mentre mi avvicino mi sorride sistemandosi il maglione rosso e io ricambio il sorriso e indosso un maglione dello stesso colore e sto cercando di fotografare i muri e le ombre e nel display le immagini mi sembrano in bianco e nero anche se sono a colori, lui alza il braccio e muovendolo mi chiede di avvicinarmi.
eccomi.
mi dice il suo nome e mi stringe la mano mentre gli dico il mio, ci vieni mai qui? chiede, poco, sotto i portici il sabato? chiede, quasi mai, se vieni e ti fischio poi te non ti giri e fai la sostenuta? mi dice, ma va là, son mica stronza, rispondo, hai visto che adesso che mi hai salutato io sono venuta, hai ragione – tutta la faccia è un tremito di onde rosa intorno alle isole azzurre degli occhi – ci vieni qui? ogni tanto, lavori qui? no, lavoro da un’altra parte, la saliva gli si è raggrumata grigia agli angoli delle labbra grigia come i capelli sforbiciati male, se vieni mi chiami? d’accordo, e prendo il quaderno e la penna e da dentro lo stanno chiamando, aspetta, risponde, arrivo, risponde, mi guarda e mi dice, non me lo ricordo a memoria, l’elenco ce l’hai? mi chiede, non dice l’elenco, disegna la forma piegando le braccia in avanti e sfogliando per finta, annuisco, mi detta il nome e il cognome del padre, la via, io scrivo e gli faccio vedere che ho scritto, ancora lo stanno chiamando, c’è dentro il giovanni ha bisogno, aspetta, risponde, arrivo, risponde, lavora qui al magazzino e chiede un momento ma non glielo danno, potrebbe abitarlo da sempre, ’sto posto, mi abbraccia e mi bacia la guancia e in quell’istante uguali tremiamo le facce le guance e l’istante poi passa e sorride andandomi via.
Grazie per gli abbracci.
Sono cose importanti.
Più del Blog.
Grazie, sono stato lì.
36 ore fa accadeva:
…..
Aspettate qui che ve lo faccio salire.
No, vogliamo scendere.
Si scendono le scale, e si ha la sensazione di andare verso delle cantine.
Poi ti trovi davanti la porta di un qualunque sgabuzzino, bussi perchè è chiusa a chiave.
Un infermiera ci apre, e subito dopo ci richiude dietro con la chiave.
Una ragazza in pigiama sta su una sedia all’imbocco del corridoio. mi guarda con interesse, sembra quasi tornargli un pò di vita: mi dice ciao… All’ingresso del corridoio, come una barricata, c’è un tavolo di traverso, l’infermiera lo sposta. Il corridoio è in ombra, mi tengo vicino all’assitente sociale, alle narici giunge odore di piscio. Per terra c’è un ragazzo accovacciato, con la schiena al muro, ai polsi ha delle bende. Lo scavalchiamo. A sinistra nel corridoio si intravede una stanza 3×4 con sei letti, tre sono occupati, un vecchio per terra sta provando con una fatica enorme a mettersi una calzino. A destra nel corridoio c’è un bagno, maioliche spaccate, cesso alla turca. Il corridoio termina con una altra barricata, un divano messo di traverso che da su una sala. Un unico televisore, acceso, nessuno che lo guarda, persone che vagano, alcuni seduti che chiaccherano. In una poltrona da parte troviamo la persona che stavamo cercando…
Una clinica privata romana nel 2009.
immobilità di panchine frullata dagli smottamenti dell’anima