Archive for the ‘muriverdi’ Category
side effects
l’involucro resta pesante e si muove nuotando in qualcosa più denso dell’olio ma le ossa premono per andare a una velocità diversa, tremano per il freddo a cui tentano di sfuggire con la corsa, il cuore pompa più in fretta per ossigenare meglio l’angoscia che si soffia il naso col lobo frontale e respira a fondo, riempiendosi. tagliando l’involucro non esce nulla se non un liquido estraneo e lento, le mani non reggono la velocità dei comandi e la gravità della tazza e la oscillano tintinnando il cucchiaio. la nausea segna la riuscita dell’esorcismo e il vomito aiuta a espellere la bile nera insieme alla gialla e a quello che resta della colazione.
si avvelena il male affinché il bene possa continuare a tentare di vivere. la voce che implora un cambiamento necessario sta chiedendo di essere trafitta e non lo sa, confonde il bersaglio nel mirino del sacrificio che gli dei ordinano dall’alto delle loro gambe ferme.
la sudorazione notturna impregna le lenzuola di tossine lavabili a novanta gradi e l’involucro si chiede se non sarebbe più facile bere direttamente il detersivo antibatterico e pulirsi dall’interno.
in fondo dovresti essere felice: essere solo un corpo è il tuo desiderio e non c’è differenza tra il prendere in mano un cazzo e uno scettro se non per l’odore che comunque, reagendo col sudore dei palmi, è di metallo.
a rien pa peut arrete moi
non riesco a modulare il suono del mio umore che strilla e stona e stride, progredisco disarmonica verso cosa non lo so so che lo faccio dividendomi a metà come una corda sfilacciata, come un vestito lacerato.
appoggio il diapason che vibra sulla cassa risonante, sullo sterno che mai non mi ha protetta e sul manubrio che sterzo per voltarmi e andare via – fossi un pesce non l’avrei e potrei sfilarmi la lisca dalla bocca e affondare gonfia d’acqua gli occhi vitrei come quelli di un serpente o di un idiota e sono entrambi, striscio e piscio e vado dritta per la strada che conduce alla rovina mi ergo dritta dove il ponte è più lontano dalla superficie dura come il sasso che si apre per accogliere i suicidi frantumandogli le ossa, solo lascio spenzolare queste gambe come fossero di pezza al di là del parapetto e intanto canto la mia gioia senza fine tanto gioia da far male che fa il giro torna ad essere dolore, mi sottraggo un poco d’aria comprimendomi la gola per fermare per un poco il flusso in piena dei pensieri ossigenati sono allergica al rifiuto che mi dà l’anafilassi tengo sempre nel taschino l’epipenna ma ci scrivo l’e-pistole mi do in pasto anche se/quando faccio finta di negarmi, mi ero detta, più non voglio dare niente e sono qui ad abbassarmi i pantaloni a implorare di esser presa di corrente farti friggere il cervello coi morsetti di dentini che affamati si conficcano nei lobi non lo so che cosa voglio voglio un letto per dormire voglio un greto sopra il quale riaffiorare alla fine della pioggia paludata non mi riesco a liberare degli orpelli della lingua che mi invento per tradurre le grandiose capriole del pensiero bipolare.
avemaria
i suoi vestiti, seppure sporchi e sgualciti, rievocavano una passata eleganza; portava, sull’abito a fiori, una giacchetta di pelliccia. le gambe erano nude anche d’inverno, i piedi infilati in un paio di pianelle color vinaccia, – del colore del vomito dell’ubriaco, avrebbe detto mia madre – al collo un lungo filo di perle: come se la follia l’avesse sorpresa durante la toletta, tra uno sbuffo di cipria e un velo di rossetto.
come ti immagini tra trent’anni? non riesco, prova, non riesco, perché? non ho la faccia, di chi diventa vecchio, so dove si incideranno le rughe, dove cadrà la pelle, so che taglio avranno gli occhi ma non conosco gli abiti che indosserò, le parole che mi usciranno di bocca e chissà come sarà la mia voce che è già cambiata due volte almeno, il tono, l’accento, il punto da cui emerge – il petto, la gola – il tempo, il tempo non lo capisco, non l’ho mai capito.
aveva i capelli lunghi e annodati, impastati in ciocche, radi, come quelli della mia bambola; stringeva in mano un sacchetto di plastica della standa, camminava instancabile borbottando tra sé e sé, alzando gli occhi solo per imprecare contro il cielo, al sole o alla pioggia indistintamente.
la fissai finché mia madre non mi diede uno scapaccione, forzandomi ad abbassare la testa; guardai le scarpe di vernice nera che mi facevano male, storsi le labbra per chiederle, chi è? nessuno, mi disse, e mi strattonò verso le strisce per attraversare, poi in un negozio.
per quante persone sono diventata nessuno? e quante persone sono diventate nessuno per me? che forse succede così, un giorno ci sei e chiunque sa dire il tuo nome e associare a quel nome almeno una parola, amica, compagna, simpatica, stronza, e poi piano piano inizi a svanire, chi è? nessuno, e sei e non sei che se sei imbarazzi oppure procuri fastidio, oppure hai iniziato a cambiare e cambiare, un tratto alla volta, e adesso nemmeno ti riconosci allo specchio e guardandoti chiedi: chi sei? e sei senza risposta.
schiacciai le mani e il naso contro la vetrina, cercai di seguire i suoi passi strascicati finché non scomparve dietro l’angolo.
tornata a casa, tentai nuovamente di interrogare mia madre: mi rispose che era una matta o la matta, addirittura, non una ma quella, una non-più-persona, mi disse che si diceva che fosse impazzita per il dolore, o forse si era svegliata una mattina così, la ragione svaporata, la favella ingarbugliata, i movimenti veloci ma lenti oppure al contrario, non so.
la incrociai il giorno seguente, già andavo a scuola da sola oppure in compagnia di altri bambini del mio stesso isolato – uno di loro già mi aveva svelato alcuni segreti che mi avevano molto turbata e mi disse che la conosceva: è la Mariarosa, mi disse arricciando il naso, aggiunse, è appena uscita dall’ospedale.
lo sai tu lo so io lo san tutti non è una condanna è qualcosa che arriva e poi passa e sempre ritorna ma passa, bisogna aspettare, avere pazienza, cercare di ricordarsi, chi sei? avere dei punti dei nomi ai quali appigliarsi, ma quando dimentico tutto, quando le categorie diventano altre e il giusto è giusto ed è giusto anche lo sbagliato, adesso ci riesco, a sapere, a distinguere ancora tra me e le pastiglie e le malattie, da zero a cinque quanta paura hai che un giorno ti perderai la ragione per strada?
lui le si avvicinò e iniziò a parlare, le chiese del figlio e si complimentò per il filo di perle; lei non rispose, solo diceva avemaria, avemaria, avemaria, facendo tremare tutti i suoi menti.
mi arrabbiai con dio che non la stava ad ascoltare e mi chiesi se, invece, a me mi ascoltava, mi chiesi se avrei potuto chiedere anche per lei e come e che cosa; nel pomeriggio, trovai una scusa per non uscire a giocare.
dressed in a virgin white dress
mi dice: accompagnami al pronto soccorso, respira veloce e mi dice: non è niente, sono rimasto senza tavor e l’ansia mi uccide, respira veloce e mi dice: fa freddo, respira veloce e mi dice: ormai mi conoscono, mi danno qualcosa e poi andiamo, io dico: va bene, e guido nervosa, piove e la pioggia è veloce più del tergicristallo, uno solo.
mi dice: lo sai che l’inventore del tergicristallo era anche un pianista e vedo che tra le dita lunghe le nocche gonfie che strisciano l’una con l’altra gira e rigira il blister vuoto e io ho gli occhi lucidi la faccia lucida i denti lucidi di dentifricio alla menta, la mente, il contrario – mi dice: tranquilla, davvero, ma io non sono tranquilla e lui è sempre più bianco, si stringe al cappotto – è vestito bene, non come me, giacca e cravatta e la vena in fronte che pulsa, i capelli sottili.
non so la sua età la sua storia, conosco appena il suo nome, me l’ha biascicato in sala d’attesa, siamo qui per lo stesso motivo, mi ha chiesto, bevevo ma ho smesso, mi ha detto, mi hanno dimessa da poco, gli ho detto, scambiamoci i numeri sono un po’ solo là fuori è dura una volta non era così e lui comincia a chiamarmi e mi chiede: portami a casa in farmacia all’ospedale da un amico al bar e io obbedisco, lo porto a casa in farmacia all’ospedale da un amico al bar mi parla al telefono e dice: aiuto e io corro, perché? non lo so, sono un po’ sola là fuori è dura una volta non era così e mi dispiace che so che per me è meno dura di lui che mi dice: accompagnami al pronto soccorso e io guido nervosa, parcheggio l’auto in sosta vietata, gli apro la porta e gli tendo il braccio perché ci si aggrappi.
parlo con l’infermiera al punto triage, le dico, sta male, codice rosso, codice giallo, codice verde, codice bianco, lei alza lo sguardo, lo fissa, mi fissa, voi siete quelli della psichiatria, mi dice, sta male, le dico, mettetevi lì ad aspettare, facciamo una flebo di serenase, lui mi tira la manica e grida tra i denti non voglio, ho solo bisogno di tavor, ci penso io, dico, e gli chiedo, che c’è? si toglie il cappotto, si slaccia il polsino della camicia, la arrotola fino al gomito e dice: guarda, e io non capisco, cristo, si mette a piangere, cosa devo fare? chiede, non so, non lo so, e mi chiedo, che cazzo ci faccio qui e penso, ho paura, ho visto, ho capito, ho capito l’assenza negli occhi ho capito i biglietti da cento e la casa vuota dove mi porta, andiamo, mi dice, lo porto a casa sua madre i capelli grigi ringrazia e mi benedice e dice, aiuto, e ancora oggi, quando la incontro per strada, abbasso lo sguardo; lei mi abbraccia, adesso stai bene? io dico, sì, e non so se per lei è una speranza o una bestemmia, io dico, lui? anche se so che non si guarisce mai.
escape my shape/become vibration
non sente la faccia. come se la pelle fosse diventata spessa e insensibile se non per quel punto preciso in cui un follicolo si è irritato ed è un nodulo sul punto di suppurare, e la pelle è effettivamente spessa e insensibile, anche dove è sottile e si sta spaccando e rivela il reticolo delle sue trascuratezze. la pelle è una prigione che si indossa e non si toglie, dice, penso che il mio stomaco sia troppo grande, sempre, mi piace la forma del mio sedere, mai, penso che la grandezza del mio stomaco sia proprio giusta, mai, penso piuttosto che la grandezza del mio stomaco sia completamente sbagliata ma non mi spavento quando i miei sentimenti sono troppo forti, sono gli altri a spaventarsi e vorrei essere più giovane solo per fare le cose da capo e forse farle allo stesso modo e non commettere gli stessi errori o commetterli meglio, non è in fondo ciò che sta stai sto facendo -
non sente la fame. solo la possibilità di riempire e svuotare, di mantenere vuoto, la capacità di essere o non essere disciplinata, la vita fuori dal finestrino che scorre senza controllo, la cena fuori dai denti che schizza, la tensione che gonfia la gola e il collo. ha un appetito normale? vero. falso. non c’è niente di normale nell’appetito, negli appetiti, nei desideri. non c’è niente di buono, non c’è niente di giusto, ho perso il gusto e ogni cosa ha lo stesso sapore dell’altra, se sarà brava tutto andrà bene o andrà male ma allora sarà per niente importante -
discinesia tardiva
mentre mi avvicino mi sorride sistemandosi il maglione rosso e io ricambio il sorriso e indosso un maglione dello stesso colore e sto cercando di fotografare i muri e le ombre e nel display le immagini mi sembrano in bianco e nero anche se sono a colori, lui alza il braccio e muovendolo mi chiede di avvicinarmi.
eccomi.
mi dice il suo nome e mi stringe la mano mentre gli dico il mio, ci vieni mai qui? chiede, poco, sotto i portici il sabato? chiede, quasi mai, se vieni e ti fischio poi te non ti giri e fai la sostenuta? mi dice, ma va là, son mica stronza, rispondo, hai visto che adesso che mi hai salutato io sono venuta, hai ragione – tutta la faccia è un tremito di onde rosa intorno alle isole azzurre degli occhi – ci vieni qui? ogni tanto, lavori qui? no, lavoro da un’altra parte, la saliva gli si è raggrumata grigia agli angoli delle labbra grigia come i capelli sforbiciati male, se vieni mi chiami? d’accordo, e prendo il quaderno e la penna e da dentro lo stanno chiamando, aspetta, risponde, arrivo, risponde, mi guarda e mi dice, non me lo ricordo a memoria, l’elenco ce l’hai? mi chiede, non dice l’elenco, disegna la forma piegando le braccia in avanti e sfogliando per finta, annuisco, mi detta il nome e il cognome del padre, la via, io scrivo e gli faccio vedere che ho scritto, ancora lo stanno chiamando, c’è dentro il giovanni ha bisogno, aspetta, risponde, arrivo, risponde, lavora qui al magazzino e chiede un momento ma non glielo danno, potrebbe abitarlo da sempre, ’sto posto, mi abbraccia e mi bacia la guancia e in quell’istante uguali tremiamo le facce le guance e l’istante poi passa e sorride andandomi via.
23feb09
durante il colloquio cerco di non muovere la gamba, non masticarmi le nocche, non toccarmi troppo spesso i capelli per portarli alla bocca, cerco di sorridere – né troppo né troppo poco – cerco di ricordarmi di respirare e scandire le parole, non parlare come se una valanga mi stesse uscendo dai denti. durante il colloquio cerco di pensare ai gesti e agli atteggiamenti che mi parrebbero sospetti se li osservassi in un’altra persona e mi sembra inevitabile che lo smascheramento avvenga anche nonostante a causa del mio tentativo di dissimulazione; non so cosa è normale; non so come sarei se fossi altra.
non so essere altro che questa persona che non conosco fino in fondo, che è ancora capace di stupirmi nei suoi eccessi, questa persona che – mi pare, in questo momento, durante il colloquio – conduce una doppia vita, la vita al di fuori di quella stanza, nella quale gira con il blister del tavor da 2,5 in tasca e il taccuino il borsa, il taccuino sul quale scrive le sue disperazioni e le sue esaltazioni e i suoi furori, nella quale piange ritrovandosi a vedere se stessa da fuori – uscita uscendo dal mio corpo – nella quale le parole rimano e ritmano e corrono e corrodono – e la vita in quella stanza con i polsi nascosti e le nocche nascoste e le mollette nei capelli a tentare di domare l’indomabile onda, l’esplosione che mi scompiglia i capelli e i pensieri.
quando esco dalla stanza mi muovo frenetica e rido e faccio telefonate lunghe durante le quali assicuro i miei interlocutori di sentirmi benissimo e non mento, scaccio alcune preoccupazioni che mi si affacciano alla mente con un tremito del collo e della testa, è andata bene, è andata così bene, è andata benissimo e finalmente la mia vita andrà bene com’è andato il colloquio e dimentico l’ansia e dimentico la stanchezza e dimentico quei problemi che hanno tormentato le mie ultime notti e dimentico il motivo per cui fuggo, sto fuggendo, fuggirò.
l’euforia si trasforma in nervosismo in energia negativa che sfogo sbattendo le porte stracciando la carta il nervosismo si trasforma in stanchezza che si trasforma in tristezza che si trasforma in domanda – cosa indosserò domani? si accorgeranno che sono diversa? riuscirò a dipingermi la stessa espressione in viso, e il giorno dopo e quello dopo ancora? è allora che mi accorgo che ogni mia speranza è senza speranza, che ogni mia aspirazione è sfiatata dal principio.
A happy day and then you pay/and feel like shit the morning after
non so cosa gli sia saltato in mente, fare la scorta in farmacia. scatolette rettangolari impilate sul mio comodino. boccette che contengono un liquido meno viscoso del solito, non trasparente, colorato leggermente di viola o di una sua sfumatura – non conosco le sfumature.
secondo i miei calcoli. secondo i miei calcoli non sono poche, non sono abbastanza.
gliele infilo nella tasca dello zaino mentre si prepara per uscire. non voglio tenerle sul mio comodino, a portata di braccio, a portata di bocca stomaco fegato testa.
non basta. apro il cassetto delle posate e prendo i coltelli, infilo anche i coltelli nello zaino. le forbici. i profumi nelle loro boccette di vetro. di vetro sono anche i bicchieri, prendo anche i bicchieri, nello zaino non c’è quasi più posto.
i piatti, i piatti possono essere pericolosi.
le stringhe, sfilo le stringhe dalle scarpe nere, dalle scarpe viola, nello zaino. i rasoi sono inutilizzabili.
stacco la corrente. al buio è meglio. gli accendini, via gli accendini e i liquidi altamente infiammabili. l’idraulico liquido, non posso tenere in casa l’idraulico liquido, non posso mentre sono a casa da sola. la tachipirina, via. le bottiglie, ci sono talmente tanti modi di farsi male con quelle bottiglie.
la prima volta pensavo che bastasse poco, poco più dell’intenzione. non conoscevo il modo in cui le molecole si scompongono e si legano e gli interruttori che spengono. la prima volta ho sentito le palpebre chiudersi e il corpo farsi pesante e reale e ho pensato che non avrei riaperto più gli occhi e ho aspettato il buio o la luce o qualcosa.
la seconda volta ho capito che ci voleva del tempo, che avevo bisogno di solitudine, ma sono caduta nel vialetto di casa prima di raggiungere il cancello.
la terza volta ho chiesto aiuto alla plastica e all’alcool, agli antiemetici per non vomitare la mia scorta preziosa, ma non ne ricordo abbastanza.
non so cosa gli sia saltato in mente, anche la casa vuota sarebbe pericolosa. le cinture, le cinture gliele ho messe nello zaino? restano i vetri delle finestre. l’ammorbidente. il detersivo per i pavimenti. le lenzuola lacerate a strappi. lo smalto per le unghie. le sciarpe, come ho fatto a non pensare alle sciarpe? le chiavi delle auto. il garage. quei segnalibri di stoffa in mezzo alle edizioni prestigiose. il cavo di alimentazione del computer.
mi chiudo nuda in una stanza vuota e senza finestre. dovrebbe bastare. fino a domani dovrebbe bastare. pensare a tutte le morti possibili e sapere che è comunque la vita, che voglio. ripetermi che potrebbe sorprendermi, un giorno di questi. la vita potrebbe sorprendermi e non spaventarmi
a million little pieces
è come se la faccia volesse uscire dalla faccia. la pressione, dico. ci sono cose che si gonfiano e si dilatano al punto che quando mi alzo non ho quasi più occhi, solo due fessure lucide e rosse e un dolore sordo dietro alla fronte. sangue e saliva o pompelmo rosa, non so. la pelle puntinata come se i pori si fossero ribaltati all’infuori. il mio corpo non ha mai sofferto così tanto così spontaneamente. è il contrario del controllo che cercavo. valuto opzioni. ricerco le prove del momento in cui sono stata bene, di un momento in cui sono stata bene, ci devono essere, devono esserci da qualche parte. migliaia di pagine e decine di grafie diverse, la mano è sempre la stessa – riconosco i farmaci dalla forma delle lettere. fare qualcosa, fare qualcosa, fare qualcosa. vorrei bussare alla porta di vetro smerigliato e chiedere di lasciarmi entrare. vorrei bussare alla porta di vetro smerigliato e chiedere di non lasciarmi uscire. naufrago sulla zattera del letto e non posso cambiare posizione perché non ricominci il flusso all’incontrario. ci sono cose che mi stanno avvelenando. ci sono sostanze tossiche che tornano in circolo, analogie, simmetrie. mi devo raccogliere da sola, pezzo a pezzo.
vital stats in E minor
le poltroncine della sala comune sono come quelle del cinema ma per vedere la televisione ti ci devi sedere davanti, le altre chissà a cosa servono, a guardare il muro, a guardare fuori dalla finestra, a guardarsi in faccia solo se ti siedi appollaiando le gambe di lato. l’infermiera passa con un quaderno a chiedere: sei andata di corpo? quanto? colore? consistenza? e segna ogni cosa accanto al mio nome. la fermo con un no, riempie il bicchiere di granuli marroni. precisa, con abbondante acqua. sono piena di granuli marroni. sono una clessidra di granuli marroni. se ogni granulo marrone fosse un secondo e mi mettessi a testa in giù potresti usarmi per calcolare il tempo che manca.
nascondo le pastiglie tra le guance e le gengive, loro controllano solo sotto la lingua, sopra la lingua. le sputo nel cestino pieno di tazze vuote e decaffeinate, mi siedo per terra incollata al termosifone perché non me ne frega un cazzo, avere freddo, sedermi per terra, farmi male al culo, seguire le regole, mi interessa solo cagare prima della prossima pesata, in fila in mutande cognome dopo cognome a infilare o sfilare dai polsi orologi pesanti chiamandoli portafortuna, tutta la vita in un grafico che sale e che scende, la pressione, il battito, il peso, la merda, il ferro, l’acido folico, globuli corpi chetonici zuccheri e umore.
non! je ne regrette rien
amo la ragazza nuda con i denti sporgenti che piscia nel corridoio, il suo corpo bellissimo contorto in un angolo le punte divergenti dei seni le punte convergenti dei piedi mentre getta indietro il mento e cammina e si arrotola nell’angolo in fondo a destra e parla con la gola e sbava sui camici bianchi sulle braccia gonfie e pelose degli infermieri. amo gli occhi azzurri dell’uomo seduto al mio fianco che mi offre ancora un’altra sigaretta e il fumo che mi esce dalla bocca si intreccia azzurro con il suo mentre parla della scossa e mi sfiora le tempie con le dita gialle e chiudo gli occhi e convulso. amo la donna con la radio nella pancia e le pile che si sciolgono nel suo stomaco suonando un’ultima canzone. amo il delirio senile della mia compagna di stanza che mi tiene sveglia la notte in attesa di trasferimento. amo i bicchieri di plastica con scritto il mio nome, il cigolio del carrello, le serrature rotte dei bagni, amo il modo in cui il dottore mi strofina il culo con l’alcol prima di iniettarmi la calma.
loop
il mio terrore è quello di diventare (essere) una di quelle persone senza talento che si circondano di persone di talento per nutrirsene a carezze e morsi di invidia.
il mio terrore è quello di diventare (essere) una di quelle persone senza talento che pensano di avere talento e si riconoscono in altre persone che invece il talento ce l’hanno rendendosi così ridicole agli occhi del mondo.
il mio terrore è quello di diventare (essere) una di quelle persone senza talento che hanno così tanta fame da accontentarsi di tutte le briciole.
diventare (essere) una di quelle persone che ingannano se stesse ancora prima di ingannare gli altri. diventare (essere) una di quelle persone che dicono: no quando pensano: sì e dicono: grazie quando pensano: lo so. diventare (essere) una di quelle persone che ambiscono senza merito, che si incazzano quando non ricevono, che si offendono per proiezione.
una di quelle persone che ridono e piangono al momento sbagliato, che implorano esigono pretendono, ma sempre con una maschera di gentilezza.
una di quelle persone che ricordano per non essere dimenticate.
una di quelle persone che non sono mai grate.
una di quelle persone false che ti blandiscono con la dolcezza per poi spezzarti, forzarti, infilarti una leva nel buco che hai in mezzo e aprirti a metà solo per dimostrare a se stesse di essere forti, più forti – una di quelle persone che riescono sempre a guardarsi allo specchio.
una di quelle persone – se diventassi (fossi) una di quelle persone scriverei queste cose per convincermi di non essere diventata (di non essere) una di quelle persone. se diventassi (fossi) una di quelle persone scriverei: sto scrivendo queste cose per convincermi di non essere diventata (di non essere) una di quelle persone. per convincere chi mi legge che non sono diventata (non sono) una di quelle persone mentre invece sono diventata (sono) esattamente una di quelle persone. se fossi diventata (se fossi) una di quelle persone lo farei e arrivata alla fine mi convincerei che se fossi diventata (se fossi) una di quelle persone non potrei scrivere una cosa come quella che sto scrivendo, una di quelle persone non lo farebbe mai, non potrebbe essere tanto sincera. eppure sarei diventata (sarei) una di quelle persone. sono diventata (sono) una di quelle persone. lo divento nel momento in cui scrivo: se diventassi (se fossi) una di quelle persone.
vorrei che bastasse cercare di non diventare (di non essere) una di quelle persone. sono esattamente quel genere di persona. sono esattamente io, così, per sempre, da sempre.
sono la persona che non chiama e che non risponde. sono la persona che continua a gridare il tuo nome, e il tuo, e il tuo.
sono la persona che pensa di essere interessante solo perché non si deve ascoltare, sono la persona che si pone solo domande di cui ha già la risposta o crede di averla, la persona che guarda ma non vede, la persona che capisce ma non sente o sente e non capisce e ancora insiste e non ci crede, la persona che si spoglia solo a luci spente, la persona che inganna, ferisce, mente.
verticale
Fossi capace parlerei sottovoce, adesso, invece la voce mi esce dal fondo e ha tutto il corpo per rimbombare e crescere e uscirmi strappata e veloce: veloce, ma non più felice – il colore del turbine cambia e si ossida e io sono in mezzo. Per questo il silenzio, le frasi a metà.
Non respiro.
Mi tremano le gambe.
Mi tremano le mani.
Il battito si gonfia nel collo e cerco il cucchiaio, le gocce mi cadono sulle ginocchia nude e livide e ruvide di disidratazione e di freddo e le lecco, sbatto il cucchiaio sui denti perché anche le labbra tremano, ingoio.
Mi si accartoccia la faccia nel pianto, la fronte un foglio piegato a metà, mi porto le mani alle lacrime senza motivo per asciugarle e nasconderle e poi arriva la rabbia – ogni centimetro libero della parete mi sembra un bersaglio, il bersaglio giusto per aprirmi le nocche e sporcare quel cazzo di muro – tutto quel bianco – ma poi è altro bianco a calmarmi, risposta a una domanda non posta o caso o fortuna, assonanza.
Adatto è chi risponde a uno scopo – questo è il mio scopo – adattarsi è rassegnazione e io non sopporto, mi altero, perdo la forma e trattengo il respiro e violacea mi lancio o mi adagio, sempre sdraiata per terra finisco, in un modo o nell’altro, il pavimento a ridarmi un confine, un contatto, una protezione.
one of these days (i’m going to cut me into little pieces)
Quella volta che ero matta. Provenienza assistito: ricorso diretto.
Tipo ricovero: non programmato.
Essere matti vuol dire: riferita ingestione di farmaci in quantità non meglio precisata circa un’ora pre-obiettività clinica.
Non puoi fare telefonate o, a volte, due al giorno – e fin qui, va bene, non avevo nessuno da chiamare.
A mezzanotte sono triste, triste, triste – vado in cucina e apro il frigorifero, il mobile bar, prendo un bicchiere alto e lo riempio, miscelo caffeina e anidride carbonica e alcol, ancora un po’, ancora un po’.
Che giorno è oggi?
Non orientato nel tempo e nello spazio.
Oggi?
Risposte approssimate. Insalata veloce di parole.
Che giorno è oggi?
Data astrale -2214221.9178082193, buone condizioni di visibilità ma solo in penombra, gli abitanti del pianeta hanno due dimensioni come fogli di carta e sono viola blu e gialli. Vedo la destra, vedo la sinistra, non vedo il centro.
Bevo e mi formicolano le gambe, le braccia, mi brucia la gola e sono ancora triste.
A essere matto non puoi andare a prendere il caffè, non dico al bar, non puoi andare a prendere il caffè neanche alla macchinetta se non c’è qualcuno che ti accompagna, a prendere il caffè, non puoi andare a prendere il caffè alla macchinetta neanche se hai un paio di monete che hai trovato in fondo alle tasche di quei pantaloni che non mettevi dall’ultima volta che eri matto e non hai bisogno di chiedere in giro, mi offri un caffè?
All’improvviso si accorse che il letto era diventato troppo corto. Provò a sedersi e a sistemare il cuscino, per poi tornare a immergersi nel calore delle coperte, e ancora gli pareva che i suoi piedi, per quanto flettesse le ginocchia, fuoriuscissero dal materasso, galleggiando in uno spazio sconosciuto.
Non posso essere cresciuto, pensò, e il letto non può essersi ristretto; non riusciva a capire cosa fosse cambiato, da anni si addormentava sempre nella stessa posizione. Era forse colpa del detersivo con cui lavava le lenzuola?
Accese la luce sul comodino e scese dal letto con il piede sbagliato, per circumnavigarlo alla ricerca di una spiegazione. Il letto era sempre uguale, probabilmente era solo scivolato al fondo, sempre più al fondo del tepore, trascinando con sé il cuscino.
All’una sono triste, triste, triste – piango piano e raccolgo le lacrime una a una con l’indice che sa di troppe sigarette – le lacrime sono poche e gonfie e pesanti – vorrei cercarti ma non lo faccio, non voglio rischiare di romperti il sonno.
Voglio cedere voglio cadere, voglio ginocchia strappate graffiate e camminarci fiera, voglio sentire la mia voce quando è al volume più alto quando mi esce dalla gola graffiando, voglio stamattina resuscitata dal sonno chimico che ha ammazzato il buco che mi sono fatta mi hanno fatto nella notte – un buco di quelli da pugno che entra e che gira e che toglie – resuscitata senza dolore saltando le linee tra le piastrelle voglio ignorare la crepa sul muro voglio bruciare.
Essere matti vuol dire: le lenzuola marchiate che chissà perché non usano l’ammorbidente, e potere fumare sotto al divieto e vestire di nero e chiedere sempre, quand’è che si esce? Domani? A casa? Domani? Senza avere risposta fin quando la casa diventa quel posto e ti trovi alle tre del mattino a suonare e vi prego, lasciatemi entrare.
Alle due sono triste, triste, triste – vado in cucina e apro il cassetto delle posate, prendo un cucchiaio da caffè, lo poso, meglio uno da minestra – svuoto mezza boccetta di – come si chiama? Bromazepam, ecco, lo sapevo e l’ho dimenticato, quando l’ho dimenticato, tra l’una e le due? Prima? Dopo?
Potrei stare semplicemente ferma così. Le gambe distese incrociate intrecciate la mia con la mia, la schiena che segue la curva del cuscino, una mano infilata sotto la maglietta, appoggiata sulla pancia, le dita allargate che si diramano dal mio centro come radici, come radici i polpastrelli si spingono dentro, affondano, la sigaretta incollata alle labbra che si consuma in un filo azzurrino, gli occhi che ci si incrociano dentro mentre la cenere cade e penso al movimento che dovrei fare e non lo faccio non posso, potrei restare così e chiudere gli occhi e sentire tutta la pesantezza di, come si chiama? Sentire le gambe che sprofondano nel materasso, le braccia pesanti, potrei restare ferma così e non ricordarmi di respirare.
