S/T

First we feel. Then we fall.

Archive for the ‘nursery rhymes’ Category

la ragazza che non aveva il sangue

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la ragazza che non aveva il sangue era nata in un posto molto caldo e si era accorta di non avere il sangue da bambina, quando insieme alla famiglia si era trasferita altrove, in un luogo senza sole.
svanita l’abbronzatura si era fatta pallida e spesso tremava, solo la luce di una lampada puntata sempre addosso le dava sollievo. le righe blu che le correvano sottopelle erano vuote, l’aveva scoperto l’infermiera del prelievo, l’aveva constatato lo specialista accorso auscultandole il petto e non sentendo nulla. il tracciato dell’elettrocardiogramma era piatto, eppure la bambina parlava e respirava.
la ragazza che non aveva il sangue teneva un orologio nel taschino sopra al petto per fingere un battito fin troppo regolare, non capiva lo spavento né l’amore se non in modo totalmente cerebrale, si iniettava nelle braccia lo sciroppo di lampone e si pungeva poi le dita con lo spillo per scherzare – ma nessuno che capisse la battuta, aveva smesso.
non aveva la pressione così, spesso, soprattutto per il caldo, le accadeva di svenire, non rideva perché il riso fa buon sangue così come non poteva bere vino ma nemmeno non piangeva, era molto controllata e chi non la conosceva riteneva fosse fredda forse anche un po’ lasciandosi influenzare dalla sua temperatura.
si era pure innamorata – ricambiata – di un vampiro, ricambiata fino a quando lui, baciandola sul collo, si era accorto che mancava della cosa che rendeva interessante ogni rapporto, era stata abbandonata.
ovviamente si era sparsa già da tempo qualche voce su di lei – non succede tutti i giorni che qualcuno senza sangue faccia la sua apparizione sul pianeta – e raccoglievo ogni ritaglio di giornale ché ne ero affascinata per il semplice motivo che pativo di un eccesso di emozioni e la invidiavo per la calma del sorriso, per l’assenza di reazioni.
le ho mandato una provetta del mio sangue e molti altri hanno avuto la mia idea, ho saputo poi più tardi che per mesi le ha raccolte – le provette – dentro al frigo per raggiungere i sei litri.
non sapendo se il suo corpo fosse in grado di girare con quel fluido nelle arterie e nelle vene, non sapendo cosa fare, attendeva quel momento in cui per la disperazione ci sentiamo pronti a tutto, fosse pure al sacrificio della vita pur di smettere di fare solo finta – di una cosa ormai era certa, che la vita non poteva limitarsi al solo fatto di parlare e respirare.
sistemò tutti i suoi affari calcolando l’evenienza di un rigetto, scrisse lettere di scuse o dichiarando i sentimenti che pensava di provare, scrisse pure un testamento per avere la certezza che le cose a cui teneva non finissero buttate poi, con l’ago dentro al braccio, iniziò la trasfusione.
nella sacca tutto il sangue stava a strati come l’olio sopra l’acqua e scendeva goccia a goccia arrossandola un centimetro alla volta – arrivato dentro al petto nel momento in cui il motore ha iniziato a funzionare ha percepito: l’abbandono di un bambino che passava troppo tempo chiuso solo in cameretta; l’allegria delle zampate di un cagnetto dato in dono a una ragazza da un amico e il dolore di carezze sulla testa di quel cane che moriva; l’emozione di due mani che si sfiorano per caso; la sorpresa di trovare, entrando in casa, una persona data persa; il disgusto di un tradito, l’emozione di un successo, il calore di ogni bacio dopo il primo, la mancanza di un amico, rabbia, l’ansia, la vergogna, il rimorso e la speranza – la speranza son sicura fosse mia – con due dita sopra il polso ha aspettato la mattina, ha buttato l’orologio da taschino, ha pianto a lungo.

Written by madamepsychosis

131009 alle 5:45 pm

Pubblicato in nursery rhymes, remake

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la donna parlava una lingua e sentiva le parole uscirle chiare di bocca e ancora prima di arrivare come fiato alla gola e come rotazione tra i denti le udiva nascere là dove c’era il bisogno, che fosse di fame o di sete o di comunicare.
aveva imparato a parlare in fretta perché la madre non capiva i suoi cinque pianti e la puliva quando aveva sonno, la cullava quando provava dolore – aveva ascoltato le voci fin dal primo momento, quando ancora erano liquide vibrazioni che interferivano col battito col quale si calmava nel grembo, aveva continuato tentando di intuire il modo in cui le parole si combinavano in domande e in constatazioni.
aveva chiesto acqua e la madre le aveva rimboccato le coperte. aveva teso il dito indicando la ferita e la madre le aveva infilato tra le labbra un cucchiaio di omogeneizzato.
era diventata silenziosa e parlava solo se interpellata.
da tempo pativo lo stesso problema e cercavo una soluzione, tendevo le orecchie a sentire il modo in cui parlavano gli altri, imparavo le frasi a memoria eppure, da me, uscivano sempre diverse, mi stavano male come un vestito tagliato a misura su un altro – eppure non mi era impedita la fonazione, sentivo le corde tremare nel collo e mi esercitavo allo specchio temendo che il modo nel quale aprivo e chiudevo le labbra non corrispondesse a quello che stavo pensando.
ho messo un annuncio cercando qualcuno che mi potesse capire – ho chiesto a un amico dei pochi conferma di ogni parola – così ci siamo incontrate e le ho chiesto di dirmi di lei.
sentivo la donna parlare e cercavo nei gesti conferma di quello che udivo e, a vederla, sembrava straniera e doppiata in asincronia, le ho chiesto se era lo stesso per me e mi ha risposto che stava cercando una casa diversa per via di una incomprensione con il proprietario, le ho detto che avrei bevuto un caffè volentieri e lei ha annuito e ha cercato un fazzolettino di carta da dentro la borsa.
l’ho preso e ho preso una penna e ho incrociato le dita a far da steccato alle frasi, le ho scritto: c’è modo per te di riuscire a evitare ogni fraintendimento?
ha alzato lo guardo e mi ha preso le guance in mezzo alle mani, mi si è avvicinata scostando i capelli dai lati e mi ha respirato la lingua che parla e parlava sul collo e l’orecchio, tremavo.

Written by madamepsychosis

121009 alle 4:20 pm

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la bambina con l’interruttore

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la bambina con l’interruttore aveva un pulsante sulla schiena e gli occhi grandi. i suoi genitori desideravano molto avere una figlia – questo quando la bambina con l’interruttore ancora non era nata – ma il padre aveva un lavoro che lo teneva spesso occupato e la madre era piena di impegni e aveva bisogno di dormire un certo numero d’ore, la notte, per via delle occhiaie, e nel fine settimana partecipavano a cene e a eventi mondani oppure partivano in viaggio. non avevano neanche il tempo per fare l’amore quel tanto che basta per fare un bambino ma avevano letto dei libri sui laboratori e sulle provette e infine avevano detto, proviamo.
il medico aveva voluto sapere delle preferenze riguardo ai capelli e all’altezza e alla fine il padre e la madre si erano stretti le mani e entrambi avevano chiesto: sarebbe possibile un interruttore? nessuno ci ha ancora provato, rispose il dottore, che già si vedeva a stoccolma a vincere un premio, tentiamo.
la bambina con l’interruttore aveva imparato a non chiedere niente e a non fare i capricci e gli ospiti il sabato sera dicevano, brava, vedendo composta in silenzio la bimba seduta – un po’ strana, con gli occhi un po’ opachi – e mai non aveva i vestiti sgualciti e né le ginocchia sbucciate. se il padre e la madre dovevano uscire le davano il bacio della buonanotte e una piccola pacca nel punto in cui c’era il pulsante, potevano pure partire per tutto il weekend senza mai preoccuparsi di avere nel forno qualcosa di pronto o di scendere nella cantina a prendere l’acqua.
la bambina con l’interruttore nemmeno sapeva di averlo, il pulsante, che i suoi genitori si erano sempre guardati dal dirlo a qualcuno temendo che quando lei fosse cresciuta la gente avrebbe potuto abusare del suo spegnimento o lei stessa potesse per sbaglio o per voglia accendersi e spegnersi a suo piacimento.

la bambina con l’interruttore potete vederla esposta al museo delle scienze a berlino, vederla senza toccarla, e leggere della sua storia in tre lingue o ascoltarla infilando monete nel ricevitore che è accanto alla teca in cui l’hanno infilata.
è successo che un giorno si è spenta e che l’interruttore si è rotto.
la bambina con l’interruttore era già una giovane donna quand’era successo, e ancora ignorava il pulsante e fino alla fine l’avrebbe ignorato – i suoi genitori avevano smesso da tempo di usarlo e se pure per un po’ di tempo aveva avuto problemi per via dei ricordi che aveva a intermittenza degli anni in cui era bambina era stata in psicoterapia e stava bene, infelice nel modo in cui tutti lo siamo.
sarebbe andata avanti così per chissà quanto tempo, non fosse successo che un giorno qualcuno che lei riteneva speciale l’aveva lasciata, non prima di averle spiegato che lui era quello sbagliato e tutte le cose che bene sappiamo si dicono in certi momenti. l’aveva abbracciata dicendo, è per l’ultima volta e lei si era stretta e, piangendo, la schiena aveva tremato.
l’uomo, parlando da solo, le disse che certo, le voleva bene, ma adesso era tardi, se n’era andato chiudendo la porta, lasciandola in piedi, il mento abbassato, pensando che fosse il dolore a plasmarla in quella posizione – si dice che a volte, la notte, lei alzi lo sguardo a cercare qualcosa o qualcuno

Written by madamepsychosis

091009 alle 6:05 pm

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la bambina che non poteva chiudere gli occhi

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la bambina che non poteva chiudere gli occhi aveva le palpebre trasparenti e trasparenti le mani quando cercava di portarle al viso per non vedere, non aveva bisogno di socchiudere le dita come fai quando guardi un film dell’orrore e ti nascondi ma allo stesso tempo sei curioso di una cosa che sai già ti farà paura o male, la bambina non poteva non assistere ogni volta allo spettacolo crudele della vita o ai suoi fuochi artificiali.
si svegliava alle cinque alla mattina quando il sole cominciava a filtrare tra le imposte, non veniva mai colta di sorpresa se non quando alle spalle qualcun altro la copriva per poi chiederle: indovina? ma lo stesso indovinava che non solo gli occhi di questa bambina non potevano essere chiusi ma era come se vedessero di dentro e pure dietro, e le cose un po’ più spesso erano brutte e nemmeno mai poteva fare finta di sognare o immaginare qualche cosa di migliore.
a sei anni la bambina aveva visto tante cose che i suoi occhi erano stanchi per il troppo allenamento e all’improvviso cominciarono a vedere pure avanti prima di cinque minuti, poi di ore – all’inizio è stato bello, lei mi ha detto quella volta quando è stata l’occasione di parlarne, che riusciva a prevedere i nascondigli se giocava a nascondino o a vedere se la mamma dalla stanza arrivava alla cucina e andarle incontro, ma con il passar del tempo pure questo aveva avuto i suoi lati negativi – non poter leggere un libro e non conoscerne la fine nell’inizio, non poter mangiare con tranquillità neanche una fetta di crostata e non vederla trasformata come cacca dentro il water.
la bambina a un certo punto si era detta: adesso basta! e girava con legato un fazzoletto sopra agli occhi come se giocasse sempre a mosca cieca – ma crescendo ci si stanca di giocare e fu allora che decise di rivolgersi a un dottore pur temendo che nessuno la potesse più aiutare.
il dottore con le gocce dilatò le sue pupille e si vide dopo un anno accasciarsi morto al suolo – mi dispiace, non ci posso fare niente, mi licenzio – e da allora cominciò a non guardare mai nessuno, abbassare un po’ la testa fino al punto che – seppure avesse il peso di qualsiasi altra testa – le sembrava sulle spalle più pesante del normale.
fu così che accanto a casa persi tra la spazzatura vide occhiali molto grossi, abbandonati, e seppure non gradendo molto quella montatura li indossò, curiosa – e tutto era diverso, si muoveva molto piano e si accorse nel guardarsi che i vestiti col passare delle ore le parevano più larghi – tornò a casa, prese un libro e, sdraiatasi sul letto, tornò indietro così tanto che di lei rimase solo una macchia sul lenzuolo.

Written by madamepsychosis

071009 alle 3:54 pm

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la bambina che non aveva bisogno di niente

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la bambina che non aveva bisogno di niente possedeva solo una borsina di plastica e un coltellino svizzero, non aveva fame non aveva sete non aveva né freddo né caldo e se pure sorrideva a chi si fermava per chiederle: come ti chiami? non sentiva la necessità di parlare o di stare in silenzio. se ne stava seduta preferibilmente in un angolo – che fosse a casa coi suoi genitori o a scuola o per strada, guardava ma non perché si dovesse guardare o volesse osservare qualcosa e neanche, in un certo senso, faceva per fare – semplicemente sapeva che prima o poi quello che aspettava – pur non aspettando – sarebbe arrivato, la pasta per pranzo, il succo di frutta, il bacio della buonanotte, un libro o un cuscino – oppure sarebbe arrivato per niente e allora sapeva che tanto valeva aspettare, il ritorno del gatto sepolto in giardino o il saluto di quell’amichetta partita alla fine dell’anno, andata in un altro paese.
aveva bisogno di niente, questa bambina, era sempre stato così e la madre, quand’era neonata, doveva attaccarsela al seno per farla succhiare, aveva dovuto insegnarle a dormire di notte e a un certo punto a svegliarsi, a bere un bicchiere di acqua non troppo gelata ogni tre o quattro ore.
a volte usciva di casa e finiva per perdersi in giro nei campi perché non aveva una meta, tornava alle tre di mattina e il giorno seguente aveva la febbre perché non aveva sentito la pioggia e uscendo si era scordata che avrebbe potuto avere bisogno di avere l’ombrello.
un giorno, per strada, aveva trovato un cane sdraiato per terra che non respirava – all’inizio le era sembrato normale, anche lei doveva ripetersi sempre, mi devo riempire i polmoni e svuotarli, nemmeno sentiva il bisogno dell’aria – e si era sdraiata anche lei, per vedere le cose nel modo in cui lui le vedeva. puzzava, ma lei non aveva sentito il bisogno di chiudersi il naso, era freddo, ma lei non aveva pensato a scaldarlo o a chiedersi come e perché non pulsasse e non stesse emanando calore come accadeva a chiunque. l’aveva guardato negli occhi e le palpebre erano ferme un po’ come le sue, la mamma finiva sempre per esser costretta a metterle lacrime in gel, e a furia di stare a contatto con l’umidità della terra aveva provato per la prima volta i brividi e la pelle d’oca.
con il coltellino gli aprì una ferita dal collo in fondo alla pancia, il cane era grande e la sua pelliccia l’avrebbe scaldata.

Written by madamepsychosis

061009 alle 5:13 pm

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unghie

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- Ti vedo bene,
- Dici?
- Sì sei diversa oggi diversa come se,
- E invece,
- Comunque,
- Sto bene infatti sto bene,
- Sapevo che avresti tirato fuori le unghie.
La nuova faccia aderiva alla vecchia come un cerotto che tenta di esser color della carne ma non inganna nessuno, con i suoi fori che vorrebbero essere pori e respirare e comunicare, con i bordi rialzati di colla che, col passar delle ore, si tinge del nero dell’aria e del tatto.
Mi allontanai da mia madre, le diedi le spalle, lei ancora mi stava parlando, chiedendo,
- mangi stasera? Che cosa?
Io finsi che le sue parole si fossero perse nel rumore della strada o della lavatrice, volevo stare da sola.
A letto, mi stavo tagliando le unghie e mi ricordai del momento nel quale avevo pensato che l’indipendenza in qualche modo equivalesse al possesso di un paio di forbicine, due lame ricurve e appuntite e due anelli forgiati a misura delle mie dita; non più scivolare in bagno a cercare quelle di tutti e pensare al loro contatto con ciò che era stato grattato dai miei genitori ma forbici mie – iniziai a nasconderle tra i fazzoletti pensando così di rubare la mia libertà ancora a venire.
La nuova faccia aderiva alla vecchia come un cerotto ma non medicava; incantava, illudeva, confondeva chiunque incontrasse il mio sguardo non più tumefatto, è cambiata?
Non era la mia prima volta, il mio primo viso, ma non riuscivo a ricordare i precedenti; riempivo la conca dei palmi con acqua bollente per sciogliere pece e pigmenti – non sono mai stata persona da strappi decisi, preferisco tendere un poco il pelo e la pelle e diluire il dolore in tanti dolori.
- Dovrai iniziare a uscire di nuovo,
- Lo so non c’è fretta,
- E incontrerai persone che ti fermeranno e ti chiederanno,
- Dirò tutto bene, non vedo il problema,
- Qualcuno avrà letto o sentito di ciò che è successo al telegiornale,
- E allora?
- Non hanno usato iniziali ma il nome, il tuo nome e anche la foto.
La fotografia sul giornale era presa in un giorno d’estate, entrambe le fotografie di estati diverse; nella prima sembrava che io sorridessi a qualcuno – non c’è tragedia se prima non c’è sorriso – nessuno avrebbe pensato che me la fossi scattata da sola.
Lo vidi lontano alzare la mano per salutarmi, voltandosi verso la donna che lo accompagnava e immaginai che dicesse, se solo non fossimo usciti; mi lisciai i contorni del viso e ricambiai il suo saluto, lei mi guardava le gambe e giocava con i bottoni della camicia, un passo indietro, nell’ombra di lui.
- Allora allora come stai che mi racconti cosa mi dici?
- Bene va tutto bene mai stata meglio – sorrido – e tu?
- Sicura? Ho saputo ti avrei chiamata se avessi ma che fortuna averti incontrata questa mattina qualunque cosa se hai bisogno ci sono ci sono davvero va bene?
- Ma non preoccuparti davvero non so cosa ti abbiano detto ma adesso sto bene non vedi? Non vedi?
Poi lui si allontanò, chinandosi sulla donna e stringendole il braccio un po’ troppo in alto, le chiese, allora? Ti sembra? Le disse, io, io non ce l’avrei fatta non ce la farei e lei invece – l’hai vista – lei invece…
A volte la faccia nuova era come una pellicola trasparente che avvolge la vecchia, il film  sottile e quasi umido sotto le dita che si usa in cucina. Mi sigillava le narici, gonfiandosi e sgonfiandosi come una vescica a ogni respiro, se mi fossi affannata avrei finito per aspirarla – la pellicola sarebbe finita al mio interno uccidendomi o forse cambiandomi dentro, plastificando gli odori e i ricordi – o la mia faccia nuova sarebbe esplosa in un sospiro.
Prendevo l’aria solo a piccoli sorsi, storcendo le labbra, come qualcosa di amaro.
A volte era come uno strato di gesso, a volte un corpo diafano offuscato e senza contorni, a volte una statua di cera, più viva del vivo fermata in un ghigno brillante.
Vedo mia madre guardarmi e mentre tento di sfuggire i suoi occhi, vi leggo: orgoglio, paura, preoccupazione, rabbia e tristezza.
- Sai mai nella vita quello che ti può capitare,
- Adesso lo so, lo sappiamo,
- Bambina, la mia bambina così tanto forte
Silenzio.
- Vedrai che tutto andrà bene che tutto andrà per il meglio sola non sei io ci sono
Silenzio.
- Ha chiamato quella tua amica voleva sapere ha chiesto ha detto che passerà in settimana
Silenzio.
Affondo la punta delle forbicine nel polpastrello del medio, poi sollevo la gamba con entrambe le braccia, la appoggio sull’altra, il nodo della caviglia sulla coscia grinzosa.
Mi pungo le dita del piede, le mani, il piede; cerco di trasferire il dolore dall’una all’altra delle mie estremità, nell’assenza.
Non sento.
Mia madre entra in silenzio, in punta di piedi, mi sfiora la spalla e mi dice, ti aiuto, si siede, mi prende i piedi e se li appoggia sulle ginocchia, mi afferra il polso e mi sfila le forbicine via dalle dita; mi taglia le unghie, che saltano con un rumore di tacchi o di applausi o di porte che sbattono o di catene di bicicletta.

Written by madamepsychosis

250509 alle 11:30 am

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una storia

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quella volta mi aveva raccontato del bambino nato con la testa di cavallo. lei non l’aveva mica visto, l’avevano portato via di notte, l’avevano portato in quel posto fatto apposta per le teste fatte strane, di zucca o di animale, ma la voce era arrivata e insieme a quella altre voci che spiegavano perché, motivavano lo strano accadimento.
io poi l’avevo conosciuto, il bambino nato con la testa di cavallo, la notte stessa mi era apparso in sogno e intuendo il mio terrore aveva preso le mie mani con le sue, dure e nere come unghie pestate in un cassetto o in una porta, aveva detto col suo fiato caldo e zuccherino, stai tranquilla, voglio solo essere tuo amico. all’improvviso, mi ero accorta, non avevo più paura.
mi raccontava della vita in ospedale, dell’amicizia con la bimba con la testa di una zebra che, a sentirla raccontare, mi sembrava quasi bella. la mattina controllavo la mia testa nello specchio e la tastavo per studiarne i cambiamenti, poi la notte gli dicevo, non è andata non succede ti prometto che domani e gli intrecciavo la criniera.
lo pregavo di portarmi alle finestre di quel posto fatto apposta per le teste fatte strane, tentennava, non voleva, se insistevo per due notti non tornava e alla terza lo sgridavo, sono stata preoccupata, non dovevi, non sapevo dove fossi, sempre là, ma perché non sei venuto, rispondeva con il naso e riprendeva a raccontare della notte in cui era nato, della madre che gridava di dolore e del lenzuolo sulla faccia.

Written by madamepsychosis

230309 alle 10:43 am

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cicatrici, narrazioni

con un commento

la persona con la cicatrice aveva una cicatrice. la cicatrice certi giorni era molto piccola, certi giorni era molto grande.
quando la cicatrice era molto piccola la si vedeva appena, un’ombra di pelle di colore diverso, una sfumatura, quasi nemmeno sembrava una cicatrice, poteva essere qualsiasi altra cosa, un riflesso, una macchia.
quando la cicatrice era molto grande le pelle era rialzata e bianca e ancora erano visibili i punti nei quali l’ago e il filo erano entrati e usciti e entrati e usciti, il rossore intorno dove la cicatrice ancora cercava di mangiarsi nuovo spazio e crescere e crescere.
la persona con la cicatrice aveva una cicatrice. da lontano neanche si vedeva, la persona con la cicatrice se ne era accorta guardandosi allo specchio da una certa distanza e sorprendendosi a pensare, non vedo la cicatrice, la mia cicatrice, pensavo fosse più visibile, la mia cicatrice, e invece non riesco a vederla. la persona con la cicatrice si era allora avvicinata allo specchio e più si avvicinava più la cicatrice cresceva e cresceva, e quando aveva toccato lo specchio con il naso era tutta cicatrice.
la persona con la cicatrice aveva deciso di stare sempre lontana da tutti, parlava a voce molto alta perché le altre persone, le persone senza cicatrici, potessero sentirla senza doversi chinare verso di lei, verso la persona con la cicatrice, e aveva imparato a leggere le labbra e le posture per non dovere essere lei, la persona con la cicatrice, a chinarsi verso gli altri, e aveva iniziato a frequentare solo luoghi poco affollati per evitare incontri troppo ravvicinati con le altre persone, con le persone senza cicatrici, e a indossare abiti molto vistosi per distogliere eventualmente l’attenzione dalla cicatrice, facendo in modo che le altre persone, le persone senza cicatrici, guardassero solo i suoi vestiti e notassero gli accostamenti azzardati di colori e materiali e modelli e non la cicatrice che aveva, la persona con la cicatrice.
sono così tante le persone senza cicatrici, pensava la persona con la cicatrice – e a questo punto della storia la parola cicatrice è stata ripetuta così tante volte che io che sto scrivendo inizio a chiedermi, cosa vuole dire, cicatrice? è la parola giusta o è una parola finta, una parola che mi sono inventata? e me lo chiedo perché a questo punto mi suona strana, la parola cicatrice, mi suona senza senso, devo andare a controllare sul dizionario alla voce: cicatrice, per essere sicura che cicatrice sia la parola giusta.
sono così tante le persone senza cicatrici, pensava la persona con la cicatrice, e poi pensava ancora un po’ e quasi non gli venivano in mente altre persone con una cicatrice; certo, ne aveva conosciute, ma erano cicatrici piccole, erano cicatrici nascoste, erano cicatrici che si vedevano solo in piscina o nelle docce o quando si fa l’amore oppure stando molto attenti alle cicatrici degli altri, alla loro pelle, misurandola centimetro per centimetro con gli occhi alla ricerca di cicatrici senza mai trovarne di importanti.
la persona con la cicatrice, nonostante tutto, viveva una vita normale, andava al lavoro tutti i giorni, aveva una famiglia e degli amici, delle passioni, e ogni tanto provava a chiedere alle persone che le stavano accanto della sua cicatrice: cosa ne pensi della mia cicatrice? si vede molto? e loro a volte rispondevano, ma di quale cicatrice stai parlando? oppure cambiavano argomento, oppure rispondevano, quasi non si vede, non preoccuparti.
c’era anche un’altra persona con la cicatrice, diversa dalla persona con la cicatrice se non per il fatto che entrambe avevano una cicatrice.  non si erano mai incontrate, a volte era capitato che camminassero sullo stesso marciapiede a distanza di pochi minuti l’una dall’altra, oppure la persona con la cicatrice stava uscendo dal cinema proprio nel momento in cui l’altra persona con la cicatrice ci stava entrando, ma era un caso. poi la persona con la cicatrice, un giorno, si era fermata a guardare una vetrina un po’ più a lungo del solito, e l’altra persona con la cicatrice era arrivata a guardare la stessa vetrina e le persona con la cicatrice si era sentita molto a disagio, sentendo la presenza di un’altra persona al suo fianco, così vicina da poterne sentire l’odore e quella specie di calore che emanano i corpi. la persona con la cicatrice si era allontanata un poco e aveva alzato gli occhi e aveva visto che anche l’altra persona aveva una cicatrice. la persona con la cicatrice stava per dire qualcosa ma l’altra persona con la cicatrice le aveva detto, silenzio, lo so.
la persona con la cicatrice aveva dato il suo numero di telefono all’altra persona con la cicatrice e  avevano iniziato a chiamarsi ogni tanto per parlare del più e del meno e delle loro cicatrici. l’altra persona con la cicatrice aveva dato alla persona con la cicatrice il suo indirizzo email e si scambiavano opinioni e informazioni sulle loro cicatrici e sul tempo.
a volte la persona con la cicatrice sentiva come un dolore, lì dove c’era la sua cicatrice, mentre parlava con l’altra persona con la cicatrice.
a volte l’altra persona con la cicatrice sentiva come un dolore, lì dove c’era la sua cicatrice, mentre parlava con la persona con la cicatrice.
se ne davano la colpa a vicenda, la persona con la cicatrice e l’altra persona con la cicatrice, alzavano la voce ma poi facevano la pace dicendo, in fondo siamo uguali, anche nel dolore lì dove c’è la nostra cicatrice.
di nuovo la persona con la cicatrice stava per dire qualcosa ma l’altra persona con la cicatrice le aveva detto, silenzio, lo so.
potrei continuare all’infinito, a parlare della persona con la cicatrice e dell’altra persona con la cicatrice, ma la verità è che non so come la storia va a finire. non mi piace scrivere la fine delle

Written by madamepsychosis

090109 alle 2:24 am

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