S/T

First we feel. Then we fall.

Archive for the ‘momentum’ Category

i live inside the shadow – the shadow of a doubt

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da quale lato del vetro ti trovi? poco importa, non esiste fuori ma solo dentro – siamo barattoli di sottaceti in formalina, organi preservati ancora per poco senza mani per bussare, come olive o cetrioli incapsulati, supposte all’incontrario che escono anziché entrare cerchiamo il nostro buco di culo e ci sciogliamo un poco a ogni tentativo -
siamo metà vaganti mete incomplete nonmetalli – periodicamente ci leghiamo datori e accettori cediamo e cediamo e non resta che questo, un questo che basta soltanto a sentire il dolore di quello che parte e non torna di ciò che perdiamo -
sono fatta per stare sdraiata per farmi crescere l’erba attraverso e invece sto in piedi e il sangue non sale, ristagna, il pensiero si appanna – appartengo alla terra e ai suoi vermi appartengo a chiunque mi veda e ogni giorno è il giorno nel quale mi spezzo pur di non piegarmi non riesco a spiegarmi mi spingo e salgo la schiena di questa pianura di spine – non stringo e non sono costretta mi han tolto le stringhe e i vestiti in cambio di un sacco mi perdo tra bacco e tabacco non venero niente e nessuno qualcuno volò e un altro cadde – qualcuno firmò al posto mio – non posso annullare il contratto ricerco il contatto e lo sfuggo – ti ho chiesto che cosa faresti al mio posto non hai più risposto ripongo comunque fiducia e ti aspetto – è questa la vita, un’attesa, la segreteria telefonica o musica nell’ascensore – non scendo ma mi comprometto – ti aspetto, ti aspetto, ti aspetto per ore o per anni – mantengo mai smetto finché non mi arresto o mi arrendo, mi appendo nell’unica opera d’arte di cui son capace, non ho un esoscheletro e ogni parola comprime il torace comprime comunque chi tace – acconsento pensando che possa servire a qualcosa ma pace, non serve, la pancia non mente, non mente chi dice non quello che pensa ma quello che sente, non mento se dico non merito niente.

Written by madamepsychosis

231009 alle 12:52 pm

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to be or not to be

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non sono né donna né uomo sono entrambi e la biologia m’inganna solo in apparenza – è la chimica che parla al posto mio e che mi spinge ovunque ci sia sangue – non sono donna né uomo e nell’abbraccio non sono mai completa, penetrante ma accogliente sono il piede nella scarpa solo uno, non cammino, che non sono né vicina né lontana – che se fossi più distante sarei altrove, che se fossi più distante sparirei senza lasciare segni o impronte, fossi umana certo allora non potrei sentire sempre la mancanza del pianeta da cui vengo mai non me ne sarei andata – sono scesa solo per non esser sola ma era meglio stare là, in compagnia dell’infinito – e non riesco a aver bisogno quando avrei quando vorreste, ho bi/sogni che son doppi come me e non li accarezzo, sono in tasca, sono proprio la zavorra che sconfigge sia l’assenza di qualcosa nel mio corpo che sia grave che la nuda gravità di ogni tua assenza – fossi morta – non lo sono – ci sarebbe poca o non competizione, fossi altra mi somiglierei di più ma sono questa -  naturalmente fragile, non c’è stupore nella mia rottura ma non importa, era destino, le cose crepate si rompono, ci si preoccupa quando si rompono quelle infrangibili.
quella naturalmente forte, non c’è stupore nella rottura ma non importa, era destino, ed è destino che lotterò, puoi far da sola, l’hai sempre fatto,
sono quella che è stata bella e non si rassegna al passare del tempo, sono quella che è stata brutta e dietro alla seta si intravede il liso, sono quella che è stata sempre al passato, non c’è futuro, l’hanno esaurito e il negozio è chiuso, sono la somma dei fallimenti la sottrazione delle vittorie la divisione di pani e pesci sono la somma di tutto quello che non ho avuto, la sottrazione di tutto ciò che non ho voluto, la divisione da tutto ciò che non ho potuto, i miei doveri moltiplicati – non son sostanza se non la mia, non c’è miscela né soluzione, io non mi lego, sto in dispersione.

Written by madamepsychosis

191009 alle 11:02 pm

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she’s gold but getting frail

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scorro spesso sotterranea mi alimenta la mia pioggia o il tuo ghiaccio che si scioglie – sorgo in alto inizio stretta mi apro un varco tra le rocce ma le erodo – ergo argini evitando in questo modo il tuo affluire dai miei lati, mi trascino, i miei detriti li trasformo levigando pietre aguzze da portare sulla spiaggia da nascondere nei posti dove so che cercheranno le conchiglie troveranno i miei cocci di bottiglia resi innocui, a volte belli, la pianura mi impigrisce e così sento la mancanza di discese non c’è mare così forte da costringer la mia foce all’estuario, scelgo di ramificarmi e di immettermi in più mari dividendo la portata della morbida mia piena, sono un luogo per morire ma ho rispetto per i corpi non gli frugo nelle tasche li nascondo – sedimento e spezzo ponti posso poco quando la tua siccità non ha radici per succhiarmi – so ingannare con la calma, straripare quando meno te lo aspetti non mi lascio navigare – preferisco unirmi al vento, sollevarmi e portarti a naufragare.

Written by madamepsychosis

011009 alle 12:18 pm

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i live on both sides of the mirror

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La realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. [*]

nella mia doppia vita scambio i colori di giorno e di notte ma spesso dimentico gli occhi truccati di nero tra le righe del cuscino tra le sedie spostate si accomodi pure, ma spesso mi scordo la chiave infilata nell’armadio delle cartelle cliniche dimmi ti ascolto, in entrambe non prego né dei né persone, la vita doppia in circonferenza fattori di rischio entrambe le cose, la vita la circonferenza – il respiro la nascita il sesso – lo stesso il pensiero continuo a rimuginare a scomporre frantumo le cose che ho già frammentate allontano le intere le stringo nel sonno alle tre del mattino le guardo dormire alle sei spalancata la bocca innocente stupore – se avessi potuto avrei scelto di essere uguale per quanto ogni volta qualcuno mi scelga diversa non amo chi ama i rimpianti non soffro rimorsi non ho più coscienza se non in quell’attimo prima che attiva l’azione – quell’uomo mi ha detto che ha perso un polmone lo ascolto continuo a fumare continuo a pensare a quegli anni in cui la tristezza fungeva da sonno e adesso mi manca il ristoro il mute non funziona mi tocca sentire lo schiaffo sonoro del mio narcisismo alla cara umiltà che mi infila corone di spine in tasca alla gonna, non sono persona ma donna, non sono persona ma uomo, non sono persona ma sono una cosa che scrive che aspetta che  gioca con il citocromo si attacca alla boccia, non sono persona ma goccia che scava la frase, non sono persona ma umore che bipolareggia che salta la fase

Written by madamepsychosis

290909 alle 7:04 pm

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let me be lonely

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adesso devi lasciarmi andare perché troppo tempo ho passato ad aggrapparti e le braccia fanno male, come quando finisci troppo al largo e sei stanco di nuotare e scivolare sembra l’unica risposta, non avere paura dei coralli o di quei pesci fatti male senza occhi che si muovono strisciando sulla melma, sono andata senza neanche salutare che i bei modi in qualche modo li ho scordati e sono spesso inappropriata nei vestiti o nel parlare e mi interessa solo poco, solo a volte, solo quando penso che forse è il motivo per cui resto sempre fuori a meno che io non decida di infilarmi di nascosto, testa bassa, sto cercando di scordare solo riesco ad accordarmi in modo non convenzionale meglio fare la solista che stonare in mezzo al gruppo o fare finta di cantare – sto imbrogliando la matassa e qualcos’altro imbrigliando ogni mio fiume non mi lascio più esondare.
porto poco perché proprio non ho niente solo sono più presente anche se la mia impressione è di essere passato, mai provato? nei miei sogni spesso indosso gonne lunghe e strette in vita ho delle stecche di balena, non ho vite precedenti ho solo questa e dura poco ho poco tempo forse solo qualche ora o qualche anno cambia poco, in prospettiva, che lo spazio in cui mi trovo più a mio agio non è certo quello tridimensionale, mi interessa essere prima o non essere per niente.

Written by madamepsychosis

130709 alle 9:59 am

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her heavy wings will warp your mind

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c’erano queste farfalle col corpo polveroso e molle fatto di anelli gonfi gialli e neri, le ali scure chiazzate di bianco, unite dal fondo poggiate a uno stelo. si muovevano lente ed era facile afferrarle mentre unite spiccavano il volo – desideravo separarle per scoprire cosa le teneva insieme, temevo di romperle come mi succedeva con le cavallette che coprivo con le mani unite interrompendone il salto e, a volte, mi lasciavano tra le dita un succo marrone che odorava di erba tagliata, di fine.
i visceri delle mosche erano invece bianchi e molli come formaggio, simili a quelli delle formiche. i miei sono fili, tubi, rotelle, ingranaggi mai oliati abbastanza, mi muovo facendo rumore di cartilagini spezzate, mi blocco con la testa reclinata sul collo si alza e si abbassa muovendo una leva come i sedili di un’autovettura, annuisce mentendo e l’unica volta in cui resta e non mente non viene creduta, crudele ogni tanto nel caso in cui la pelle mi venga strappata a mostrare la cruda realtà di non essere umana o animale ma macchina fredda la carrozzeria riscaldata dal sole inganna la mano che pensa al tepore di donna che avrò che non ho la vernice graffiata dai vandali che con la chiave sbagliata più volte hanno tentato di aprirmi ignorando il cartello con scritto: chiusa per ferie per ora per sempre, aveva ragione quel tale dicendo che certe parole andrebbero centellinate oppure estirpate dal vocabolario come i miei denti nel sogno, se bussi mi vedi passare nascondermi dentro l’armadio ho annunciato, adesso che chiudo le ante chi è dentro chi è fuori rimane rimane.

Written by madamepsychosis

060709 alle 1:25 pm

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weird fishes

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hai presente il bicchier d’acqua? pure quando è mezzo vuoto mi ci perdo facilmente/facilmente confondo trasparenze – quella d’acqua e quella dura dell’esterno che mi sembra capovolto non mi lascia via d’uscita, contro il vetro spesso sbatto illudendomi di essere capace di trovare il millimetro in cui l’acqua si fa aria, superficie di cui avverto la tensione sulla quale riesco solo a camminare a testa in giù come un insetto all’incontrario e – presente? la corazza che mi porto sulla schiena mi impedisce di voltarmi se per caso non la incontro col gentile polpastrello di qualcuno forse stanco del continuo dimenarmi che mi aiuta con un colpo di fortuna, una spinta innovatrice.
vorrei essere solubile accontento tutti quanti diventando trasparente, vorrei essere una polvere in bustina render l’acqua effervescente innaturale respirare solo quando mi ricordo come fosse volontario ma nolente mi ritrovo sempre nello stesso punto non imparo dagli errori o dall’errare senza scopo, senza meta, mesta provo con dei tagli intorno al collo che mi facciano da branchie, provo tutto ma ogni volta mi dimentico e non provo quella giusta perché mai non sono io/io sono quella di passaggio, che ti insegna come fare non sapendo lei per prima non importa che lei sappia – lei, ricorda, sono io – son capace solo di essere una cosa e il suo contrario a volte nello stesso tempo e la mia crescita è bloccata e forse è un bene, che se fossi un po’ più grande nel bicchiere finirei per incastrarmi e per farlo traboccare.
busso. parlo come fossi un pesce e nessuno che conosco ha mai sentito nella boccia altro rumore se non quello delle pinne, mi regalan di continuo biciclette di continuo mi ritrovo fuor dall’acqua e si sa cosa succede, prima si agita, poi muore, poi finisce in scatoletta e diventa solo buono per condire l’insalata, senza olio senza sale fanno dieci calorie per cento grammi.

Written by madamepsychosis

220609 alle 9:23 am

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150609

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mi dice, ho impiegato un po’ di più a prepararmi, lui era già davanti alla porta con le chiavi in mano e mi chiamava e io – immagino: io ero davanti allo specchio, mi spazzolavo i capelli, mi spruzzavo il profumo dietro le orecchie, sui polsi, l’ombretto non lo uso più, non riesco a tendere le palpebre abbastanza bene per stenderlo senza che raggrumi e finisce per rimpicciolirmi gli occhi, il rossetto, nemmeno quello, ho le labbra così sottili, ormai – dovevamo andarci da settembre, fuori a cena e – continuo a immaginare: son successe delle cose ma le sai, sai che adesso ogni volta per uscire è una fatica, l’ho convinto – non avevo l’orologio, non che avessi prenotato al ristorante ma – immagino: se decide che si esce per quell’ora è a quell’ora che si esce.
mi dice, siamo usciti e c’era lei lì nel giardino con le mani sulla faccia non sapeva cosa fare, aiuto aiuto, siamo usciti dal cancello siamo entrati dentro il suo e non riusciva a dire niente – immagino: con il dito ci indicava là la porta che era aperta, lui non c’era, l’avevamo visto prima con la siepe a far da rete ci eravamo rimbalzati palle di conversazione, com’è il tempo, qualche cosa dei tre cani che han vissuto nel giardino a lui il secondo non piaceva, a domani, ci eravamo salutati, ti ricordi? ogni volta che tornavi dalla scuola o quando uscivi con le amiche lo trovavi lì seduto col giornale o a chiacchierare oppure a porgerti una pesca e forse adesso se ci pensi è come fosse sempre stato molto vecchio eppure non poteva esser così vecchio quando eri una bambina, è vecchio adesso, anche se i capelli grigi già li aveva.
mi dice, con il dito ci indicava là la porta che era aperta e siamo entrati e in corridoio c’era lui lungo disteso, con il sangue tutto intorno alla sua testa come fosse una corona si spandeva lentamente – immagino: le piastrelle in finto cotto lucidato o forse è vero e questo liquido vermiglio denso come la vernice che si allarga e ci sono cose dentro, pezzi d’osso o di cervello, una ciocca o chissà cosa – gorgogliava dalla gola e l’han girato un po’ sul fianco e chi chiamava l’ambulanza chi chiamava i suoi nipoti dopo poco si è riempita sia la stanza che strada, ci hanno detto, andate pure, troppa gente non va bene, siamo andati, insomma, è morto.
dico: cazzo. dico: allora niente cena, mi risponde: in verità ci siamo andati, da settembre che aspettavo – penso a quello che ci aspetta e le rispondo, hai fatto bene.

Written by madamepsychosis

150609 alle 12:45 pm

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my dreams are tortured silhouettes/my hands are ribbon sliced/the only light’s a cigarette/the bed feels cold as ice

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non c’eri quando incrociavo i piedi e mi avvolgevo da sola tra le braccia per parare i colpi, abbassando la testa perché la nuca è dura, il naso è molle e sanguina, gli occhi diventano lividi, i capelli nascondono tutto.
non c’eri quando pregavo in ordine suddividendo le preghiere per colore, per significato, per assonanze, e poi immaginavo di essere io, sdraiata nel letto, immaginavo che la finestra si sarebbe aperta e quasi ne sentivo il cigolio, immaginavo un uomo che mi avrebbe premuto un fazzoletto in faccia per addormentarmi, come nei film, e portarmi via e farmi del male. mi piaceva l’idea.
non c’eri quando ero seduta al bar senza toccare per terra e mescolavo latte e caffè anche se per il caffè era ancora presto e il giornale era alto come me più di me e mi mettevo in ginocchio sulla sedia per arrivarci in cima e leggerlo tutto, della politica e delle tartarughe, degli omicidi e delle operazioni che ci avrebbero cambiato la vita e, chissà se anche tu l’hai notato, tutti gli anni salta fuori qualcosa che dovrebbe cambiarci la vita in meglio, allungarla e dilatarla e permetterci cose solo sognate e invece poi non cambia niente, forse bisogna essere miliardari per potersi comprare una macchina che pulisce il sangue o una navetta per viaggiare nello spazio come sulla modena brennero ma con meno traffico, chissà se ci sono gli autovelox, sulla via lattea, chissà se ci sono le curve, chissà se abbassando i finestrini si sente odore di merda e alla fine dell’estate le farfalle del mais piovono tra i tergicristalli come gocce di latte, chissà.
non ti sto rimproverando, nemmeno io c’ero. non c’ero perché ero impegnata ad avere paura di salire le scale da sola, non c’ero perché avevo da fare, imparare le genealogie degli dei dell’olimpo e inventare profumi pestando le foglie dell’orto in un vaso o a disegnarmi col torso quadrato e le mani nascoste dietro la schiena, non c’ero perché ero nascosta tra le gambe del tavolo a premermi forte i pugni sugli occhi e vedere i colori cambiare come in un caleidoscopio, non c’ero perché in quel momento stavo cercando di imparare ad allacciarmi le scarpe e riprender possesso della mia mano sinistra, a strapparmi le croste e leccare il sangue sieroso di quelle ferite temendo (volendo) di trasformarmi in vampiro, non c’ero e forse era meglio così, continuare a non esserci stata, invece di insistere ad infilarmi nel tritacarne di queste giornate ed esserci solo a pezzetti buoni neanche per fare il ripieno dei tortellini o per farti un abbraccio o un pompino, per ricostruirmi un giorno intera come in quel numero di topolino.

Written by madamepsychosis

080609 alle 11:33 am

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you never see the lonely me at all

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non ho mai davvero imparato a raccontarmi perché ci sono pagine e pagine della mia storia che si ripetono come per un difetto di stampa o di impaginazione, non ho mai davvero imparato a raccontarmi perché raramente qualcuno mi chiede, racconta, nel modo in cui andrebbe chiesto, spingendo il mento in avanti e chiudendo gli occhi o guardando e bevendo ogni mio movimento, non ho mai davvero imparato e allora gli strati più superficiali nel senso, vicini alla crosta di adesso, li gratto e li soffio e li invento – avevo parole per quelli di prima, parole imparate nel tempo come copioni da recitare cambiando l’intonazione ogni volta, lasciando che il pubblico un po’ mi plasmasse ogni sera, spegnendomi prima, spegnendomi dopo – ho sempre o quasi scelto di dire storie non mie che di volta in volta facessero come da contenitore alle cose inesplose che mi tengo dentro, le cose che crescono al buio innaffiate dagli alti e dai bassi di questo mio umore che non si bilancia da solo e anch’io finisco per sporgermi avanti o lasciarmi cadere all’indietro a gambe per aria infischiandomene della densità del cielo alle spalle e del materiale che di volta in volta mi accoglie e rimbalzo o sprofondo o atterro secca e scomposta nei visceri e nelle giunture.
non ho mai davvero imparato perché non c’è un filo che va dall’inizio alla fine ma sono un groviglio di fili, di spago, di peli e capelli e non tutti son miei e certi nodi, a tirarli, finisce che il fusto si spezza, e se non avessi quest’impalcatura potrei non essere niente e già sono niente e tendo a cambiare di forma e di stato – mi sciolgo – infilami un dito nell’ombelico e ti accorgerai che mi passi, mi arrivi alla schiena, se spingi – eppure ho bisogno di raccontarmi per darmi contorni e carne e saliva, son pericolosa a me stessa da quando ho perduto il pudore e non mi vergogno di niente se non di ciò che non so raccontare, di ciò che racconto un po’ come fosse successo ad un altro, e bravo è chi mi capisce e cattiva io sono se riesco a non farmi capire perché mi nascondo facendomi scudo col vocabolario invece di porgermi rossa e bagnata e della grandezza di un pugno.

Written by madamepsychosis

020609 alle 5:36 pm

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me-totemo-utsukushi-i-desu-ne totemo-utsukushi-i-me-wo-shitemasu

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dico una di quelle cose da grandi: cosa vorresti essere, non so, chi vorresti essere, fammici pensare, che persona, ecco, ho capito – è adesso che dico una di quelle cose da grandi – ho capito, rispondo. una persona che sa accontentarsi, una persona che, accontentandosi, gode. mi dico: è questo il segreto? mi dico: funziona così? sapere per filo e per segno che quello che hai coincide con ciò che ti basta? ci penso, mi dico: il problema è che niente mi basta e voglio tutto e l’unico modo per arrivare a essere quella persona, mi spiego, sarebbe nella coincidenza del tutto con quell’abbastanza, e allora capisci, se è tutto, è tutto, abbastanza è abbastanza, mi dico che sono due cose diverse, mi dico che no, non funziona, mi dico che è colpa delle mie mani incapaci di trattenere quello che hanno, mi dico che è colpa della mia bocca che dice senza filtrare e ogni parola è una parola di troppo, non potere dire niente non potere urlare non potere avere potere se non sul piede che scivola fuori dalla scarpa e preme nudo l’acceleratore come se ci fosse una destinazione – non c’è, non c’è mai stata, non ci sarà mai – e fermarsi infilandosi nel parcheggio con un colpo di mano e restare a motore spento lasciare entrare il freddo dallo spiraglio dei finestrini non muoversi, trattenere il respiro e il conato, veicolare la gioia e il dolore nel canto senza voce prima di iniziare a dimenticare, prima di iniziare a rivivere il passato su pellicola scaduta – i colori acidi e i movimenti a scatti, i paesaggi accartocciati – non ero io, io stavo guardando – i cieli di nuvole gonfie come la patta dei pantaloni come la vescica che svuoto accucciata come un animale mi guardo intorno per evitare gli agguati che mi tendo da sola – che ora a pensarci non c’era niente di cui preoccuparsi e anzi la morte mi avrebbe dato i colori che cerco intonati ai colori che indosso, il nero negli occhi – più rido e più mi somiglio allo stadio anteriore dell’evoluzione e non ho ancora capito la mia direzione; la mia posizione: a prenderlo in culo, le regole non le conosco e finisco per perdere sempre qualcosa o qualtutto, azzerarmi, partire di nuovo un po’ più pesante.

Written by madamepsychosis

010609 alle 11:56 am

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beating a dead horse

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ho trent’anni e non ho voglia di invecchiare un altro giorno, l’aria fuori a cento all’ora quando passa tra le dita sembra quasi un’altra mano che si intreccia con la mia e se penso al tempo perso un’altra volta mi succede che impazzisco, cosa ho fatto? sono proprio un animale animata dagli intenti – sono buoni, buona, giuro! – non è vero, il coraggio da ubriaca non ti manca né lo stomaco che mischia le salive la pepsina il muco l’acido marino, ma che pena, roba molle tra le braccia, roba fredda, senza sangue e senza palle, che risate quella volta, che risate se sapesse se sapessi quante cose sulla punta della lingua che non dico – le hai sentite? per un’ora vorrei essere capace di guardarmi ed esser fiera – fiera sono, in senso: belva, animale che sa essere crudele anche quando va inarcandosi fingendo di pregare, una carezza, per favore – questi artigli che mi taglio – non ricambio, non ricambio, resto sempre e la cosa che mi frega è questa innata compassione è passata la passione penso, sì, decisamente, mento quando mi costringo – se sapessi le risate! se sapessi delle cose di cui non mi so capace e invece sono – sei il coglione che ho succhiato e che svuotato getto via, come il frutto andato a male di un inverno troppo mite, come una promessa fatta nell’influsso della vite, come i grassi martedì che durano una settimana o forse un anno – non importa, non invecchio, ho trent’anni e un altro giorno non ci cresco, esco, vado ma non torno, torco polsi e pulso poco o tanto o troppo, sono lenta ma una volta che ho capito faccio leva sull’istinto e mi levo queste cose che ora indosso per mostrarmi come sono, peggio per chi si avvicina, peggio per chi sulla sdraio chiude gli occhi per la brezza e non s’aspetta l’uragano.

Written by madamepsychosis

200509 alle 10:49 pm

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do i deserve to be? is that the question?

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nel primo conto alla rovescia i numeri arrivano come da sott’acqua e come nell’acquario ogni cosa è irreale, i colori delle luci artificiali e il corallo sintetico e i petali di segatura che chiamano cibo, nel secondo conto alla rovescia i numeri arrivano al rallentatore e i fogli del calendario non girano e si incollano uno all’altro e si fa a gara a raccontare più bugie, non è niente e tutto andrà bene, si fa a gara ad arrivare alla fine del conto alla rovescia – chi per primo, chi con la risposta esatta, e le parole sono ancora parole e i sintomi possono avere ancora altri significati e non è niente, non è niente, finché allo zero il lancio parte senza slancio torna indietro e consegnato in data odierna esito e lei continua a girarci attorno e io continuo a girarci attorno e lui continua a girarci attorno, annusiamo le parole sotto la coda finché non ci diventano improvvisamente familiari e nel terzo conto alla rovescia siamo rassegnati al peggio perché sappiamo che c’è un peggio peggiore e se ci concentriamo abbastanza su questo, di peggio, se lo desideriamo abbastanza, pagheremo un prezzo alto ma giusto, pagheremo un prezzo alto ma -
e se partissi non sarei mai abbastanza vicina, e per favore che non capiti niente non è abbastanza non è ancora abbastanza? e ho paura del telefono e ho paura del citofono e ho paura dei giorni che passano perché vanno avanti invece di tornare indietro a quando tutto andava bene, e ho paura di chi dice, è così giovane, e ho paura di chi dice, stai tranquilla, di chi dice, una volta era diverso, ho paura dei presagi e ho paura che mi legga e che si arrabbi e questa storia non la sto scrivendo io e così non posso scegliere la fine né di non finirla, ho bisogno di piantarmi nella terra e non volare non scappare anche se non è d’accordo la mia pelle diventando più sottile più sensibile al contatto come a dirmi, godi adesso che sei in tempo perché poi non c’è più tempo non c’è scampo né alla morte né alla vita, meno dieci meno nove meno otto meno sette non sapevo che così si preannunciasse il cambiamento quello vero, non sapevo proprio niente e il timore di imparare ora si associa al desiderio di invertire la tendenza vorrei scegliere di andarmene per prima ma non posso e non passo dalla porta porto troppo sulle spalle anche ciò che non mi spetta ma la vita non aspetta sembra ieri è già domani già domata, dado, donna.

Written by madamepsychosis

110509 alle 11:20 am

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maybe we just wait/and things will improve

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aspettare at/tendere verso l’ora in cui tutto sarà finito, in cui non sarò più at/tesa appesa al filo delle ore che tic, tac, tic, tac, cambiano la loro durata, sono veloci nei giorni di sole sulle panchine, lente nei giorni in cui guardo il telefono e drin, volevo sapere, bene, tu? e drin, hai da fare? no, ma e drin, ancora niente ancora niente chiamavo per dirti che ancora non abbiamo notizie ancora non sappiamo ancora -
e scoprire segreti e tentare di modulare la voce per farla uscire serena ma chiunque si accorgerebbe che fingo, che grido e rido forte e sono troppo veloce per essere vera,
con le dita separava i capelli sul collo, una ciocca a valicare la spalla destra, una ciocca a saltare la spalla sinistra, scoprire le vertebre e il punto sporgente nel quale inizia la schiena, con le dita districava i nodi per crearne di nuovi, trecce che accarezzavano la cartilagine molle delle orecchie prima del tocco lucido della lama, del rumore di zanzara delle forbici.
avvolta nella tenda di lino si reggeva al muro grattando le imperfezioni con i polpastrelli, tornava al momento in cui non sapeva, in cui non aveva ancora imparato parole nuove, parole che mai avrebbe voluto imparare, si aggrappava alle nozioni una scala a pioli per il passato in cui quando era piccola veniva nella loro stanza, il sabato sera, a cantare. era l’unico momento di vicinanza, il suo peso in fondo al letto a deformare il materasso e la sua voce al buio, l’odore verde del bagnoschiuma e di quel profumo che ormai nessuno lo usa, le note, il modo in cui il canto andava a scemare come alla radio abbassando il volume prima di uscire, la porta chiusa alle spalle e gli ultimi versi attutiti dal vetro.
aveva un cassetto pieno di parole, un armadio, una casa, addirittura, e adesso che le cerca trova un sacchetto in fondo alla tasca, una caramella abbandonata in fondo alla borsa che tanto mica la mangerà mai insieme ai pezzettini di tabacco e ai fogli strappati dal taccuino attraverso i quali cercare di ricostruire una storia che non c’è anche se le è cresciuta in testa come una pianta di quelle che vanno strappate, che le è cresciuta nella nebbia della pianura e del prosecco e vorrebbe avere una scatola per mettere via tutto quanto -
ma poi mi accorgerei che è piccola, la scatola, rispetto ai pensieri alla storia, piangevo mordendo il cuscino quando cantava quella canzone ma non avevo il coraggio di confessarlo per paura che non tornasse più, che ci restasse male, che non capisse. il capitano della canzone, nella mia testa, aveva i baffi uguali ai suoi e

Written by madamepsychosis

070509 alle 10:47 am

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memory lane

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Torno spesso a quel primo ricordo al ricordo in cui avevo anni: quattro, e mi ero arrampicata sulla poltrona, torno spesso a quello che credo essere il mio primo ricordo ma ormai nemmeno lo ricordo davvero, è un solco nel disco della memoria ma la puntina del mio pensiero ha perduto aderenza e – mi ero accucciata sulla poltrona stringendo un maglione nero e peloso – salto, deformo, distorco.
Il maglione era di mia madre e non so perché fosse sulla poltrona, perché l’avesse lasciato a casa perché non l’avesse portato con sé; mi chiedo se nel momento prima il momento che non ricordo prima che inizi quel primo ricordo mia madre si sia vestita di fretta abbia scordato il maglione chinandosi sulla mia fronte per salutarmi e uscire e sparire, mi chiedo se nel momento prima il momento che non ricordo prima che inizi quel primo ricordo io abbia salito le scale, sia entrata nella camera grande e in punta di piedi abbia aperto l’armadio, in ginocchio abbia aperto i cassetti cercando e trovando il maglione nero e peloso con una spilla appuntata sul collo, un cammeo, un profilo di donna perfetto, scolpito, la nuca una curva così seducente i capelli raccolti, il colore chiaro ma caldo di quella pelle incisa o intagliata – in quel primo ricordo stringevo il maglione col naso affondato in mezzo alle fibre per annusarlo, il maglione aveva il suo odore e l’odore della sua assenza, il maglione aveva due odori ma uno e l’uno mai avrebbe dovuto conoscere l’altro e mai io avrei dovuto conoscere se non il primo e invece di quello dell’altro me ne riempivo i polmoni per accettare di essere, per la prima volta, davvero da sola, per insegnare a me stessa che la solitudine è morbida e calda e profuma di buono e funziona bene sia come cuscino che come coperta anche se pizzica un po’ e non si muove se non se ci infili dentro le braccia e stringi te stessa, per ingannarmi dicendomi no, non è colpa mia, anche se dal telefono rosso che funzionava solo per finta avevo sentito il contrario, sei stata cattiva e allora la mamma non torna, e mica sapevo che era uno scherzo, che i grandi nella stanza dei grandi nascosti guardavano me stortare la bocca arricciare il naso e poi stropicciarmi gli occhi di pianto e finite di là le risate qualcuno sarebbe arrivato a prendermi in braccio e dirmi, ci avevi creduto? perché a quell’età si crede a ogni cosa se quello che dice la cosa è serio abbastanza, è l’età in cui ci si deve fidare per forza e prender per buona ogni parola è un’età non tanto diversa da quella di adesso, da questo punto di vista, e non ho nemmeno il maglione.

Written by madamepsychosis

030509 alle 12:16 pm

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i’m never gonna know you now/but i’m gonna love you anyhow

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quando mi tende l’ombrello ormai è troppo tardi e ho i capelli zuppi e pesanti e l’acqua mi chiude gli occhi, scorre tra le ciglia e le tira verso il basso, la pioggia mi arriva in bocca nel naso dappertutto, ormai sono arrivata, faccio un cenno, non importa, e invece importa e perché non eri lì all’uscita, con l’ombrello, perché il cielo non si è placato almeno per un po’, e l’auto non si riscalda e tremo, penserò io a me, mi penserò e mi allungherò un ombrello quando pioverà forte.
il dramma, dice, è capire di non essere stati amati, di capire che amato lo è stato quasi nessuno, dice, si gratta la cicatrice che ricalca il collo della maglietta, un lavaggio sbagliato o forse molti lavaggi e ha perso il colore, ti prego, non metterti a piangere, penso, ha ragione, dico, è vero, aggiungo, penso, il dramma è pensare di non essere stati amati perché nessuno ci ha amati nel modo in cui avremmo voluto e chissà perché pensavamo che tutti i tipi di amore fossero in fondo diversi, più intensi, più simili a quelli di cui non conosciamo gli screzi, più simili agli involucri degli amori che vediamo solo davanti senza sapere che dietro la cerniera è rotta e ci sono strappi e cuciture e a volte è solo che non sappiamo a chi darlo, l’amore, ne abbiamo la pancia piena e ci riesce indigesto e dobbiamo per forza darlo a tutti a qualcuno – guardami guarda qui, cos’è questa cosa se non un tentativo di abbraccio, se non un tentativo di sguardo che agganci tutti gli sguardi che per gioco o per caso capitano da questa parte, se non un tentativo di stringere tu e tu e tu, dico a te, chiunque tu sia, chiunque tu sia stai leggendo e parlo con te, e non c’è altruismo in questo dare e dare e dare e porgere il collo offrire le labbra, è solo che voglio che tu che anche tu alla fine -
e stringo le mani che mi vengono tese da sotto un vetro e stringo altre mani mentre accompagno corpi attraverso la porta, si accomodi pure, la mano destra era il corpo e quell’altra la mente e le abbiamo intrecciate per fare la pace ed ho pianto, mi dice, e cerco di convincermi che davvero non c’è differenza tra le due cose, che dentro e fuori in un modo o nell’altro finiscono per rassomigliarsi più di quanto ci sembra guardando lo specchio, che la frattura si ricompone da sola e se sei qui è perché in fondo lo sai, che ti sto accarezzando la testa, che scelgo di tenere le mani lontane dai miei capelli qui sulla tastiera e chiudo gli occhi per sentire da dietro davanti ogni lato altre mani, mi ami?

Written by madamepsychosis

300409 alle 9:31 am

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270409

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la casa è rimasta uguale fuori e dentro, cambiano i nomi sul citofono e cambiano le vie e i palazzi tutto intorno, gli alberi piantati quando ero bambina adesso sono alti e proiettano le ombre sui viali e sulle donne in libera uscita sedute sul prato coi loro sacchetti di plastica pieni di cibo, bottiglie, lattine, qualcuna ha preparato un dolce in una teglia di alluminio usa e getta e lo offre alle amiche, ciò che era periferia è diventato centro e certa periferia resta sempre periferia due volte periferia, della città vecchia, della città nuova, là c’erano campi e di notte andavamo in auto a ballare sulle buche fangose per non pagare il biglietto delle giostre vicino, questa lingua mi è estranea e contraggo il muscolo corrugatore nello sforzo attentivo richiesto dalle sfumature, vocali chiuse, vocaboli oscuri, annuisco e cerco il suo sguardo in attesa di una spiegazione ma perdo dei pezzi, la traduzione è sommaria – mi dice, prima avevo bisogno del mestolo e non ricordavo il termine giusto in dialetto, lei non ricordava quello italiano, non riuscivamo a capirci, capisco, dice, capisco tutto ma non riesco a parlare, e il sole fuori riscalda la pasta gettata al lato del marciapiede qualcuno che dà da mangiare ai randagi è vietato, tiene le porte chiuse nel corridoio anni fa erano aperte ma adesso le basta una stanza alla volta, vedi il palazzo di fronte? pensavo che fosse un grattacielo e poi era rotondo, un tempo sembrava il futuro e chissà perché nel futuro usavano specchi al posto delle finestre, sapevano già che saremmo stati molto più vanitosi anche lei che vestita di strati vestita di stracci solleva la gonna più lisa e mostra la buona e sorride uno dei rari sorrisi, è arrabbiata con tutti persino coi morti è arrabbiata di quella rabbia bambina di quando nessuno ti dà quella cosa che proprio vorresti e ancora non sai che in un certo momento saranno altre le cose importanti, altri i desideri e i bisogni, e invece si vede che dopo ritornano uguali, in qualche modo mi viene da dire, vicini alla base, e quando dice che è sola lui ride e fa cenno di non dire niente, non sa che è malato, non dirlo, ma sono tranquillo, mi giura, mi abbraccia, mi sono vestita nell’imitazione dei grandi, la giacca a costine e la sciarpa di stoffa leggera, elegante, saluta la mamma, mi dice, lui spiega, non abita più insieme a noi, ma lei è rimasta al momento in cui la città era una e il mio accento diverso, al momento in cui ogni tanto saltava fuori il discorso, potremmo vivere qui, ma poi c’era sempre qualcosa ed è vero che il lago è vicino ma è un altro e forse saremmo finiti in uno di quei condomini ai quali pensavo nei giorni in cui la maestra parlava di babilonia e dei suoi giardini, li ho visti, si va in autostrada e dopo tre musicassette e giocare alle targhe si arriva, mi manchi mi manchi mi mancano tutti – tu dici, che brutto essere vecchi, io penso che spero di potermi vedere invecchiata in te tra trent’anni o quaranta.

Written by madamepsychosis

270409 alle 10:11 am

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220409

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non mi viene niente di meglio da fare che frugare nella borsa cercando i fazzoletti, non mi viene niente di meglio da dire che, non si preoccupi, non mi viene niente di meglio per rispondere alle sue scuse che, non importa, e una parte di me si tende e l’altra ritrae la mia ombra, l’ombretto verde si spalma sulla carta assorbente e chissà da quanto tempo non si truccava e stamattina quando si è alzata sapendo che sarebbe dovuta venire qui ha preso matita e pennello e si è dipinta gli occhi nello stesso colore delle iridi e tutto intorno la sclera ormai è rossa e lucida e mi racconta di quella volta che è andata a ballare, la prima e ultima volta, il momento più bello, e del modo in cui si nasconde e vengono tutte dallo stesso posto, queste donne, nate altrove e sradicate e soffrono la stessa solitudine e la dicono con lo stesso accento e amano gli stessi sapori che consolano meglio di me che lego i capelli per sembrare più grande e mi danno lo stesso del tu e la vita mi è passata intorno agli occhi e alle labbra senza lasciare segni se non quelli della varicella, se non quelli che ho scelto, se non quelli presenti già dal principio, e in un altro ospedale in questo stesso momento non è lui a vestire di bianco è lui a svestirsi e sfilare l’anello e sganciare la catenina dal collo e offrire il torace ai raggi e il braccio all’ago a farfalla, è lui che aspetta in corridoio in silenzio e forse legge il giornale o ha portato un libro per ingannare l’attesa ed è solo più tardi che ci ritroviamo mentre torno a casa e lui è tornato in ufficio e non mi viene niente di meglio da fare che raccontargli di altri dolori che non siano il suo, e non mi viene niente di meglio da dire che, mi sono legata i capelli e mi danno lo stesso del tu perché so che è contento sapendo che un po’ sono bella, soprattutto negli occhi dove gli somiglio e mi chiede del tempo e mi dice di andare a fare una passeggiata, e io penso a quelle volte che siamo andati nel bosco, la prima volta facevo fatica ma l’ultima volta tenevo il suo passo, i momenti più belli, gli dico dell’insalata che mi preparo la sera perché, anche se non lo dice, io so che ci tiene, mangiare verdure e tornare presto la sera, fare il mio dovere, volere bene all’auto scassata che era la sua anche quando fa caldo persino con il finestrino abbassato, chiamarlo domani anche se ha detto non ce n’è bisogno, ma so che la aspetta.

Written by madamepsychosis

220409 alle 5:44 pm

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morte; morire

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parlavamo sempre di morte; morire. a volte il discorso iniziava, ho incontrato uno che non vedevo da tempo, mi ha detto che è morto tizio. a volte il discorso iniziava, stavo passando là e mi sono fermata a guardare e te lo ricordi? è morto, aveva solo quarant’anni, quarantacinque, cinquanta, sessantadue. a volte il discorso iniziava, perché hai così tanta paura di morire? non ti ricordi quella cosa, quando c’è la morte non ci sei tu non ci sei più? a volte il discorso iniziava, muoio prima io. no, prima io. no, prima io. morire per primi alla fine è la cosa più facile, ci credo che facevamo la gara. a volte penso ancora che vorrei vincerla io, ma mi rendo conto di essere molto egoista.
a volte il discorso iniziava, al cimitero ci sono altri due posti. a volte il discorso iniziava, adesso dici così, ma quando sarò morta. a volte il discorso iniziava, pazzesco.
iniziava, questo me lo porto nella tomba, questo te lo lascio. iniziava, è un attimo.
parlavamo sempre di morte, morire, come avremmo potuto parlare di quella vacanza all’estero che avremmo potuto fare sapendo benissimo che non l’avremmo fatta mai. di buoni propositi da non mantenere. ne parlavamo solo quando i cadaveri non potevano più sentire, sei piedi sotto terra. non ho mai visto un cadavere. non ho mai toccato la pelle fredda e tesa, non conosco l’odore della morte. ero sempre da un’altra parte, con lo zainetto preparato in fretta e le calze spaiate.
parlavamo degli scrittori che si sono suicidati. parlavamo di attori in bianco e nero adesso saranno tutti morti. il gatto di quel film, morto di sicuro. il mio cane, lui l’ho accarezzato sulla testa fino a quando non ha smesso di respirare. era la vigilia e c’era aria di neve. negli anni gli era come venuta una barba bianca sotto al mento.
il mio gatto, di notte, a volte sembra morto. dorme così profondamente col corpo irrigidito e il respiro trattenuto che mi sveglio e lo accarezzo e penso, cazzo no ti prego e lo prendo tra le mani e lo sollevo e lo muovo finché non si sveglia e lo riempio di baci sulla testa.
parlavamo sempre di morte; morire. sono andati fino in russia, non l’avremmo detto mai. penso che crescendo sto uccidendo i miei genitori. mi sento in colpa. penso che ogni tanto sarebbe bello poter mettere il tempo in pausa.
non è che abbiamo detto, non parliamone più. è stato di tacito accordo che abbiamo smesso di parlare sempre di morte; morire. era così giovane. è ancora così giovane. aveva la mia età. adesso sono più vecchia rispetto all’età che lui aveva quando l’ho pianto a quindici anni. se fosse ancora vivo, non lo è. fossi morta, non lo sono. la paura che adesso le nostre parole abbiano un peso diverso, premoniscano, condannino. rendano reali le corone di fiori, le lapidi, la sedia vuota. se fossi lì la sedia vuota non riuscirei a guardarla. non mi siedo mai sulla stessa sedia per non perdere al gioco, evitare l’eliminazione. non mi siedo mai nello stesso punto del divano per non lasciare la mia impronta.

Written by madamepsychosis

170409 alle 12:08 pm

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