i suoi vestiti, seppure sporchi e sgualciti, rievocavano una passata eleganza; portava, sull’abito a fiori, una giacchetta di pelliccia. le gambe erano nude anche d’inverno, i piedi infilati in un paio di pianelle color vinaccia, – del colore del vomito dell’ubriaco, avrebbe detto mia madre – al collo un lungo filo di perle: come se la follia l’avesse sorpresa durante la toletta, tra uno sbuffo di cipria e un velo di rossetto.
come ti immagini tra trent’anni? non riesco, prova, non riesco, perché? non ho la faccia, di chi diventa vecchio, so dove si incideranno le rughe, dove cadrà la pelle, so che taglio avranno gli occhi ma non conosco gli abiti che indosserò, le parole che mi usciranno di bocca e chissà come sarà la mia voce che è già cambiata due volte almeno, il tono, l’accento, il punto da cui emerge – il petto, la gola – il tempo, il tempo non lo capisco, non l’ho mai capito.
aveva i capelli lunghi e annodati, impastati in ciocche, radi, come quelli della mia bambola; stringeva in mano un sacchetto di plastica della standa, camminava instancabile borbottando tra sé e sé, alzando gli occhi solo per imprecare contro il cielo, al sole o alla pioggia indistintamente.
la fissai finché mia madre non mi diede uno scapaccione, forzandomi ad abbassare la testa; guardai le scarpe di vernice nera che mi facevano male, storsi le labbra per chiederle, chi è? nessuno, mi disse, e mi strattonò verso le strisce per attraversare, poi in un negozio.
per quante persone sono diventata nessuno? e quante persone sono diventate nessuno per me? che forse succede così, un giorno ci sei e chiunque sa dire il tuo nome e associare a quel nome almeno una parola, amica, compagna, simpatica, stronza, e poi piano piano inizi a svanire, chi è? nessuno, e sei e non sei che se sei imbarazzi oppure procuri fastidio, oppure hai iniziato a cambiare e cambiare, un tratto alla volta, e adesso nemmeno ti riconosci allo specchio e guardandoti chiedi: chi sei? e sei senza risposta.
schiacciai le mani e il naso contro la vetrina, cercai di seguire i suoi passi strascicati finché non scomparve dietro l’angolo.
tornata a casa, tentai nuovamente di interrogare mia madre: mi rispose che era una matta o la matta, addirittura, non una ma quella, una non-più-persona, mi disse che si diceva che fosse impazzita per il dolore, o forse si era svegliata una mattina così, la ragione svaporata, la favella ingarbugliata, i movimenti veloci ma lenti oppure al contrario, non so.
la incrociai il giorno seguente, già andavo a scuola da sola oppure in compagnia di altri bambini del mio stesso isolato – uno di loro già mi aveva svelato alcuni segreti che mi avevano molto turbata e mi disse che la conosceva: è la Mariarosa, mi disse arricciando il naso, aggiunse, è appena uscita dall’ospedale.
lo sai tu lo so io lo san tutti non è una condanna è qualcosa che arriva e poi passa e sempre ritorna ma passa, bisogna aspettare, avere pazienza, cercare di ricordarsi, chi sei? avere dei punti dei nomi ai quali appigliarsi, ma quando dimentico tutto, quando le categorie diventano altre e il giusto è giusto ed è giusto anche lo sbagliato, adesso ci riesco, a sapere, a distinguere ancora tra me e le pastiglie e le malattie, da zero a cinque quanta paura hai che un giorno ti perderai la ragione per strada?
lui le si avvicinò e iniziò a parlare, le chiese del figlio e si complimentò per il filo di perle; lei non rispose, solo diceva avemaria, avemaria, avemaria, facendo tremare tutti i suoi menti.
mi arrabbiai con dio che non la stava ad ascoltare e mi chiesi se, invece, a me mi ascoltava, mi chiesi se avrei potuto chiedere anche per lei e come e che cosa; nel pomeriggio, trovai una scusa per non uscire a giocare.
Pensieri e grovigli spazio-temporali che irretiscono, parole come flussi ipnotici. Quando ci fermeremo? Le tue parole sanno tenermi incollato alla pagina; mi sento come una falena troppo cresciuta rimasta appiccicata alla superficie opaca del futuro.
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