some words when spoken/can’t be taken back

di te non parlo perché non riesco a dire il tuo nome, solo soffiarlo sul vetro della finestra.
ti ho chiamato la persona che mi tiene per mano finché non mi sono accorta che era un trucco – spero ancora che sia uno scherzo – e intrecciate alle mie dita ho trovato dita di gomma, una protesi da mago. inizio il pomeriggio con le labbra rosse e arrivo a sera sbiadita, mi sono mangiata le parole.
di te non parlo perché non c’è niente da dire se non che non esisti, ti sto creando a mia immagine e somiglianza per soddisfare il bisogno con la fantasia, di te non parlo per non trasformarti in un personaggio – voglio che resti persona.
dire a trent’anni, raccontami una storia che sia la tua storia, equivale a chiedere una fiaba della buonanotte che inizia con c’ero una volta – a volte penso che le persone importanti si dovrebbero conoscere prima, vedersi cambiare, osservarne la cronaca degli abbandoni e dei lutti e dei sorrisi – a volte penso che le persone importanti si possono conoscere sempre, che non c’è bisogno di sapere cosa stavi facendo nel novantasette se tanto ora sei la persona che sei, la persona che forse mi tiene per mano o che forse non ha mai avuto mani abbastanza.
non ti ho mai chiesto di raccontarmi di te – lo immagino solo la sera, immagino di appoggiare la fronte alla tua per ascoltarti meglio sentirti i pensieri, non ti ho mai chiesto di raccontarmi di te perché temo che non lo faresti, perché temo che tu mai non abbia pensato a farmi la stessa domanda.
non ti ho mai chiesto, sorridi, quando leggi le frasi che penso per te? arriva mai, nel corso delle tue giornate, un momento nel quale ti chiedi cosa stia facendo? è vero, ti ho chiesto perché mi tieni per mano e non mi hai risposto – è vero, l’ho chiesto usando le parole sbagliate.
eppure mi piace così, sapere niente di te se non che sei in qualche modo importante, mi piace non dire il tuo nome per non consumarlo, mi piace pensare che se non ti accorgi di avermi al tuo fianco è solo perché ho la leggerezza di un’ombra, la stessa sostanza, la stessa costanza.

2 Risposte

  1. Non è quello che vuoi, non è quello che volevamo
    Volevamo gli occhi addosso prima di desiderarlo
    Volevamo la risposta della storia prima di aver fatto la domanda
    Volevamo anche l’inutile passato
    Volevamo saperci essere e non un fastidio che insultasse la nostra intelligenza

    Io non parlo più finché non sentirò chiamare il mio nome disperato

  2. (…)

    parole che scrivi e che potrei avere scritto io.
    parole che mi ricordano le mie, quelle che mi “mancano”.
    So che siamo diverse, diversissime, dirmi “uguale” a te sarebbe uno sminuirti, però a volte mi sento così *dentro* le tue parole che mi sembra di sovrapporre la tua mente alla mia. I tuoi pensieri e i miei, come dentro due vasi comunicanti, dentro due provette, dentro il laboratorio di un chimico.

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