il mondo passa accanto alla mia gabbia e non mi vede mai.
gabbia toracica, gabbia di ossa craniche, piatte, separate da margini sottili che le uniscono, gabbia di corpo e vestiti e colonne gabbia di pensieri come fili di fumo che mi avvolgono – spirali – e mi manca il fiato di soffiarle, gabbia fatta di angoli nei quali mi siedo cingendo le gambe stringendole al petto muovendo le dita dei piedi per fare presa sulle panchine e sui fili d’erba, un contatto, che sciolga ciò che è contratto -
all’inizio era uno spettacolo. mi davo la vita e la morte e strappate le croste dalla faccia rinascevo più bella, splendente di pelle nuova e lucida e tesa, splendente di febbre negli occhi, nessuno riusciva a distoglier lo sguardo e infilavo cannucce nel cuore dell’ammirazione per berla, nutrirmi, sfregarmi via dalla bocca con gesto animale i residui di reni e polmoni e, aguzzi i denti, ridere forte gettando indietro la testa.
chiunque avrebbe pagato – donavo la mia arte del corpo plasmato e cambiato in cambio di niente finché poi è arrivato il momento in cui più nessuno ha voluto fermarsi, guardare – la faccia dipinta di rosso, i palmi colanti e tesi e aggrappati – era subentrata la noia, il disgusto, il disagio sottile di quando si sente un odore cattivo e si sa che potrebbe venire da troppo vicino o da dentro – ho accumulato le foglie di dieci o undici autunni e ne ho fatto un giaciglio nascosto, ho lasciato annodarsi i capelli di terra intorno alle ghiande, ho strappato le unghie cercando di uscire e pararmi davanti a un occhio qualunque.
la tua gabbia somiglia alla mia e solo possiamo lanciarci banane in mezzo alle sbarre, ti sbuccio le noccioline schiacciandole tra le ginocchia coi rami spezzati tentiamo un abbraccio a distanza,
in una tomba di carne, io
sono sepolto sopra la terra.
spremiamo la vite per trarne conforto, la gola che brucia, son viva! son viva! son morta e ogni giorno la morte più mi si dipinge, continuo a esibirmi per te che mi guardi, mi muovo, mi piego, mi spezzo per farti vedere la linfa che ancora mi scorre e le labbra mi strapperei per dartele in mano e le porteresti all’orecchio e senza di me ti potrebbero dire qualcosa, ti strapperei gli occhi per scorrerli addosso come due biglie bagnate porosa imprimere me e poi respingerli dentro alle orbite cieche che cieche vorrebbero stare e fare pressione coi pollici aperti per vincere la resistenza e infine desistere e poi rinunciare, tenermeli in tasca, asciutti come sarò diventata -
non abita più il suo corpo se non come il suo stesso inferno.
ho cambiato indirizzo. la gabbia è la stessa. se vieni a trovarmi di notte ti insegno che cosa ho imparato, se più non verrai a trovarmi -
ho smesso di rispondere di me e di tutto rispondo, di tutte le colpe, di tutte le fiamme, di tutte le tele intonse che ho imbrattato di volta in volta pittando realtà allucinate, gambe divaricate che come frecce al contrario conducono al gorgo, al maelström del mio desiderio infantile di prendere tutto e cedere niente e continuo a gridarlo e nel mentre mi sto sgretolando in cenere lavica che un giorno, qualcuno, scambierà per neve ad agosto, per petali gialli, per forfora, piattole, merda d’uccello, briciole, vento.
qui c’è tantissimo di te …