le poltroncine della sala comune sono come quelle del cinema ma per vedere la televisione ti ci devi sedere davanti, le altre chissà a cosa servono, a guardare il muro, a guardare fuori dalla finestra, a guardarsi in faccia solo se ti siedi appollaiando le gambe di lato. l’infermiera passa con un quaderno a chiedere: sei andata di corpo? quanto? colore? consistenza? e segna ogni cosa accanto al mio nome. la fermo con un no, riempie il bicchiere di granuli marroni. precisa, con abbondante acqua. sono piena di granuli marroni. sono una clessidra di granuli marroni. se ogni granulo marrone fosse un secondo e mi mettessi a testa in giù potresti usarmi per calcolare il tempo che manca.
nascondo le pastiglie tra le guance e le gengive, loro controllano solo sotto la lingua, sopra la lingua. le sputo nel cestino pieno di tazze vuote e decaffeinate, mi siedo per terra incollata al termosifone perché non me ne frega un cazzo, avere freddo, sedermi per terra, farmi male al culo, seguire le regole, mi interessa solo cagare prima della prossima pesata, in fila in mutande cognome dopo cognome a infilare o sfilare dai polsi orologi pesanti chiamandoli portafortuna, tutta la vita in un grafico che sale e che scende, la pressione, il battito, il peso, la merda, il ferro, l’acido folico, globuli corpi chetonici zuccheri e umore.