S/T

First we feel. Then we fall.

maybe we just wait/and things will improve

con un commento

aspettare at/tendere verso l’ora in cui tutto sarà finito, in cui non sarò più at/tesa appesa al filo delle ore che tic, tac, tic, tac, cambiano la loro durata, sono veloci nei giorni di sole sulle panchine, lente nei giorni in cui guardo il telefono e drin, volevo sapere, bene, tu? e drin, hai da fare? no, ma e drin, ancora niente ancora niente chiamavo per dirti che ancora non abbiamo notizie ancora non sappiamo ancora -
e scoprire segreti e tentare di modulare la voce per farla uscire serena ma chiunque si accorgerebbe che fingo, che grido e rido forte e sono troppo veloce per essere vera,
con le dita separava i capelli sul collo, una ciocca a valicare la spalla destra, una ciocca a saltare la spalla sinistra, scoprire le vertebre e il punto sporgente nel quale inizia la schiena, con le dita districava i nodi per crearne di nuovi, trecce che accarezzavano la cartilagine molle delle orecchie prima del tocco lucido della lama, del rumore di zanzara delle forbici.
avvolta nella tenda di lino si reggeva al muro grattando le imperfezioni con i polpastrelli, tornava al momento in cui non sapeva, in cui non aveva ancora imparato parole nuove, parole che mai avrebbe voluto imparare, si aggrappava alle nozioni una scala a pioli per il passato in cui quando era piccola veniva nella loro stanza, il sabato sera, a cantare. era l’unico momento di vicinanza, il suo peso in fondo al letto a deformare il materasso e la sua voce al buio, l’odore verde del bagnoschiuma e di quel profumo che ormai nessuno lo usa, le note, il modo in cui il canto andava a scemare come alla radio abbassando il volume prima di uscire, la porta chiusa alle spalle e gli ultimi versi attutiti dal vetro.
aveva un cassetto pieno di parole, un armadio, una casa, addirittura, e adesso che le cerca trova un sacchetto in fondo alla tasca, una caramella abbandonata in fondo alla borsa che tanto mica la mangerà mai insieme ai pezzettini di tabacco e ai fogli strappati dal taccuino attraverso i quali cercare di ricostruire una storia che non c’è anche se le è cresciuta in testa come una pianta di quelle che vanno strappate, che le è cresciuta nella nebbia della pianura e del prosecco e vorrebbe avere una scatola per mettere via tutto quanto -
ma poi mi accorgerei che è piccola, la scatola, rispetto ai pensieri alla storia, piangevo mordendo il cuscino quando cantava quella canzone ma non avevo il coraggio di confessarlo per paura che non tornasse più, che ci restasse male, che non capisse. il capitano della canzone, nella mia testa, aveva i baffi uguali ai suoi e

Written by madamepsychosis

070509 a 10:47 am

Pubblicato in momentum

Una Risposta

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  1. williamdollace

    100509 alle 7:42 am


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