my dreams are tortured silhouettes/my hands are ribbon sliced/the only light’s a cigarette/the bed feels cold as ice
non c’eri quando incrociavo i piedi e mi avvolgevo da sola tra le braccia per parare i colpi, abbassando la testa perché la nuca è dura, il naso è molle e sanguina, gli occhi diventano lividi, i capelli nascondono tutto.
non c’eri quando pregavo in ordine suddividendo le preghiere per colore, per significato, per assonanze, e poi immaginavo di essere io, sdraiata nel letto, immaginavo che la finestra si sarebbe aperta e quasi ne sentivo il cigolio, immaginavo un uomo che mi avrebbe premuto un fazzoletto in faccia per addormentarmi, come nei film, e portarmi via e farmi del male. mi piaceva l’idea.
non c’eri quando ero seduta al bar senza toccare per terra e mescolavo latte e caffè anche se per il caffè era ancora presto e il giornale era alto come me più di me e mi mettevo in ginocchio sulla sedia per arrivarci in cima e leggerlo tutto, della politica e delle tartarughe, degli omicidi e delle operazioni che ci avrebbero cambiato la vita e, chissà se anche tu l’hai notato, tutti gli anni salta fuori qualcosa che dovrebbe cambiarci la vita in meglio, allungarla e dilatarla e permetterci cose solo sognate e invece poi non cambia niente, forse bisogna essere miliardari per potersi comprare una macchina che pulisce il sangue o una navetta per viaggiare nello spazio come sulla modena brennero ma con meno traffico, chissà se ci sono gli autovelox, sulla via lattea, chissà se ci sono le curve, chissà se abbassando i finestrini si sente odore di merda e alla fine dell’estate le farfalle del mais piovono tra i tergicristalli come gocce di latte, chissà.
non ti sto rimproverando, nemmeno io c’ero. non c’ero perché ero impegnata ad avere paura di salire le scale da sola, non c’ero perché avevo da fare, imparare le genealogie degli dei dell’olimpo e inventare profumi pestando le foglie dell’orto in un vaso o a disegnarmi col torso quadrato e le mani nascoste dietro la schiena, non c’ero perché ero nascosta tra le gambe del tavolo a premermi forte i pugni sugli occhi e vedere i colori cambiare come in un caleidoscopio, non c’ero perché in quel momento stavo cercando di imparare ad allacciarmi le scarpe e riprender possesso della mia mano sinistra, a strapparmi le croste e leccare il sangue sieroso di quelle ferite temendo (volendo) di trasformarmi in vampiro, non c’ero e forse era meglio così, continuare a non esserci stata, invece di insistere ad infilarmi nel tritacarne di queste giornate ed esserci solo a pezzetti buoni neanche per fare il ripieno dei tortellini o per farti un abbraccio o un pompino, per ricostruirmi un giorno intera come in quel numero di topolino.

sulla via lattea ci sono astronavi in coda, lunghe file di aspiranti che non fanno altro che attendere il loro turno: cambiare vita, saltando in un universo parallelo. speriamo solo non ci sia una guerra, dove andremo a finire
Edward S. Portman
080609 alle 12:44 pm
golden gates, black holes suns.
virginia_diazepam
090609 alle 6:15 pm