[120707] frattura

credo sia andata così: a un certo punto, per riuscire a stare bene – non so cosa significhi, stare bene, ogni tanto me lo chiedo e non mi rispondo, mi volto la faccia da sola e mi dico, ma sono domande da fare?  – dicevo, per stare bene, ma forse avrei dovuto dire: per non stare male, ho dovuto fare qualcosa di drastico: separare le cose di dentro da quelle di fuori.
c’era una frase: non sappia la mano destra quella che fa la tua mano sinistra, ha a che vedere con la carità ma non è questo il mio caso – non c’è compassione in questa frattura, non c’è stato neanche un saluto, è solo, semplicemente successo; sono io a non sapere i movimenti delle mie mani, di entrambe, sono io a non conoscere più la mia posizione, devo pensare e concentrarmi e ricordare, cosa si prova pungendo la pelle con uno spillo, cosa si prova con una carezza, cosa si prova col caldo e col freddo e quando la carta ti taglia le dita?
osservo i lembi di questa accidentale ferita e non provo dolore, non è mia questa mano, è lontana, l’avvicino con l’altra e fa resistenza, non vuole, in fondo non mi conosce così come io non la conosco, osservo il modo in cui si corruga e si increspa, il sangue non è altro che rosso, un colore, non ho percezione del flusso continuo sotto la mia superficie, metri quadrati di recettori, il più grande organo di senso eppure non sente, come se mi fossi ispessita o addormentata, come se non fossi mia, è questo il motivo, ho smesso di appartenermi.
non potevo più guardarmi allo specchio e vedermi e sentirmi gonfiare e notare le asimmetrie, un occhio più basso che cade e continua a cadere e lo immagino sciogliersi e gocciolare in un’unica goccia, lo specchio bollente deforma il riflesso come l’asfalto d’estate, lo fa tremolare, allora ho deciso: non sono io, non proietto ombre e non impressiono la virtuale pellicola della digitale, sono solo pensiero ed è un caso che abbia due gambe e due braccia, nemmeno le sento.
non ho percezioni, ricordo: ricordo quando ero un corpo e ricordo quando, un corpo, l’avevo, e come un ricordo è ogni cosa, sfumata e lontana.
mi lavo e non sento l’acqua scorrermi addosso, mi vesto e non sento la stoffa, mi metto il maglione di lana in estate e, d’inverno, la canottiera; mangio e non sento i sapori e mangio perché mi hanno detto che devo mangiare, non sento la fame né la pienezza, immagino boli di cibo scivolare nel tubo che ho dentro, non è nutrimento, cammino e non sento il terreno sotto ai miei piedi e inciampo e poi cado, mi riempio di lividi per non saper misurare le porte e l’altezza degli spigoli della cassettiera.
mi graffio, con le unghie della mano che non mi appartiene e vedo le strisce bianche e rosa del mio tegumento sfaldato, sento il dolore di un altro; affondo i denti nella polpa del polso e la scavo, non sono i miei denti, non è la mia polpa, non è il mio dolore.
solo la notte, a volte, sento il peso che volevo annullare disarticolando il corpo dal suo pensiero, prima di tornare al sogno in cui, leggera, cado nel vuoto.

it can’t be so simple / what if it is?

061109 - One Response

strofinando pezzi di legno si fa il fuoco e ci scaldiamo le mani ma non siamo pronti a spegnere gli incendi, non ho sputo la secchezza delle fauci è tra gli effetti secondari, torno a casa e sfilandomi il maglione ne approfitto sfilo anche il sistema vascolare e lo metto ad essiccare tra le pagine del libro che richiudo un’altra volta – sarà pronto quando avrà la consistenza del corallo – costruisco una panchina per sedermi ad aspettare lascio un foglio “torno presto” quando sento sia il bisogno di sgranchirmi un po’ le gambe oppure quello di pisciare ma c’è vento ma c’è pioggia il biglietto si potrebbe rovinare – tu, pazienta – nel momento in cui in partenza sincronizzan gli orologi i nostri non lo sono stati siamo sempre scombinati sarà questo che ci porta ad indossare io il cappotto tu le maniche a metà lo stesso giorno ma è anche grazie a questo fuso un po’ diverso che ci diamo quello che ci stiamo dando – quanto / sempre, quando /  molto, dove / spesso, come / tanto.
quando il sangue si allontana dalla testa confluisce nel bacino che raccoglie le mie acque le spartisce dalla tue e confondiamo i fatti con le aspettative che nessuno si è creato – il mandato del mio arresto scatta con l’interruttore ma il reato non è stato consumato – è un’ipotesi ipertesa che si estende nel silenzio che si accende che mi mette mezza in ombra – se mi tocchi però sai che sono intera sai che quando non mi vieti più l’accesso ai tuoi pulsanti posso un poco modulare la frequenza degli attacchi – vieni, siediti con me, ritorniamo là nel posto con i tavoli e gli scacchi.

so why not be happy while you’re here

con le parole tiriamo la corda tesa delle paure che rischia di farci inciampare e la tagliamo con la lama degli occhi affilati da mesi di sguardi – da mesi mi temperi senza attenuarmi – per mesi abbiamo giocato a voltarci la schiena e girarci di scatto a vedere, è rimasto? è rimasta? vedere se quell’impressione di avere le spalle coperte era vera – abbiamo pensato di stare ingannando noi stessi pensandoci veri e invece ci siamo ingannati – ciascuno se stesso – pensando di essere soli, di essere forti, più forti di questo in cui ci scambiamo le parti in continuazione e c’è chi fa luce e c’è chi la risplende – che la verità è che siamo più belli quando siamo insieme e qualcosa ci mette d’accordo le parti che altrove altroquando finiscono per litigare e invece, legati, riusciamo ad essere interi, due interi e non due metà zoppicanti, tu l’ago, io il filo, cuciamo la testa alla pancia, cuciamo la storia al suo lieto fine, scaviamo burroni spingendoci sotto ma offrendo atterraggi e suture e pazienza per convalescenti, guariamo ammalandoci d’altro – dell’altro – sapendoci sempre presenti.

gonna walk walk walk/four more blocks/plus the one in my brain

041109 - 3 Responses

nel parcheggio delle coincidenze ci scambiamo i volanti e mi sembra di non sapere dove sono ma solo sto sbagliando direzione, continuo ad incrociarti alla guida di te che non ci sei anche se penso che tu mi stia seguendo per proteggermi dalle dita che indicano ridendo le mie calze bucate, per allungarmi una coperta che riscaldi i muri pisciati dell’ambulatorio, per dare il ritmo alla mia sfilata marziale davanti alle sedie di plastica imbottite di carne sudata anche d’inverno e difendermi dalle parole parlate male, dalla fiducia riposta peggio.
sul tavolo a scacchi ci sfidiamo a colpi di bicchiere a carte scoperte come le nostre gole da cani esposte per attaccarci e difenderci e sottometterci e dominare l’impulso di spaccare teste, di stringerci al collo collari dorati e guinzagli da strattonare il giusto – sbagliato – mi dici non chiedere fa’ ciò che vuoi e io cado in avanti, mi segui ma infine mi chiedi che fare esaurisco risposte, portiamoci sulle spalle un po’ per uno fino a giungere nel posto in cui spaccare i mobili e accendere il camino o nei campi elisi del nostro stupore.
le scie sotto le torri hanno il tuo profumo ma non il tuo odore, i miei occhi hanno il colore del fango e i tuoi delle paludi ma sono più limpidi dell’acqua minerale, sapendo che rischio di perdermi mi vieni incontro e non dormi e passi la notte a tirarmi i capelli e i pensieri ma quando arriva mattina la pioggia allunga le ore al modo dell’oste col vino e ventiquattro diventano trenta o quaranta, più vecchie di noi, e niente mi mette d’accordo tu solo mi accordi mi accorgo di essere sotto il tuo sguardo ma quando mi sposto poi smetto, funziono ad elettricità sei la pila la spina il filo e l’interruttore e temo da un attimo all’altro di essere spenta e invece son brace son fuoco, e un giorno saprò se son calda, se brucio, se entrambe le cose.

my whole life/i’ve been learning

031109 - One Response

non mi riempio la bocca di niente, svuoto la testa, ascolto – non voglio darti parole ma caffè quando non riesci ad alzarti, fazzoletti di carta per soffiarti il naso d’inverno, amuchina per prepararti le mani all’estrazione di metà del mio fegato e voce – una mappa per ritrovarti e ritrovare le tue, di parole, nella nostra lingua artificiale di canzoni ascoltate in riva al lago e momenti d’essere senza avere e film che fanno male al culo – ho da offrirti attese e silenzi e la vista del colore che mi fascia la testa, che mi accarezza la schiena – è rosso ora, d’autunno, inizia a imbiancarsi – nella nostra lingua che nessuno può capire, chiunque può sentire – nella nostra lingua di panchine e pavimenti e mani fredde e finestrini abbassati anche d’inverno.
non mi riempio i palmi di niente, svuoto le tasche, ascolto – non posso darti regali ma posso asciugarti le guance con il cappotto ingiallito dalle sigarette, posso girare il letto nella tua direzione per farti arrivare i miei sogni la notte, posso fare la cosa che faccio in questo momento – seguire il tuo filo ed aprirmi per farti arrivare in un posto che ha forma di te e che ha la tua misura, un posto di lattice lamictal latte di lotte perdute e battaglie infinite e parole non ancora a fuoco nella nostra lingua artificiale che fa avverare disastri naturali e innaturali, nella nostra lingua artificiale che costruisce ripari – ho da offrirti le cose che so e le cose che mai non riesco a imparare – la mia lingua che per primo tu hai capito, per ultimo hai sentito – nella nostra lingua artificiale di fatti e di corpi appesantiti dai dolori ma leggeri nell’incontro.

guess we’ll have to wait and see

021109 - 2 Responses

cerchiamo il sole e lo troviamo dove non passa nessuno, le gambe allungate parallele come i nostri binari solo fino alle ginocchia dove intrecciano incroci dai semafori rossi per pance daltoniche come le nostre che vedono ciò che non vedono gli occhi dietro le lenti oscurate, alle rose preferisco il verde dell’erba dei parchi bruciata dai cani, i fili infilzati in mezzo a una crepa, gli unici fiori son fatti di dita di unghie premute si infilano in vasi di corpi si bagnano con la saliva o spremendo gli occhi dal basso – la disperazione di strette che spezzano schiene già rotte trasmette quel poco che resta da dire levate le lenti la lenta discesa di dita sul manico di una chitarra che più mai non suona ma solo per noi – angeli acneici che pensano l’unico modo per fare vedere l’interno sia aprendo lo sterno di lama – di punta mi apri le porte e oscillo sui tacchi tornando a quand’ero bambina per farti vedere le fotografie nel cassetto, già pronte da mesi – adesso son donna nel modo in cui tu sei uomo, nel modo migliore in cui tu mi rendi da tutto quel tempo più lungo dei mesi che sono passati che sono passato col culo per terra noi siamo presente perfetto,  perfetti presenti a noi stessi e a vicenda – vaganti irrequieti in poltrone a misura di esseri piccoli noi siamo grandi, colmiamo i lapsus memoriae cogliamo gli atti mancati ci mancano ancora al mattino, ci manca il respiro dell’altro che agita il fango che ero, eravamo, ci innalza inducendo la sacra follia che ci muove le lingue e le dita facendole dire il divino.

i live inside the shadow – the shadow of a doubt

da quale lato del vetro ti trovi? poco importa, non esiste fuori ma solo dentro – siamo barattoli di sottaceti in formalina, organi preservati ancora per poco senza mani per bussare, come olive o cetrioli incapsulati, supposte all’incontrario che escono anziché entrare cerchiamo il nostro buco di culo e ci sciogliamo un poco a ogni tentativo -
siamo metà vaganti mete incomplete nonmetalli – periodicamente ci leghiamo datori e accettori cediamo e cediamo e non resta che questo, un questo che basta soltanto a sentire il dolore di quello che parte e non torna di ciò che perdiamo -
sono fatta per stare sdraiata per farmi crescere l’erba attraverso e invece sto in piedi e il sangue non sale, ristagna, il pensiero si appanna – appartengo alla terra e ai suoi vermi appartengo a chiunque mi veda e ogni giorno è il giorno nel quale mi spezzo pur di non piegarmi non riesco a spiegarmi mi spingo e salgo la schiena di questa pianura di spine – non stringo e non sono costretta mi han tolto le stringhe e i vestiti in cambio di un sacco mi perdo tra bacco e tabacco non venero niente e nessuno qualcuno volò e un altro cadde – qualcuno firmò al posto mio – non posso annullare il contratto ricerco il contatto e lo sfuggo – ti ho chiesto che cosa faresti al mio posto non hai più risposto ripongo comunque fiducia e ti aspetto – è questa la vita, un’attesa, la segreteria telefonica o musica nell’ascensore – non scendo ma mi comprometto – ti aspetto, ti aspetto, ti aspetto per ore o per anni – mantengo mai smetto finché non mi arresto o mi arrendo, mi appendo nell’unica opera d’arte di cui son capace, non ho un esoscheletro e ogni parola comprime il torace comprime comunque chi tace – acconsento pensando che possa servire a qualcosa ma pace, non serve, la pancia non mente, non mente chi dice non quello che pensa ma quello che sente, non mento se dico non merito niente.

to be or not to be

191009 - 3 Responses

non sono né donna né uomo sono entrambi e la biologia m’inganna solo in apparenza – è la chimica che parla al posto mio e che mi spinge ovunque ci sia sangue – non sono donna né uomo e nell’abbraccio non sono mai completa, penetrante ma accogliente sono il piede nella scarpa solo uno, non cammino, che non sono né vicina né lontana – che se fossi più distante sarei altrove, che se fossi più distante sparirei senza lasciare segni o impronte, fossi umana certo allora non potrei sentire sempre la mancanza del pianeta da cui vengo mai non me ne sarei andata – sono scesa solo per non esser sola ma era meglio stare là, in compagnia dell’infinito – e non riesco a aver bisogno quando avrei quando vorreste, ho bi/sogni che son doppi come me e non li accarezzo, sono in tasca, sono proprio la zavorra che sconfigge sia l’assenza di qualcosa nel mio corpo che sia grave che la nuda gravità di ogni tua assenza – fossi morta – non lo sono – ci sarebbe poca o non competizione, fossi altra mi somiglierei di più ma sono questa -  naturalmente fragile, non c’è stupore nella mia rottura ma non importa, era destino, le cose crepate si rompono, ci si preoccupa quando si rompono quelle infrangibili.
quella naturalmente forte, non c’è stupore nella rottura ma non importa, era destino, ed è destino che lotterò, puoi far da sola, l’hai sempre fatto,
sono quella che è stata bella e non si rassegna al passare del tempo, sono quella che è stata brutta e dietro alla seta si intravede il liso, sono quella che è stata sempre al passato, non c’è futuro, l’hanno esaurito e il negozio è chiuso, sono la somma dei fallimenti la sottrazione delle vittorie la divisione di pani e pesci sono la somma di tutto quello che non ho avuto, la sottrazione di tutto ciò che non ho voluto, la divisione da tutto ciò che non ho potuto, i miei doveri moltiplicati – non son sostanza se non la mia, non c’è miscela né soluzione, io non mi lego, sto in dispersione.

side effects

151009 - 3 Responses

l’involucro resta pesante e si muove nuotando in qualcosa più denso dell’olio ma le ossa premono per andare a una velocità diversa, tremano per il freddo a cui tentano di sfuggire con la corsa, il cuore pompa più in fretta per ossigenare meglio l’angoscia che si soffia il naso col lobo frontale e respira a fondo, riempiendosi. tagliando l’involucro non esce nulla se non un liquido estraneo e lento, le mani non reggono la velocità dei comandi e la gravità della tazza e la oscillano tintinnando il cucchiaio. la nausea segna la riuscita dell’esorcismo e il vomito aiuta a espellere la bile nera insieme alla gialla e a quello che resta della colazione.
si avvelena il male affinché il bene possa continuare a tentare di vivere. la voce che implora un cambiamento necessario sta chiedendo di essere trafitta e non lo sa, confonde il bersaglio nel mirino del sacrificio che gli dei ordinano dall’alto delle loro gambe ferme.
la sudorazione notturna impregna le lenzuola di tossine lavabili a novanta gradi e l’involucro si chiede se non sarebbe più facile bere direttamente il detersivo antibatterico e pulirsi dall’interno.
in fondo dovresti essere felice: essere solo un corpo è il tuo desiderio e non c’è differenza tra il prendere in mano un cazzo e uno scettro se non per l’odore che comunque, reagendo col sudore dei palmi, è di metallo.

la ragazza che non aveva il sangue

131009 - 2 Responses

la ragazza che non aveva il sangue era nata in un posto molto caldo e si era accorta di non avere il sangue da bambina, quando insieme alla famiglia si era trasferita altrove, in un luogo senza sole.
svanita l’abbronzatura si era fatta pallida e spesso tremava, solo la luce di una lampada puntata sempre addosso le dava sollievo. le righe blu che le correvano sottopelle erano vuote, l’aveva scoperto l’infermiera del prelievo, l’aveva constatato lo specialista accorso auscultandole il petto e non sentendo nulla. il tracciato dell’elettrocardiogramma era piatto, eppure la bambina parlava e respirava.
la ragazza che non aveva il sangue teneva un orologio nel taschino sopra al petto per fingere un battito fin troppo regolare, non capiva lo spavento né l’amore se non in modo totalmente cerebrale, si iniettava nelle braccia lo sciroppo di lampone e si pungeva poi le dita con lo spillo per scherzare – ma nessuno che capisse la battuta, aveva smesso.
non aveva la pressione così, spesso, soprattutto per il caldo, le accadeva di svenire, non rideva perché il riso fa buon sangue così come non poteva bere vino ma nemmeno non piangeva, era molto controllata e chi non la conosceva riteneva fosse fredda forse anche un po’ lasciandosi influenzare dalla sua temperatura.
si era pure innamorata – ricambiata – di un vampiro, ricambiata fino a quando lui, baciandola sul collo, si era accorto che mancava della cosa che rendeva interessante ogni rapporto, era stata abbandonata.
ovviamente si era sparsa già da tempo qualche voce su di lei – non succede tutti i giorni che qualcuno senza sangue faccia la sua apparizione sul pianeta – e raccoglievo ogni ritaglio di giornale ché ne ero affascinata per il semplice motivo che pativo di un eccesso di emozioni e la invidiavo per la calma del sorriso, per l’assenza di reazioni.
le ho mandato una provetta del mio sangue e molti altri hanno avuto la mia idea, ho saputo poi più tardi che per mesi le ha raccolte – le provette – dentro al frigo per raggiungere i sei litri.
non sapendo se il suo corpo fosse in grado di girare con quel fluido nelle arterie e nelle vene, non sapendo cosa fare, attendeva quel momento in cui per la disperazione ci sentiamo pronti a tutto, fosse pure al sacrificio della vita pur di smettere di fare solo finta – di una cosa ormai era certa, che la vita non poteva limitarsi al solo fatto di parlare e respirare.
sistemò tutti i suoi affari calcolando l’evenienza di un rigetto, scrisse lettere di scuse o dichiarando i sentimenti che pensava di provare, scrisse pure un testamento per avere la certezza che le cose a cui teneva non finissero buttate poi, con l’ago dentro al braccio, iniziò la trasfusione.
nella sacca tutto il sangue stava a strati come l’olio sopra l’acqua e scendeva goccia a goccia arrossandola un centimetro alla volta – arrivato dentro al petto nel momento in cui il motore ha iniziato a funzionare ha percepito: l’abbandono di un bambino che passava troppo tempo chiuso solo in cameretta; l’allegria delle zampate di un cagnetto dato in dono a una ragazza da un amico e il dolore di carezze sulla testa di quel cane che moriva; l’emozione di due mani che si sfiorano per caso; la sorpresa di trovare, entrando in casa, una persona data persa; il disgusto di un tradito, l’emozione di un successo, il calore di ogni bacio dopo il primo, la mancanza di un amico, rabbia, l’ansia, la vergogna, il rimorso e la speranza – la speranza son sicura fosse mia – con due dita sopra il polso ha aspettato la mattina, ha buttato l’orologio da taschino, ha pianto a lungo.