Archive for Marzo 2009
figure 8
nella spirale bianca e rossa sorride e infila i pollici nelle tasche dei pantaloni bassi, le mani somigliano alle mie, la lunghezza delle dita, le linee sui palmi, ma io continuo a inciampare tra le corde della chitarra almeno mezz’ora al giorno di scale arpeggi esercizi per ricordare cose dimenticate da dieci anni, lui non inciampa più ma nemmeno inciampava prima, quando studiavo musica pensavo di avere sbagliato strumento, per via di queste mani, ammiravo la compostezza degli archi, l’anarchia tronfia dei fiati, amavo il pugno spinto sul diaframma per tentare di cambiare il respiro e tenere lunghe le note nel canto e raggiungevo le melodie fuoriuscite dal pentagramma, i la fluttuanti nel cielo di sopra, le corde vocali elastiche e pulite la voce cristallina e adesso se mi penso la gola la vedo incrostata di anni e di fumo, nera come l’interno di un comignolo dal quale le nuvole escono a scatti quadrati che esplodono sopra i tetti senza rumore. non far sapere alla tua mano sinistra quello che fa la tua destra, premere e pizzicare, è tutto storto in questa primavera di vestiti leggeri che mai indosserò, di canzoni che non canterò, di libri che non finiranno, di luoghi ai quali tornerò per cerimonie segrete e mi appariranno per quello che sono, vedrò i punti nei quali la vernice del muro si scrosta e i bicchieri sporchi e le macchie oleose nell’acqua e i tumori a deformare i tronchi snelli degli alberi che avrebbero dovuto proteggermi e invece, come nei film, si tramuteranno in artigli e gabbie di ossa, mi strapperanno il maglione morbido dalle braccia e non ci saranno tappeti d’erba ma pietre aguzze, non ci saranno carezze di sole ma ustioni o nuvole nere, e continuerò comunque a sognare e stenderò una tovaglia a quadretti e mi avvolgerò in una coperta scozzese e aprirò un cesto di vimini e ci sarà una bottiglia di vino e niente per cui brindare, e i piedi nudi non saranno accarezzati dalla brezza ma affonderanno nel fango, e le spalle scoperte non si disegneranno di lentiggini e di baci ma diverranno grigie come la terra alla quale ritorno da quando son nata, morta che vive a scadenza, impura impaurita ho appurato che pure potendo non sono ponente mi è stata levata ogni cosa dal vento mi è stata lavata dal pianto non valgo volevo valere ma ho solo voluto non sono riuscita a volare.
[two lovers] I’m just happy
requiem per un sogno a brighton beach come pesci in un acquario come l’acqua che respinge se non scorre sulle guance, dentro l’acqua c’è la voce c’è la luce e le braccia dell’arreso tese in alto c’è la mano cogli il guanto della sfida o la mano che si tende? il futuro è in bianco e nero fermo-immagine e il presente è rallentato nella corsa verso il tuffo, sopra i tetti la speranza poi smentita nell’androne, e lo sguardo verso il cielo o attraverso la finestra, e lo sguardo verso me che guardo lui che guarda loro e poi si guarda nel riflesso dentro al vetro nello specchio con la porta che nasconde e lo sguardo attraverso l’obiettivo o attraverso la finestra, non ti ho vista ma sei bella, verso il muro gli occhi aperti e disperati nell’abbraccio che è il contrario dell’abbraccio che consola, siamo onde di un destino che decide della morte della vita dell’amore e del bisogno, siamo onde che si infrangono nel modo in cui si infrangono quei sogni della notte frammentati nel risveglio contro l’argine o la cella di un futuro che è sicuro ha l’assistenza sanitaria, contro l’argine di madri che ci provano a capire e che comunque poi sorridono sbagliando e chissà che non conoscano gli stessi tuoi dolori, contro l’argine di padri che lo sanno cosa è giusto e alla fine è tutto scritto e l’amore è divisione di dolore sottrazione di speranza addizione involontaria di due corpi disperati il risultato poi un errore cicatrici sulle braccia.
escape my shape/become vibration
non sente la faccia. come se la pelle fosse diventata spessa e insensibile se non per quel punto preciso in cui un follicolo si è irritato ed è un nodulo sul punto di suppurare, e la pelle è effettivamente spessa e insensibile, anche dove è sottile e si sta spaccando e rivela il reticolo delle sue trascuratezze. la pelle è una prigione che si indossa e non si toglie, dice, penso che il mio stomaco sia troppo grande, sempre, mi piace la forma del mio sedere, mai, penso che la grandezza del mio stomaco sia proprio giusta, mai, penso piuttosto che la grandezza del mio stomaco sia completamente sbagliata ma non mi spavento quando i miei sentimenti sono troppo forti, sono gli altri a spaventarsi e vorrei essere più giovane solo per fare le cose da capo e forse farle allo stesso modo e non commettere gli stessi errori o commetterli meglio, non è in fondo ciò che sta stai sto facendo -
non sente la fame. solo la possibilità di riempire e svuotare, di mantenere vuoto, la capacità di essere o non essere disciplinata, la vita fuori dal finestrino che scorre senza controllo, la cena fuori dai denti che schizza, la tensione che gonfia la gola e il collo. ha un appetito normale? vero. falso. non c’è niente di normale nell’appetito, negli appetiti, nei desideri. non c’è niente di buono, non c’è niente di giusto, ho perso il gusto e ogni cosa ha lo stesso sapore dell’altra, se sarà brava tutto andrà bene o andrà male ma allora sarà per niente importante -
you can’t judge a book by its cover
ancora non mi sono abituata agli sguardi d’attesa e di domanda che mi solleticano la schiena mentre entro nella stanza per poi uscirne cambiata, agli sguardi di curiosità che si muovono elastici tra i miei capelli scompigliati e il candore della divisa – quella che ho scelto è irrimediabilmente macchiata d’inchiostro nero sulla spalla, quella che mi ha scelto, l’unica che mi disegni i contorni senza stringermi, senza stingermi – agli sguardi che interrogano e si interrogano e cercano e trovano o non trovano, al sorriso tenue che mi si dipinge nell’ascolto, alla postura alla quale il ruolo mi costringe e solo dopo tempo mi accorgo che per ore ho tenuto il mento alto, ancora non mi sono abituata al bisogno disperato né alla diffidenza esasperata, non mi abituo al peso dei segreti che restano aleggianti tra la sedia vuota e la scrivania ingombra mentre i corpi se ne vanno rubandomi le penne. imparo a decifrare le croci e i vero o falso e intuisco le vergogne, intuisco le menzogne, le ritrovo in percentili ma continuo a preferire le parole, l’intesa degli sguardi che mi dice che qualcosa l’ho donato, ma com’è che quel qualcosa mi continua a pesare nelle tasche? riconosco l’impostura dei consigli che per prima ho rifiutato mai ho imparato ad accettare ma li offro non avendo alternative, mi misuro col bisogno viscerale di magia e di cambiamenti che mi sento appartenere, quando esco mi confronto col rettangolo di cielo in movimento liberato da edifici troppo quadri e mi accorgo che l’ascolto mi ha stremata che ho bisogno di parlare, parlo molto, parlo in fretta, c’è chi scambia la mia voce per serena solo perché non è lenta, guido piano perché penso perché guardo la stagione che mi cambia il panorama e i colori tutt’intorno son gli stessi dell’altr’anno ma io più non mi somiglio
una storia
quella volta mi aveva raccontato del bambino nato con la testa di cavallo. lei non l’aveva mica visto, l’avevano portato via di notte, l’avevano portato in quel posto fatto apposta per le teste fatte strane, di zucca o di animale, ma la voce era arrivata e insieme a quella altre voci che spiegavano perché, motivavano lo strano accadimento.
io poi l’avevo conosciuto, il bambino nato con la testa di cavallo, la notte stessa mi era apparso in sogno e intuendo il mio terrore aveva preso le mie mani con le sue, dure e nere come unghie pestate in un cassetto o in una porta, aveva detto col suo fiato caldo e zuccherino, stai tranquilla, voglio solo essere tuo amico. all’improvviso, mi ero accorta, non avevo più paura.
mi raccontava della vita in ospedale, dell’amicizia con la bimba con la testa di una zebra che, a sentirla raccontare, mi sembrava quasi bella. la mattina controllavo la mia testa nello specchio e la tastavo per studiarne i cambiamenti, poi la notte gli dicevo, non è andata non succede ti prometto che domani e gli intrecciavo la criniera.
lo pregavo di portarmi alle finestre di quel posto fatto apposta per le teste fatte strane, tentennava, non voleva, se insistevo per due notti non tornava e alla terza lo sgridavo, sono stata preoccupata, non dovevi, non sapevo dove fossi, sempre là, ma perché non sei venuto, rispondeva con il naso e riprendeva a raccontare della notte in cui era nato, della madre che gridava di dolore e del lenzuolo sulla faccia.
16mar09
la mattina dopo la pioggia ha il colore dei campi da tennis, verde brillante e rosso mattone e il cielo azzurro sudore di gocce e condensa e vapore, non c’è rete se non la ragnatela che pende dall’alto e cattura la polvere che vola spinta dall’aria spinta dai passi pesanti sul legno spinta dalle correnti di queste finestre aperte d’inverno e d’estate, ammetto che sono impotente di fronte alla vita, ammetto di essere fuori controllo e mi affido a un potere più grande, la mattina dopo la pioggia ha il colore dei campi da calcio abbracciati da piste da corsa che accettano i chiodi li accetto anch’io e mi sottometto ma non concepisco, fatico a capire il perché dell’immagine rigurgitata alle otto specchiandomi dentro la tazza e dietro la tenda, il campo da tennis non mi appartiene, se non forse quello di terra battuta sul lago – passandoci a volte avrei potuto vedere mio padre, passandoci dietro scalando i gradoni a volte avrei potuto trovare rifugio da occhi indiscreti ma allora ancora importava, ammetto i miei torti col cazzo li ammetto ho solo ragioni, è qui che mi inciampo, è qui che finisco da sola vivendo in assenza di leggi che ho solo le leggi che a volte mi detto da sola e hanno senso solo per me e nessun altro, lavare le mani due volte di fila e lasciarmi parlare senza pensare a chi ascolta, cogliere ogni occasione per recitare e crederci sempre e scrivere assecondando la musica dentro la testa di me che conosco il mio ritmo e desiderare di essere in grado, come meditando, di rallentare ogni mia funzione, spegnermi un poco, il tanto che basta per non bruciare, spegnermi un poco, il tanto che basta per non affondare nella marea che mi straripa gli occhi mi sale la gola, mi dico le cose e poi non mi ascolto non credo che l’unica cosa reale in questo momento è che son fatta d’acqua, al risveglio son fatta di terra che trema nelle mie ginocchia e poi piovo e non smetto e sulle mie pendici son senza radici che frenino questa alluvione e le frane di ore che tutti hanno dimenticato ma io le ricordo, se fingo il contrario è solo per vivere quieta all’esterno di me che all’esterno sono poco più di una proiezione che ingombra senza spaziare
discinesia tardiva
mentre mi avvicino mi sorride sistemandosi il maglione rosso e io ricambio il sorriso e indosso un maglione dello stesso colore e sto cercando di fotografare i muri e le ombre e nel display le immagini mi sembrano in bianco e nero anche se sono a colori, lui alza il braccio e muovendolo mi chiede di avvicinarmi.
eccomi.
mi dice il suo nome e mi stringe la mano mentre gli dico il mio, ci vieni mai qui? chiede, poco, sotto i portici il sabato? chiede, quasi mai, se vieni e ti fischio poi te non ti giri e fai la sostenuta? mi dice, ma va là, son mica stronza, rispondo, hai visto che adesso che mi hai salutato io sono venuta, hai ragione – tutta la faccia è un tremito di onde rosa intorno alle isole azzurre degli occhi – ci vieni qui? ogni tanto, lavori qui? no, lavoro da un’altra parte, la saliva gli si è raggrumata grigia agli angoli delle labbra grigia come i capelli sforbiciati male, se vieni mi chiami? d’accordo, e prendo il quaderno e la penna e da dentro lo stanno chiamando, aspetta, risponde, arrivo, risponde, mi guarda e mi dice, non me lo ricordo a memoria, l’elenco ce l’hai? mi chiede, non dice l’elenco, disegna la forma piegando le braccia in avanti e sfogliando per finta, annuisco, mi detta il nome e il cognome del padre, la via, io scrivo e gli faccio vedere che ho scritto, ancora lo stanno chiamando, c’è dentro il giovanni ha bisogno, aspetta, risponde, arrivo, risponde, lavora qui al magazzino e chiede un momento ma non glielo danno, potrebbe abitarlo da sempre, ’sto posto, mi abbraccia e mi bacia la guancia e in quell’istante uguali tremiamo le facce le guance e l’istante poi passa e sorride andandomi via.
[the wrestler] the only place i get hurt is out there
sapere di non saper fare che una cosa e una soltanto e a quella tornare, conoscerne i riti, la chimica che dentro e fuori ricrea il personaggio ogni volta e il rimpianto per gli anni che non torneranno riflesso nel mare di chi ancora ha tutta la vita davanti e quegli anni ormai li ha scordati o neanche vissuti, riflesso in un altro rimpianto che è simile e sempre ha a che fare col corpo – guardare usando sempre la stessa espressione eppure vederla mutare in sorriso o in sconforto, in luce o nell’acqua che umidi gli occhi non finge, è tutto reale, la danza sul ring o nel bar quando parte quella canzone e ogni cosa è gioco in pixel sgranati e ogni cosa è seria come una cicatrice, avere due nomi, un nome per ogni persona, averne uno solo e ingombrante e riconoscersi in quello, sapere nel sangue e col sangue che nel fallimento una sola è la cosa che conta, l’amore fugace di luci e di voci che solo ti rendon reale l’assenza di scelta consapevolezza di stare vivendo un destino o di starlo morendo, american dream al contrario, mostrato di spalle, tentando di nuovo, fallendo di nuovo, provando, fallendo meglio cadendo restando sospeso in volo, tenuto dall’aria che è densa di attese e speranze di chi torna a casa e ha solo te per sognare.
and as I watch you walk away/hope a part of you would stay
me l’hai detto, mi hai detto di crederti talmente tante volte che ho finito per farlo, per crederti, ma credo di avere iniziato a farlo, a crederti, nel momento sbagliato, nel momento in cui ogni cosa mi dice il contrario, non credergli, nel momento in cui ogni cosa sembra essere apposta per cancellare il ricordo di quell’ultima sera o sera ultima per un po’ in cui tutto diceva addio ma lo diceva in qualche modo accarezzandomi da qualche parte che mi faceva sentire al sicuro, per cancellare il ricordo degli occhi che hanno sempre parlato – la prima volta hanno detto, lì dietro, da qualche parte, c’è la paura ma adesso è nascosta, e sono felice e mi sento nuovo, la seconda volta hanno detto, dove sei? ogni volta che uscivo dal tuo campo visivo, la terza volta hanno detto fallo, all’inizio piangerai ma poi sarà un bel ricordo, la quarta volta hanno detto, ho di nuovo paura, e poi hanno detto balliamo, e poi hanno detto scordiamoci tutto e perdiamoci e una pagliuzza ha detto, per sempre, e poi hanno detto, non so cosa fare, e poi, sto cercando di salutarti ma non ci riesco, e quell’ultima volta hanno fatto promesse e l’unica cosa che so, in questo momento, è che tu e i tuoi occhi non coincidete, che gli occhi non sono lo specchio di niente, l’unica cosa che vorrei dirti è che non devi sentire il bisogno di alzare scudi non è da me che devi venire protetto, io parlo solo la verità e la verità non deve fare paura e se proprio hai deciso che devi giocare al massacro ora basta, ti ho dato ogni cosa, mi sono fidata, hai preso ogni cosa e con sufficienza poi l’hai giudicata, hai fatto brillare in flash forward la vita che sarebbe stata in un mondo nel quale sarei stata intera e adesso mi mostri un presente nel quale io sono incompleta e sbagliata ma no, non lo so sono, o almeno non per i motivi che credi, sapevo che avresti avuto bisogno di rinnegarmi più volte e almeno pensavo che un po’ ti saresti pentito, il vestito della speranza è stretto indossato da sola diventa della giusta misura soltanto indossandolo insieme.
show and tell
volevo vedere una mostra tra tutte le altre e forse non era una mostra ma un’esposizione, non una mostra, o come si dice, chissà, potrei cercare la parola giusta ma la frase mi è venuta in testa così e c’è la possibilità che con la parola giusta questa frase non mi suoni bene come quella che ho scritto ho pensato, volevo vedere quella mostra tra tutte le altre mostre, già usando “esposizione” al posto di “mostra” la voce nella mia testa inciampa, chissà qual è, la parola giusta, se poi esiste davvero una cosa come “la parola giusta”, e il dizionario comunque dice che una mostra è una esposizione e poi in fondo è un periodo questo in cui credo poco alle parole e ancora meno ai fatti, credo a pochissime cose o forse a nessuna o forse sto dicendo una bugia a te che mi leggi e a me stessa, anche, mi piace credere di non credere in niente, cullare il pensiero di non avere speranze pure sapendo di stare sperando perché così, almeno, la parte di me che crede di non sperare non ci rimarrà poi così male, male come resterà la parte che spera, quando niente andrà bene. che poi, a ben pensarci, o almeno credo, è esattamente la cosa che voglio dire parlando di quella volta in cui volevo vedere quella mostra tra tutte le altre mostre, e la galleria apriva nel pomeriggio e prima c’erano altre mostre da vedere per riempire quelle ore di attesa, girare per le strade con la cartina in mano o forse dovrei dire la piantina o forse la mappa la pianta la carta geografica oppure quel foglio sul quale è disegnata ogni via, girare le strade e chiedere l’ora in continuazione, tra poco, tra poco, sapere che il viaggio scomodo e lungo non faceva niente perché volevo vedere una mostra tra tutte le altre e tra poco, tra poco, e quando poi ero arrivata cammina cammina la strada era lunga ed erano ore che camminavo che male alle scarpe avevo trovato un cartello attaccato alla porta con una puntina e diceva, la galleria oggi è chiusa, e nemmeno scusate, diceva, e sono rimasta a guardare il cartello lì dal marciapiede e mi sono seduta per terra e non ho nemmeno pensato, potrebbe essere sporco, mi sono seduta e poi ho pianto, volevo vedere la mostra e non c’era e più non avevo un’altra occasione, eppure, pensavo, avevo fatto ogni cosa per bene, mi ero informata su orari e chiusure, avevo preso un giorno di ferie, avevo comprato i biglietti del treno, avevo studiato ogni dettaglio e un’altra occasione così non mi sarebbe mai più capitata, pensavo – sbagliando, che poi un mese dopo ci sono tornata e l’ho vista, la mostra, a volte forse bisogna solo avere costanza e alla fine la porta aperta la trovi, l’avevo detto che proprio non riesco a far finta di non sperare, volevo scrivere di quella volta e di quella mostra e non dire che ero riuscita a vederla, alla fine, volevo fermare il racconto al momento in cui mi sono seduta sul marciapiede piangendo ma è stato più forte di me, ho persino pensato di dire, un mese dopo ci sono tornata e l’ho vista, la mostra, e faceva schifo era stata una delusione per dire, a volte pensiamo di proprio volere qualcosa e quando l’abbiamo dopo avere tanto lottato non vale la pena ma credo che quando crediamo abbastanza non può che non essere vero, ma io sono ingenua e dimentico in fretta le mie delusioni e le disillusioni sto ancora mentendo, ricordo, è vero piuttosto che poche sono le cose che mi hanno decisa a lottare e tutte importanti, bugia, mi sto convincendo che neanche stavolta è finita mi aggrappo a ogni segno e tutti ’sti segni son fatti di carta e quando mi aggrappo non reggono il peso, si strappano e cado, la prossima volta, la prossima volta, finché non arriva la volta che
if you could save me
il contrario di io è voi, il sinonimo di voi è io, scendiamo dal piedistallo del dolore che cazzo ne sai dei muri scrostati dell’odore della sala d’attesa dei rifiuti sanitari pericolosi, scendiamo dal piedistallo sul quale ci muoviamo sudati l’uno dell’altro cercando il contatto contaminante l’azzardo biologico della chimica impazzita, conosci il cateterismo vocale del mio respiro che si flette nella tromba di un orecchio che non sente? l’arrotata contrazione muscolare involontaria che ribolle il mio mercurio che mi bagna le mutande?
il contrario di noi è tu, il contrario di voi è noi, saliamo queste scale attraversiamo questo fiume temo il tempo il tempo fugge fulge il sole o l’esplosione non c’è meta non c’è viaggio resta solo l’incidente sono fatta di lamiera ho sfondato il parabrezza non c’è vento non c’è senso in questa torbida agonia in questa torpida agonia nella voce che esalante è come vetro nella gola – sono mani sulle gambe sono lingue tra i capelli sono fiati accelerati sono sfregi sulla pelle e brandelli tra le unghie hai ragione non ragiono questo cranio è una prigione il mio petto è il pulsante di emergenza non premuto appannata dentro gli occhi incompleto complemento.
I don’t know where to put things, you know?
per tutto questo tempo ho avuto in mano dei tasselli di diverse forme e colori e materiali, li ho accostati con pazienza cercando di intuire i meccanismi dell’incastro, senza punto di riferimento che non fossero i miei sensi – e ora l’immagine completa mi racconta la storia di tre mesi o chissà quanti e potrebbe essere coperta fatta di brandelli di vecchie coperte cucite insieme ma non scalda, potrebbe essere libro di storie che si intrecciano ma i personaggi sfuggono tra la trama e l’ordito e non finisce, potrebbe essere scaffale in cui riporre la polvere ma è zoppo, è tutto rotto o sul punto di spezzarsi e vaffanculo io e vaffanculo alle parole alle parole soprattutto, alla voce che non esce e a tutto ciò che mi è negato e a tutto ciò che non mi prendo e che mi nego da me stessa, diluita non mi sento non mi riesco ad ascoltare e non mi trovo nelle frasi che cancello, impaziente necessaria vigilanza osservazione permanente, se nessuno più mi guarda posso avere l’incertezza di non essere più vera aver cessato l’esistenza, esitare mi ha portata più lontana e non c’è ponte per l’indietro, entro un’ora o due minuti il messaggio si cancella e l’esplosione non rilascia che una nuvola argentata – dissolvenza
