per tutto questo tempo ho avuto in mano dei tasselli di diverse forme e colori e materiali, li ho accostati con pazienza cercando di intuire i meccanismi dell’incastro, senza punto di riferimento che non fossero i miei sensi – e ora l’immagine completa mi racconta la storia di tre mesi o chissà quanti e potrebbe essere coperta fatta di brandelli di vecchie coperte cucite insieme ma non scalda, potrebbe essere libro di storie che si intrecciano ma i personaggi sfuggono tra la trama e l’ordito e non finisce, potrebbe essere scaffale in cui riporre la polvere ma è zoppo, è tutto rotto o sul punto di spezzarsi e vaffanculo io e vaffanculo alle parole alle parole soprattutto, alla voce che non esce e a tutto ciò che mi è negato e a tutto ciò che non mi prendo e che mi nego da me stessa, diluita non mi sento non mi riesco ad ascoltare e non mi trovo nelle frasi che cancello, impaziente necessaria vigilanza osservazione permanente, se nessuno più mi guarda posso avere l’incertezza di non essere più vera aver cessato l’esistenza, esitare mi ha portata più lontana e non c’è ponte per l’indietro, entro un’ora o due minuti il messaggio si cancella e l’esplosione non rilascia che una nuvola argentata – dissolvenza
sono viaggi da Caronte andate più ritorni e nel mezzo del viaggio ovvero la meta chi lo sa non sembra resti nulla invece sull’altra sponda ci si gira e c’è tutto lì in mezzo basta dipanare le matasse giorni anni chi lo sa cose che nascono e mai moriranno cose vere che sembrano fragili e cose che sembrano temporanee e gracili e rinascono ogni giorno più forti
ma è la meta, la cosa più importante, oppure il viaggio stesso?