Archive for the ‘verdrängung’ Category
I wish you were the verb to trust and never let me down
mi arrampico – è tutto in salita – e ogni roccia alla quale mi aggrappo si sfalda, è il calore delle mie mani o la pioggia che cade incessante dal cielo e dagli occhi; ogni gesto mi costa fatica, ogni gesto lo osservo con occhi da mosca e lo vedo scomposto in migliaia di azioni e il movimento non parte, frenato dal denso incedere di ognuno dei sessanta minuti che zoppicando girano intorno alle sessanta tacche dorate dell’orologio.
riesco a rallentare il tempo ma non a fermarlo o a portarlo indietro – vorrei, dovrei – mi limito a rifugiarmi in sogni nei quali il contenuto latente coincide con il manifesto: la bocca piena di pelle morta che sono io e non me ne vergogno; la decisione di lasciarmi cadere e rompermi entrambe le gambe e la schiena e vedermi dall’alto sdraiata per terra, una testa che chiede, perché? e io che rispondo ridendo; l’allucinatorio appagamento di bocche, due, della lingua che avvolge intorno alla mia la gomma da masticare legandole insieme, le lingue, due, come dire, mi dico, parliamo lo stesso linguaggio, le stesse parole.
analyze this
prima di svegliarmi stavo sognando di vedere un piccolissimo koala aggrappato alla maniglia di una porta. avevo in braccio un gatto, un gattino tigrato.
è saltato a terra e ha colpito con la zampa il koala, enucleandogli un occhio giallo. l’orbita era bianca e molle, l’occhio per terra tagliato in mezzo dalla pupilla.
è arrivata una scimmia uguale a quelle di frida kahlo e ha calpestato l’occhio come un acino d’uva.
prima ancora ero nel cortile della casa sulla collina che era una reggia piena di porte chiuse nelle quali non potevo entrare.
ci accompagnavo qualcuno che era venuto a trovarmi, un ragazzo molto giovane. guardavamo insieme i mobili scuri e pesanti e i drappeggi rossi e arancioni.
prima ancora ero con mia sorella e passavamo accanto a un aeroporto e ricordavo di essere partita e tornata da lì, una volta, e sapevo di stare sognando e di stare ricordando un altro sogno nel quale avevo volato ma fingevo che fosse la vita vera.
prima ancora ero in una stanza con le donne della mia famiglia, uno sconosciuto e il mio analista da giovane. lui era a letto, le spalle nude, mi invitava ad avvicinarmi a lui come se non ci fosse altro da fare, come se quel momento fosse scritto. la sua pelle era incredibilmente liscia, più della mia.
ci siamo baciati e abbiamo scopato tre volte: la prima volta è venuto subito, mentre io ero sul punto di venire, e venendo mi ha rimproverata, cosa aspetti? poi si è scusato spiegandomi che non si aspettava che fossi così esperta. io gli ho risposto, mi aspettavo che tu fossi più esperto.
mi toccava e pensavo fosse strano il modo in cui piegava il polso. mi piaceva il risultato. aveva il cazzo così piccolo che non riuscivo a capire se mi stava penetrando con il cazzo o con le dita, l’ho capito solo quando mi è venuto dentro. salivo sopra lui e gli accarezzavo il petto con i capelli lunghi.
era completamente glabro se non nelle gambe. guardavo le mie e le vedevo nere di peli lunghissimi e mi vergognavo, le toccavo accorgendomi che erano i suoi e mi bastava prenderli a ciocche e tirare per tornare bianca.
scarti
Sono in una casa – no, non in una casa, sono in un edificio molto grande e molto giallo e molto arancione. Le stanze sono collegate da scivoli o scanalature – i miei edifici, nei sogni, sembrano sempre scuole o cliniche o entrambe le cose, per il numero di persone che vi si trova, per i rapporti tra queste persone, per una certa sensazione di impotenza comune agli occupanti.
C’è una donna più grande di me con i capelli scuri e il naso aquilino. Mi odia – nel sogno è la madre del ragazzo con i capelli rossi che conoscevo una volta e non conosco più e nel sogno incontro di nuovo ed è com’è ora, io sono come sono ora – lei mi vede com’ero o mi porta rancore.
Il ragazzo mi chiede, saresti stata o staresti con me? E io gli chiedo – intendi io di adesso e tu di quindici anni fa (perché quindici? Nel sogno lui “quindici anni fa” avrebbe avuto sedici anni – no, è più grande di così) o io di quindici anni fa e tu di adesso o io adesso con te adesso o io una volta con te una volta? Glielo chiedo perché non so rispondere, vorrei dirgli che l’unica combinazione possibile è io di quindici anni fa e lui di adesso, lo spiego a me stessa, nel sogno, quindici anni fa ero senza freni e avrei potuto, non penso al fatto che nella realtà avrei potuto ma non ho voluto – ma ora che scrivo mi viene in mente che alla fine gli ho detto il contrario, credo, perché lui si stupisce e mi prende in giro, ti piacciono giovani, e io gli dico be’, quindici anni per modo di dire, facciamo che avevi diciassette anni. Mi vergogno.
Lui mi spiega, per le donne funziona così: devono avere almeno diciassette anni perché sia legale; per gli uomini no, è fino a… fino a quando… poi dice, fino a quando non iniziano a lavorare, in realtà, perché altrimenti vengono soggiogati e resi dipendenti dalla donna, qualcosa del genere.
Parliamo e c’è il topo di Ratatouille.
Fuori si sente un rumore forte, usciamo – adesso siamo io e N., il mio oracolo dei sogni, il mio doppio complementare – ci sono missili che solcano il cielo in entrambe le direzioni. Una voce dall’alto annuncia il luogo nel quale cadranno, non è il nostro luogo ma è pericoloso comunque, possono perdere pezzi in volo o esplodere prima del previsto e l’edificio ha braccia che ruotano e diventano cabine piccolissime all’esterno, molto spaziose all’interno, ed è l’unico posto nel quale saremmo sicure – fatichiamo a raggiungerle perché la casa ha altre braccia, più possenti, più esterne, che ruotano per proteggere se stesse.
Dobbiamo stare attente a non venirne colpite.
Sono con una persona che non ricordo e mia madre e mio padre che non sono loro, corriamo lungo una via buia per arrivare al posto dove vivevamo – numero centoottantotto, c’è un carrello che spingiamo, forse mio padre ci porta tutti nel carrello per fare prima o vorrei che lo facesse – nel sogno fatico a muovermi, ho bisogno di essere mossa.
Il posto è recintato e dentro c’è una macchina che mangia la spazzatura, un enorme cassonetto che parla e si accorge del nostro tentativo di intrusione. Noi corriamo verso il ponte – di nuovo lungolago, come nell’altro sogno – un ponte bianco, semisferico, fatto di due lati uniti come denti e una famiglia lo sta attraversando nella direzione opposta alla nostra, veniamo fermati tutti, la macchina mangia spazzatura continua a parlare e mi accorgo che è cieca.
Adesso siamo solo io e G. in una stanza con le pareti a specchio – come si chiamano? Noi vediamo senza essere visti. La stanza è di legno. Ci accorgiamo di uno spiraglio che ci rende visibili, usciamo, scappiamo. Siamo inseguiti da un cane enorme e nero. Mi sveglio mentre mi sta per azzannare, senza sollievo.
homesick
Sono a casa e c’è con me un uomo che non conosco, uno scrittore di cui ho letto qualche libro. Mi mostra una rivista, la sfoglia, cerca un racconto – vedo la parola manicomio – mi chiede, l’hai letto?
Gli dico di sì anche se non ne sono sicura. Gli dico, io e il manicomio, lo sai.
Sto aspettando una persona, una donna. Sto aspettando due persone, una donna e un uomo. Amici. Vogliono venire a trovarmi nella mia nuova casa ma non posso ospitarli e sono in due posti diversi, ora, io sono il vertice di un triangolo. Sono in auto con la donna per andare dall’uomo.
Un cartello indica il confine tra una provincia e un’altra provincia, c’è un tunnel da attraversare, scavato nella roccia, buio. Percorriamo una passerella di legno traballante, mi tengo al corrimano di corda, di lato c’è un fiume, il vuoto – è pieno di gente, ci sono molti bambini. Dove stiamo andando?
Usciamo dal tunnel e ci ritroviamo in un’arena e c’è il mio lago, da qualche parte. Lo vado a cercare.
C’è il mercato, bancarelle di cose usate e vecchie – ci sono miei vecchi compagni di scuola che vendono libri e giochi e ci guardiamo a lungo negli occhi senza salutarci, facciamo finta di non (ri)conoscerci sapendo di stare mentendo – un tacito accordo, si dice. Sono imbarazzata, ansiosa.
C’è una colonna di vetro – dentro c’è una scatola, sulla scatola un autoritratto di Bacon. C’è scritto qualcosa – il pittore che non sapeva parlare se non aggiungendo una sillaba. Ba-con.
Con.
C’è l’assenza di qualcuno o qualcosa o entrambe le cose che è sempre presente – è la colonna sonora e/o emozionale del sogno – è come mi sento.
traumdeutung
Sogno di stare scappando, le mani piene di oggetti, i miei, libri, quaderni, cose di plastica che non riconosco ma che, nel sogno, so appartenermi.
Perdo pezzi.
Mi fermo, appoggio tutto su una qualche superficie, raccolgo ciò che mi è caduto, riprovo.
La mia fuga è rallentata dalle cose che ho e dalle cose che non so di possedere.
Lampeggiano parole che non posso leggere, parole alle quali non posso rispondere.
Come fare come fare.
Cerco il telefono ma non so che numero chiamare, chiedo in giro, fermo le persone che incontro – altre persone che stanno scappando – conosci? Non so chi sei.
In un corridoio metallico c’è un letto ma non posso fermarmi per riposare. Un copriletto pulito e rosa, è l’unica cosa rosa e pulita in mezzo alla confusione.
Scappo ma non so dove, non so da cosa.
Cerco e non so chi e non so perché.
Le parole che non ho letto, parole d’urgenza. Mi muovo verso di loro.
Non arrivo, mi sveglia la luce o la sirena di un’ambulanza.
Vedo una spiaggia e una donna che entra nell’acqua, scompare. Non andare non andare non andare via. Vedo pareti bianche e ombre e uno più uno dà zero e leggerezza.
