato l’intensità che è la mano gigante che mi solleva ma solo per ingoiarmi, so che Amo e che la mia voce non mi appartiene, non più – appartiene all’orecchio che ascolta e a volte è di mare e a volte di sabbia e a volte è di solo silenzio.
blinking and missing the moment
non è che certe cose/persone/abitudini smettano di mancarmi. mi costringo a non sentirne il bisogno.
mi convinco che il bisogno che sentivo fosse falso, fosse indotto dalla giostra dal girare dell’umore, mi convinco di non stare come un poster che si stacca, cade un angolo, poi l’altro, passa il gatto e se lo strappa, passa il tempo e resta il muro – il ricordo della colla, la frattura che si irradia a partir dalla puntina. fingo molta indifferenza finché poi diventa vera e mi aiuta il dubitare sempre di ogni mia intenzione.
avvolgo ogni cosa ogni pezzo in lana di vetro isolando le sensazioni dai recettori, la cosa fisica dal percetto, mi imbozzolo un ammasso indistinto di suoni e sapori e parole che hanno perso di significato e di punte, non fanno più male – non fanno più bene, neanche – fa niente, mi nutro da sola piuttosto che continuare, aspettare.
hai mai il dubbio di starti affidando all’altro solo per evitare di affidarti a te stessa?
ce l’ho, mi è venuto stanotte, stanotte ho pensato: la mia gratitudine male riposta, ho fatto tutto da sola, inventarmi, inventarti, inventare, non c’entri o se c’entri è solo perché ti ho aperto la porta e ti ci ho trascinato, ho cercato di farti danzare anche quando dicevi, non sono capace, non ho mai ballato, non voglio ballare, pestandomi i piedi, ti ho aperto la porta, non te ne sei andato, ti ho aperto la porta e sei uscito dalla finestra lasciandomi al freddo – mi guardo le mani e son sporche di sangue e in cortile l’impronta di un corpo nell’erba – ti ho precipitato?
non sono sicura sicura di nulla, di tutte le volte che ho detto di te che mantieni ogni tua promessa, che ho detto, è gentile, che ho detto, non so come ha fatto a smentire la prima impressione, che ho detto, sapere che c’è, che ho detto, mi pento di niente.
smells like teen spirit
scelgo il deodorante dallo scaffale del supermercato. scarto quelli che conosco e con i quali non mi sono trovata bene. scarto quelli che contengono alcol perché bruciano. scarto quelli che costano troppo perché costano troppo.
ne restano tre. li prendo, uno alla volta, li stappo, li annuso.
non ho mai capito se si può fare, annusare le cose al supermercato. le annuso sempre, il bagnoschiuma, l’ammorbidente, il detersivo per i piatti, l’idraulico liquido, annuso finché i vapori non mi fanno girare la testa.
il primo non mi piace. troppo dolce.
il secondo e il terzo sembrano non emettere odore. giro le bombolette e leggo sul retro. grazie alla formula innovativa. evitando residui visibili. efficacia e delicatezza.
questo. lo appoggio nel carrello.
arrivo a casa e mi spoglio e mi chiede, come fai a toglierti i vestiti così in fretta con questo freddo? mi piace sentire freddo. mi piace la pelle d’oca. mi fermo davanti alla doccia a guardarmi le braccia, le sfioro.
mi incanto sotto il getto dell’acqua bollente. non riesco più a muovermi, mi dimentico dove sono, cosa sto facendo. gli occhi chiusi e il getto sul collo, sulle spalle. il box pieno di vapore. mi sveglio, mi insapono, mi sciacquo. esco saltando sul tappeto, guardo le chiazze rosse che mi sono spuntate sulla fronte, sul collo, sul petto.
mi asciugo. il deodorante nuovo è sul comodino. applicare da una distanza di circa quindici centimetri.
conosco questo odore. l’ho già sentito altre volte, in altre forme, bombolette creme stick flaconi.
conosco questo odore e l’effetto che avrà quando inizierò a sudare, la combinazione di questo odore con il mio.
è un buon odore ma smetterà di avere un buon odore, so che smetterà di avere un buon odore e sarà il contrario di un buon odore.
mi viene in mente che succede così anche con le persone, nel momento in cui le conosci. nel momento in cui conosci persone e ne hai già conosciute abbastanza da sapere cosa ti piace e non ti piace in una persona, da sapere che ci sono cose che ti danno sui nervi e sapere quali sono, queste cose.
nel momento in cui conosci una persona sai già cosa ti darà fastidio di quella persona, in futuro. sai già che non sopporterai il modo in cui tiene la forchetta. sai già che non sopporterai quella ciocca di capelli e il modo in cui la muove.
sai già che arriverà il momento in cui non andrete più d’accordo, tu e quella persona, e ogni volta che terrà la forchetta in quel modo, ogni volta che muoverà quella ciocca di capelli ti dirai, lo sapevo dall’inizio, lo sapevo da sempre.
torno in bagno e mi insapono e mi pulisco. niente deodorante. prendo il tuo.
loop
il mio terrore è quello di diventare (essere) una di quelle persone senza talento che si circondano di persone di talento per nutrirsene a carezze e morsi di invidia.
il mio terrore è quello di diventare (essere) una di quelle persone senza talento che pensano di avere talento e si riconoscono in altre persone che invece il talento ce l’hanno rendendosi così ridicole agli occhi del mondo.
il mio terrore è quello di diventare (essere) una di quelle persone senza talento che hanno così tanta fame da accontentarsi di tutte le briciole.
diventare (essere) una di quelle persone che ingannano se stesse ancora prima di ingannare gli altri. diventare (essere) una di quelle persone che dicono: no quando pensano: sì e dicono: grazie quando pensano: lo so. diventare (essere) una di quelle persone che ambiscono senza merito, che si incazzano quando non ricevono, che si offendono per proiezione.
una di quelle persone che ridono e piangono al momento sbagliato, che implorano esigono pretendono, ma sempre con una maschera di gentilezza.
una di quelle persone che ricordano per non essere dimenticate.
una di quelle persone che non sono mai grate.
una di quelle persone false che ti blandiscono con la dolcezza per poi spezzarti, forzarti, infilarti una leva nel buco che hai in mezzo e aprirti a metà solo per dimostrare a se stesse di essere forti, più forti – una di quelle persone che riescono sempre a guardarsi allo specchio.
una di quelle persone – se diventassi (fossi) una di quelle persone scriverei queste cose per convincermi di non essere diventata (di non essere) una di quelle persone. se diventassi (fossi) una di quelle persone scriverei: sto scrivendo queste cose per convincermi di non essere diventata (di non essere) una di quelle persone. per convincere chi mi legge che non sono diventata (non sono) una di quelle persone mentre invece sono diventata (sono) esattamente una di quelle persone. se fossi diventata (se fossi) una di quelle persone lo farei e arrivata alla fine mi convincerei che se fossi diventata (se fossi) una di quelle persone non potrei scrivere una cosa come quella che sto scrivendo, una di quelle persone non lo farebbe mai, non potrebbe essere tanto sincera. eppure sarei diventata (sarei) una di quelle persone. sono diventata (sono) una di quelle persone. lo divento nel momento in cui scrivo: se diventassi (se fossi) una di quelle persone.
vorrei che bastasse cercare di non diventare (di non essere) una di quelle persone. sono esattamente quel genere di persona. sono esattamente io, così, per sempre, da sempre.
sono la persona che non chiama e che non risponde. sono la persona che continua a gridare il tuo nome, e il tuo, e il tuo.
sono la persona che pensa di essere interessante solo perché non si deve ascoltare, sono la persona che si pone solo domande di cui ha già la risposta o crede di averla, la persona che guarda ma non vede, la persona che capisce ma non sente o sente e non capisce e ancora insiste e non ci crede, la persona che si spoglia solo a luci spente, la persona che inganna, ferisce, mente.
some words when spoken/can’t be taken back
di te non parlo perché non riesco a dire il tuo nome, solo soffiarlo sul vetro della finestra.
ti ho chiamato la persona che mi tiene per mano finché non mi sono accorta che era un trucco – spero ancora che sia uno scherzo – e intrecciate alle mie dita ho trovato dita di gomma, una protesi da mago. inizio il pomeriggio con le labbra rosse e arrivo a sera sbiadita, mi sono mangiata le parole.
di te non parlo perché non c’è niente da dire se non che non esisti, ti sto creando a mia immagine e somiglianza per soddisfare il bisogno con la fantasia, di te non parlo per non trasformarti in un personaggio – voglio che resti persona.
dire a trent’anni, raccontami una storia che sia la tua storia, equivale a chiedere una fiaba della buonanotte che inizia con c’ero una volta – a volte penso che le persone importanti si dovrebbero conoscere prima, vedersi cambiare, osservarne la cronaca degli abbandoni e dei lutti e dei sorrisi – a volte penso che le persone importanti si possono conoscere sempre, che non c’è bisogno di sapere cosa stavi facendo nel novantasette se tanto ora sei la persona che sei, la persona che forse mi tiene per mano o che forse non ha mai avuto mani abbastanza.
non ti ho mai chiesto di raccontarmi di te – lo immagino solo la sera, immagino di appoggiare la fronte alla tua per ascoltarti meglio sentirti i pensieri, non ti ho mai chiesto di raccontarmi di te perché temo che non lo faresti, perché temo che tu mai non abbia pensato a farmi la stessa domanda.
non ti ho mai chiesto, sorridi, quando leggi le frasi che penso per te? arriva mai, nel corso delle tue giornate, un momento nel quale ti chiedi cosa stia facendo? è vero, ti ho chiesto perché mi tieni per mano e non mi hai risposto – è vero, l’ho chiesto usando le parole sbagliate.
eppure mi piace così, sapere niente di te se non che sei in qualche modo importante, mi piace non dire il tuo nome per non consumarlo, mi piace pensare che se non ti accorgi di avermi al tuo fianco è solo perché ho la leggerezza di un’ombra, la stessa sostanza, la stessa costanza.
I wish you were the verb to trust and never let me down
mi arrampico – è tutto in salita – e ogni roccia alla quale mi aggrappo si sfalda, è il calore delle mie mani o la pioggia che cade incessante dal cielo e dagli occhi; ogni gesto mi costa fatica, ogni gesto lo osservo con occhi da mosca e lo vedo scomposto in migliaia di azioni e il movimento non parte, frenato dal denso incedere di ognuno dei sessanta minuti che zoppicando girano intorno alle sessanta tacche dorate dell’orologio.
riesco a rallentare il tempo ma non a fermarlo o a portarlo indietro – vorrei, dovrei – mi limito a rifugiarmi in sogni nei quali il contenuto latente coincide con il manifesto: la bocca piena di pelle morta che sono io e non me ne vergogno; la decisione di lasciarmi cadere e rompermi entrambe le gambe e la schiena e vedermi dall’alto sdraiata per terra, una testa che chiede, perché? e io che rispondo ridendo; l’allucinatorio appagamento di bocche, due, della lingua che avvolge intorno alla mia la gomma da masticare legandole insieme, le lingue, due, come dire, mi dico, parliamo lo stesso linguaggio, le stesse parole.
