- Ti vedo bene,
- Dici?
- Sì sei diversa oggi diversa come se,
- E invece,
- Comunque,
- Sto bene infatti sto bene,
- Sapevo che avresti tirato fuori le unghie.
La nuova faccia aderiva alla vecchia come un cerotto che tenta di esser color della carne ma non inganna nessuno, con i suoi fori che vorrebbero essere pori e respirare e comunicare, con i bordi rialzati di colla che, col passar delle ore, si tinge del nero dell’aria e del tatto.
Mi allontanai da mia madre, le diedi le spalle, lei ancora mi stava parlando, chiedendo,
- mangi stasera? Che cosa?
Io finsi che le sue parole si fossero perse nel rumore della strada o della lavatrice, volevo stare da sola.
A letto, mi stavo tagliando le unghie e mi ricordai del momento nel quale avevo pensato che l’indipendenza in qualche modo equivalesse al possesso di un paio di forbicine, due lame ricurve e appuntite e due anelli forgiati a misura delle mie dita; non più scivolare in bagno a cercare quelle di tutti e pensare al loro contatto con ciò che era stato grattato dai miei genitori ma forbici mie – iniziai a nasconderle tra i fazzoletti pensando così di rubare la mia libertà ancora a venire.
La nuova faccia aderiva alla vecchia come un cerotto ma non medicava; incantava, illudeva, confondeva chiunque incontrasse il mio sguardo non più tumefatto, è cambiata?
Non era la mia prima volta, il mio primo viso, ma non riuscivo a ricordare i precedenti; riempivo la conca dei palmi con acqua bollente per sciogliere pece e pigmenti – non sono mai stata persona da strappi decisi, preferisco tendere un poco il pelo e la pelle e diluire il dolore in tanti dolori.
- Dovrai iniziare a uscire di nuovo,
- Lo so non c’è fretta,
- E incontrerai persone che ti fermeranno e ti chiederanno,
- Dirò tutto bene, non vedo il problema,
- Qualcuno avrà letto o sentito di ciò che è successo al telegiornale,
- E allora?
- Non hanno usato iniziali ma il nome, il tuo nome e anche la foto.
La fotografia sul giornale era presa in un giorno d’estate, entrambe le fotografie di estati diverse; nella prima sembrava che io sorridessi a qualcuno – non c’è tragedia se prima non c’è sorriso – nessuno avrebbe pensato che me la fossi scattata da sola.
Lo vidi lontano alzare la mano per salutarmi, voltandosi verso la donna che lo accompagnava e immaginai che dicesse, se solo non fossimo usciti; mi lisciai i contorni del viso e ricambiai il suo saluto, lei mi guardava le gambe e giocava con i bottoni della camicia, un passo indietro, nell’ombra di lui.
- Allora allora come stai che mi racconti cosa mi dici?
- Bene va tutto bene mai stata meglio – sorrido – e tu?
- Sicura? Ho saputo ti avrei chiamata se avessi ma che fortuna averti incontrata questa mattina qualunque cosa se hai bisogno ci sono ci sono davvero va bene?
- Ma non preoccuparti davvero non so cosa ti abbiano detto ma adesso sto bene non vedi? Non vedi?
Poi lui si allontanò, chinandosi sulla donna e stringendole il braccio un po’ troppo in alto, le chiese, allora? Ti sembra? Le disse, io, io non ce l’avrei fatta non ce la farei e lei invece – l’hai vista – lei invece…
A volte la faccia nuova era come una pellicola trasparente che avvolge la vecchia, il film sottile e quasi umido sotto le dita che si usa in cucina. Mi sigillava le narici, gonfiandosi e sgonfiandosi come una vescica a ogni respiro, se mi fossi affannata avrei finito per aspirarla – la pellicola sarebbe finita al mio interno uccidendomi o forse cambiandomi dentro, plastificando gli odori e i ricordi – o la mia faccia nuova sarebbe esplosa in un sospiro.
Prendevo l’aria solo a piccoli sorsi, storcendo le labbra, come qualcosa di amaro.
A volte era come uno strato di gesso, a volte un corpo diafano offuscato e senza contorni, a volte una statua di cera, più viva del vivo fermata in un ghigno brillante.
Vedo mia madre guardarmi e mentre tento di sfuggire i suoi occhi, vi leggo: orgoglio, paura, preoccupazione, rabbia e tristezza.
- Sai mai nella vita quello che ti può capitare,
- Adesso lo so, lo sappiamo,
- Bambina, la mia bambina così tanto forte
Silenzio.
- Vedrai che tutto andrà bene che tutto andrà per il meglio sola non sei io ci sono
Silenzio.
- Ha chiamato quella tua amica voleva sapere ha chiesto ha detto che passerà in settimana
Silenzio.
Affondo la punta delle forbicine nel polpastrello del medio, poi sollevo la gamba con entrambe le braccia, la appoggio sull’altra, il nodo della caviglia sulla coscia grinzosa.
Mi pungo le dita del piede, le mani, il piede; cerco di trasferire il dolore dall’una all’altra delle mie estremità, nell’assenza.
Non sento.
Mia madre entra in silenzio, in punta di piedi, mi sfiora la spalla e mi dice, ti aiuto, si siede, mi prende i piedi e se li appoggia sulle ginocchia, mi afferra il polso e mi sfila le forbicine via dalle dita; mi taglia le unghie, che saltano con un rumore di tacchi o di applausi o di porte che sbattono o di catene di bicicletta.